• Il viaggio

    Il tema del viaggio è antico quanto l’umanità, ci accompagna da sempre, come sogno, desiderio, progetto, esperienza. E’ come una risonanza dell’anima e un richiamo del mondo: l’antica fascinazione ad andare oltre le Colonne d’Ercole o la temeraria sfida ad arrivare nei Paesi d’Oriente prendendo da Occidente. E il ritorno ad Itaca di Ulisse e quel suo viaggiare in tondo nel Mediterraneo per non tornare troppo presto tra le mura domestiche e le mirabilie di Marco Polo e le mille note di viaggio che la letteratura ci ha lasciato in ogni tempo e luogo. E altro ancora, fino al fantastico Star trek e al misterioso “2001 Odissea nello spazio”. Viaggi in altri mondi. E tutto quello cha ancora c’è.

    Sicuramente i ragazzi e le ragazze che hanno concluso quest’anno il loro ciclo scolastico non hanno incontrato Magris nello svolgimento dei programami ma il brano proposto è ricco di richiami e sollecitazioni non banalmente contemporanee la scuola avrà dato loro sicuramente gli strumenti per entrare in sintonia e sperimentarsi su aspetti specifici della traccia. La frontiera, per esempio. Per il resto vale il rapporto di ognuno col viaggio, con l’andare. Che per i ragazzi e le ragazze è ancora metafora della vita. Nonostante le difficoltà del presente.

    Scritto sul Face book il 21 giugno del 2013 e riportato alla mia memoria dall’algoritmo che sa tutto e sceglie secondo come lui pensa che tu sia.
    L’occasione erano gli esami di maturità
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  • Brexit 2016

    Il Brexit in Gran Bretagna è come la storia delle periferie in Italia, Secondo i sondaggi per categorie, collocazione sociale, reddito, livelli di studio, vuole andarsene chi sta giù nella scala sociale e restare chi sta su. Perché l’Europa di Maastricht ha favorito la distribuzione di ricchezza e benessere al contrario di come richiederebbe quell’idea di giustizia sociale a cui in Europa grandi lotte sociali e grandi idee costituzionali avevano dato radici e consistenza.

    Solo i giovani nei sondaggi sono decisamente favorevoli a restare. Non è un caso. E’ il grande sogno che ci fa amare l’Europa, e per loro è una pratica di vita. Bisognerà vedere, quando con gli anni saranno costretti ad arrabattarsi con la vita, se il sopra e il sotto della scala sociale non li ridislocherà secondo nuovi parametri e sentimenti.

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  • Amministrative 2016

    Matteo Renzi non ha fatto altro che ripetere in queste settimane che le amministrative sono solo amministrative, e il loro esito non comporta un giudizio sul governo nazionale. Ma le cose non stanno proprio così. Al contrario di quanto afferma il capo del Governo, la territorialità metropolitana e urbana mette oggi in forte evidenza problemi e contraddizioni di dimensione nazionale e oltre. E chiama in causa l’Europa. Direttamente.

    Di questo ha parlato nei giorni scorsi anche il Sole 24 Ore, in un articolo firmato da Lina Palmerini, in cui la giornalista analizza l’asimmetria del potere dei sindaci, che, secondo la legge in vigore, vengono scelti direttamente dai cittadini ma risultano nei fatti dotati di un limitato raggio d’azione per quanto riguarda le disponibilità finanziarie e la libertà di iniziativa. Cioè tutto ciò da cui dipende il bene della convivenza civile e il benessere delle persone.

    Il perché di questa asimmetria è evidente ed è il punto centrale da cui partire: nei comuni si scaricano gli effetti del rigore europeo, a cui sono ispirate le leggi Finanziarie, e i sindaci sono condannati a un potere più nominale che sostanziale perché le regole di bilancio hanno costretto tutti, anche i comuni “virtuosi”, alla paralisi.

    Per questo l’effetto delle politiche neoliberiste e della finanziarizzazione globale è sui territori che si tocca con mano e si può misurare a partire dalla vita delle persone, che sempre più, nella frattura anticostituzionale che si è prodotta tra l’alto e il basso della società e che appare ormai strutturale, sono travolte dal declino del welfare, dalla mancanza di lavoro, dal venir meno di quelle prospettive di benessere diffuso, su cui una volta si poteva scommettere. L’incuria degli spazi urbani fa il resto mentre il blocco del futuro per le giovani generazioni ruba le speranze e immobilizza la forza della società. Nasce da qui l’aspro rancore popolare contro il sistema politico in tutte le sue parte, ed è questo rancore che offre ai  populismi  lo spazio della loro legittimità e del loro successo.

    E’ qui infatti– negli slabbrati spazi urbani, soprattutto delle periferie – che allignano le tensioni spesso esplosive della contemporaneità e si accumulano contraddizioni ormai storiche e di lungo periodo, a cui la politica – del sistema e di sistema – non è più in grado di fornire risposte. Perché da troppo tempo ha perso la strada. Ed è strutturale la frustrazione che corrode l’habitus mentale dei cittadini, donne e uomini, di fronte alla crescente impossibilità di contare, di proteggersi dai processi di impoverimento, dall’incertezza del domani, dall’insicurezza. E’ strutturale la diseguaglianza tra i pochi che hanno tutto e i molti che hanno sempre meno. O niente, come gli ultimi dati Istat raccontano.

    E’ strutturale la svalorizzazione del lavoro e la mancanza di reddito sicuro per gran parte dei giovani e un numero crescente di anziani. Ed è strutturale l’afflusso negli spazi urbani di migranti, profughi, fuggiaschi, in un mondo globale che cambia per guerre, politiche predatorie, disastri ambientali, fame. E che la politica – europea in particolare – non sa o non vuole assumere come problema ineludibile dell’oggi. E crea soltanto i vuoti dell’indifferenza o i muri dell’odio.

    Per capire davvero la portata di tutto questo, non basta la descrizione dei guasti né basta l’”empatica” e “solidale” narrazione in cui spesso si esercita la sinistra che sopravvive. Non basta sottolineare la disaggregazione dei gruppi sociali di antica memoria, le periferie una volta rosse e ora catturate da forze nuove della politica, soprattutto quelle che non hanno paura di usare il lessico e il veleno del politally incorrect o della demagogia vera e propria o della xenofobia e del razzismo. Non basta – anzi è letale – dire che prevalgono i populismi. Renzi non è forse un populista? Che cosa intendiamo per populismo?

    L’allarme per il populismi è il bau bu e l’alibi della frantumaglia dei vecchi partiti novecenteschi e dei loro succedanei. Ma se i partiti godono di un indice di gradimento vicino allo zero, questo vuol dire che l’intermediazione “ virtuosa”, che in altri tempi i partiti seppero svolgere, è saltata, che concretamente essi non sono più da nessuna parte se non nei palazzi, e nei commerci, che loro stessi organizzano sui territori, per arrivare ai palazzi. E nel vuoto si insinuano le nuove voci della politica dell’odio e della demagogia. Voci che la crisi del vecchio sistema della politica ha reso possibile. Punto e a capo.

    E’ da qui che deve riprendere il filo il discorso su dove siamo, dove si va, e come si va. Oppure niente riparte.

    Il capitalismo finanziario, scrive Franco “ Bifo” Berardi, è la fabbrica dell’infelicità, è un buco nero che inghiotte i beni comuni, il prodotto del lavoro, e soprattutto inghiotte la gioia, la speranza, e la possibilità stessa di vivere la vita.

    Ed è negli spazi urbani che tocchiamo con mano anche il disastro del disagio e dell’infelicità umana. Ma scopriamo anche la forza vitale dei tanti e tante che non si arrendono e producono il grande sommerso politico del bene in comune, dell’agire per qualcosa che sentiamo riguarda tutti e apre nuovi orizzonti. Ed è da qui che occorre trovare parole, pratiche, immagini e altro ancora non solo per una buona politica dell’amministrare, ma per una politica del cambiare le cose che sia “altra” e davvero cambi le cose, quelle che impediscono alla buona politica, anche quando c’è, di portare un po’ di benessere e felicità dove non c’è. Insomma oggi l’idea di una rete tra le territorialità urbane e di politiche di condivisione con le esperienze vive che agiscono in quelle dimensioni dovrebbe diventare una stella polare della politica

    Solo uno come Renzi può affermare che le elezioni amministrative sono un fatto locale. Certo sono un fatto locale che però dà rappresentazione all’intero Paese ed  è specchio della vicenda nazionale  e della storia  degli ultimi vent’ anni

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  • Il secolo delle donne

    A noi donne capita talvolta di venire  interpellate su una questione che riguarda la nostra storia: “Ma le donne che fanno? Dov’ è la loro differenza? In che si distinguono dall’operare degli uomini, soprattutto in quella sfera delle istituzioni e del potere pubblico che hanno voluto occupare?”

    Per quel che mi riguarda, la ritengo una domanda retorica, anche un po’ insopportabile,  di quelle in cui riecheggia una suggestione mitologica del femminile, l’dea di una qualità ontologica del loro essere donne, che dovrebbe indurle a farsi portatrici di una innata vocazione salvifica. C’è stato un periodo – anni ottanta/novanta del secolo scorso – in cui questa attitudine del pensiero femminile e femminista – un certo femminismo – era molto diffusa. Ora meno, perché le donne sono andate avanti, hanno sbaragliato ostacoli, conquistato postazioni, ci sono insomma, anche se  i problemi sono ancora tantissimi a, a cominciare dallo stesso paradigma della parità, il cui deficit, sul piano dell’applicazione, rivela obliquamente le molte contraddizioni di cui quella domanda retorica  è carica.

    Oggi abbiamo in Italia il parlamento  più rosa della storia nazionale, un esecutivo con molte donne, alcune delle quali collocate in ministeri chiave del governo del Paese,  e con la cruciale riforma della Costituzione – controriforma la chiamo io – affidata a una donna. Molto giovane, spigliata e attraente, che ha sfidato tutti – soprattutto la larga schiera di costituzionalisti contrari –  e alla fine ha potato a compimento – salvo il parere contrario dell’elettorato in sede referendaria – l’incarico che le  era stato affidato dal leader. Il Parlamento è  quindi un ottimo osservatorio per capire e valutare  che cosa significhi questa presenza e se effettivamente cambi qualcosa.  In realtà il cambiamento è più di immagine che di sostanza, e la presenza di tante donne si riduce spesso  a una questione di quote, che continuano a essere l’assillo delle donne, in una fase per altro in cui la democrazia langue – viviamo una fase di post democrazia – e le quote, da questo punto  di vista, non hanno certo prodotto scarti positivi .

    Oltre alle quote funziona oggi, a favore delle donne, anche la mossa politically correct del capo politico di turno. Visto che guadagnare consenso elettorale tra le donne ha dei costi, visto che le donne hanno fatto passi avanti per esser presenti, visto che molti preconcetti misogini, che, pur continuando a esserci, non hanno bloccato questa avanzata, la scelta di prevedere il rosa nelle squadre politiche ha ormai un notevole peso nelle strategie di conquista del consenso. Ma, alla fine,  tanta presenza  femminile può ridursi a un emendamento estetico, agito da di chi vuole giocarsi a tutto campo la carta donne come segno del rinnovamento e del cambiamento.  Tutto questo è  inevitabile perché mancano significativi percorsi di autonomia e di autonoma strategia politica da parte delle donne. Manca l’esercizio di esperienze condivise, che promuovano nelle donne la capacità e il coraggio di assumersi in prima persone le responsabilità, lo spirito critico, la capacità di distanziamento dal gioco imperante della politica politicante, della politica spettacolo, della politica convenienza di vita. Così tutto si riduce quasi sempre e un gioco di ruolo, del tutto intercambiabile,  tra uomini e donne. Con le donne che, come da copione,  continuano a stare più al seguito che in testa e appaiono più animate da spirito di servizio che spinte da capacità di farsi leader di scelte autonome. Oppure, alcune, alzano il tiro sul terreno del potere, mutuandone le modalità dalla parte maschile di riferimento e stando attente, nelle stesso tempo, a mantenersi entro i confini stabiliti dal capo, aspettando il proprio turno per fare il passo successivo.

    Dal ventennio di Berlusconi a oggi questa tendenza alla femminilizzazione della politica partitica e istituzionale ai vari livelli ha fatto dei significativi passi in avanti. Ma di pari misura si è depotenziato il senso di questa presenza, la qualità della differenza politica che  dovrebbe produrre e invece non produce. E questa è  anche una tendenza più generale, le cui tracce sono individuabili  un po’ ovunque, sia pure in forme diverse e, altrove, con eccedenze più forti e significative di forza femminile rispetto allo schema italiano.

    La storia di Illary Clinton, per esempio, oggi in lizza per la Casa Bianca, presenta in modo emblematico, proprio per la peculiarità del caso, i tratti di una storia femminile dove l’ambizione del potere si fa complice del potere stesso, quale esso è, e si misura su modalità dell’agire in campo pubblico che non si scostano dalle dominanti pratiche del potere stesso. Il tutto è poi  permeato, per quanto riguarda sempre Clinton, dal tradizionale tratto femminile –  che i cambiamenti scaturiti grazie al femminismo non hanno cancellato –  di una accondiscendenza, adattività o vera e propria complicità  femminile al potere maschile e alle sue regole.  E anche furbizia -che è il corrispettivo femminile della capacità tattica maschile – nello sfruttare tutte le occasioni che si presentano come riserva per il futuro, come carta che può venire utile domani,

    Il che è emerso nella storia dei rapporti di sesso tra l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e la stagista Monica Lewinscky  e nell’atteggiamento assunto da Hillary Clinton nei confronti del potente marito. La First lady infatti, quando il presidente non trovò di meglio da fare che negare l’affaire Lewinsky, prese le difese del marito e  quando lui fece un passo indietro e ammise la sua colpa, lo perdonò. Il tutto per evidenti convenienze di Stato, che riguardavano però non soltanto la salvaguardia del ruolo del marito ma anche le ambizioni personali della stessa First lady, già allora evidenti e dichiarate. Salvare il potente marito dandogli fiducia, poter continuarlo a frequentarlo come moglie fedele e devota  costituiva allora e ha costituito poi una scommessa  per il futuro. I fatti sono andati come sono andati e tutte le tessere sui cui Illary ha lavorato in questi anni si rimettono oggi a filo in vista della sfida per la Casa Bianca. La Prima Donna Presidente degli Stati Uniti: il sogno di una vita.

    Niente di cui meravigliarsi: tutto secondo le regole del potere e di come il potere, nel tempo che viviamo, ha strutturato il rapporto tra il personale e il politico, il pubblico e il privato,  per donne e uomini e nel rapporto tra i sessi. E di come le donne giocano la loro partita, le loro ambizioni e i loro desideri  negli scenari che anche grazie a loro sono così cambiati ma continuano a essere strutturati su rapporti di potere attraversati e performati dal nucleo duro di un di più di potere in mano agli uomini.

    Oggi, tra tanta presenza di donne e tra le tante contraddizioni che questa presenza produce e alimenta, stentiamo a capire in che cosa sia consistita quella che in altri tempi chiamammo la “rivoluzione più lunga” e di cui oggi stentiamo a ritrovare le tracce. La libertà femminile, dicemmo. E sicuramente la libertà delle donne è il grande deposito di quella straordinaria fase della tarda modernità, in cui la libertà si incarnò nel vissuto in rivolta di un numero incredibile di donne, capaci di metteere misero in piazza l’imprevisto di voler esser quello che erano. Ma la libertà oggi è di ognuna, per quello che ognuna può, capisce, mette in gioco. E’ un’altra libertà.

    Sulla scia di quello che Judith Butler dice del femminismo,  mi piace pensare che la differenza femminile  possa misurarsi, alla grande e radicalmente, con la questione della trasformazione sociale, con il senso delle cose, con  il prendersi cura della vivibilità del vivere e del valore delle vite immaginando strumenti per aiutare  il mondo verso nuovi valori e nuovi approdi. Lo scarto della politica, insomma.  Un’utopia? Forse, ma un’epoca come la nostra ha bisogno di utopie e di qualcosa di utopico si nutrono tutte le sparse e frammentate ma spesso impareggiabili  esperienze sociali e politiche, di incontro, confronto, messa in opera di qualche trasformazione, che, nonostante tutto, continuano a segnare positivamente la vicenda umana. Perché no, allora, una grande utopia femminista?

    (Scritto per il Paese delle donne on line il 10/5/2816)

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  • Il Presidente emerito e la riforma

    In concomitanza con le mosse che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi sta elaborando, in vista della grande sfida del referendum costituzionale – e che va annunciando in questi giorni con raffiche di artiglieria mediatica – l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – senatore a vita e Presidente emerito – fa anche lui la sua parte a sostegno della campagna renziana. Nella lunga intervista comparsa sul Corrieredella sera il 2 maggio, a cura di Aldo Cazzullo, Napolitano sposa infatti con fermezza il sì alla riforma e anche il sì alla identificazione di quel sì con la figura del capo dell’esecutivo, e dunque con la sopravvivenza del governo. Il realismo della sfera del “politico”, che, non da solo ovviamente, ma in grande parte, ha concorso a uccidere la politica, viene sempre fuori quando l’ex Presidente fa sentire la sua voce. Spiega anche Napolitano che nel fronte del no ci sono almeno tre posizioni o attitudini mentali: quella conservatrice, che non ammette modifiche alla Costituzione, che va bene così come fu concepita dai padri costituenti; quella politico-strumentale, messa in pista solo per colpire Renzi, colpendo la sua riforma; quella infine perfezionista, che è di quanti – soprattutto competenti per mestiere della materia – non si accontentano mai di nulla, in nome di un’astratta e irrealizzabile perfezione da raggiungere. Si capisce che lui è contrario a tutte e tre le attitudini ma particolarmente piccato dalla terza, che è poi il mondo dei professori.

    Giorgio Napolitano, da Presidente della Repubblica, in inusuale carica di secondo mandato, è stato anche una sorta di Lord Protettore di Matteo Renzi, nella fase della scalata al potere del nuovo capo del Pd, nonché in tutta la fase successiva; e delle riforme costituzionali, nella direzione che hanno preso col testo Boschi, è stato il mentore e l’ispiratore, non certo dell’ultima ora. Nella baraonda dei risultati elettorali del 2013 e di fronte alla convulsa richiesta, rivoltagli dai partiti allo sbando, di accettare un secondo mandato presidenziale, Napolitano mise sul tavolo, come materia per discutere il suo sì al pressante invito, la richiesta che il Parlamento assumesse l’impegno a che le riforme costituzionali fossero fatte. Quindi niente di nuovo sotto il cielo nell’intervista che Napolitano “ha concesso” al Corriere della Sera. Intervista che, per una parte, è anche a tutto campo: dall’Europa in crisi all’austerità che non passa; dalla Germania, che (lo dice Cazzullo ma Napolitano non è ovviamente d’accordo e lo contraddice) si fa un po’ troppo gli affari suoi, all’immigrazione, che è ormai un problema permanente; dalla Libia a Obama; da Mani pulite alle accuse di interventismo che allo stesso Napolitano vengano rivolte da varie parti. E via così.

    Ma il cuore dell’intervista è la riforma della Costituzione, detta anche deforma, da chi voterà contro, ma che bisognerebbe denominare meglio come controriforma, recuperando e riappropriandosi delle parole e risignificandole, prima che vengano del tutto cannibalizzate. Il testo Boschi infatti non deforma ma snatura, fino a uno stadio avanzato, il nesso costituzionale tra rappresentanza e sovranità popolare, tra rappresentanti e rappresentati, tra potenti e im-potenti, che era condensato negli obblighi della Repubblica Prima parte della Carta, e attivato nel voto, nella partecipazione al voto e nella ricerca di far pesare davvero e al meglio quel voto nelle scelte politiche del Paese.

    L’articolo 49 doveva essere questo – secondo lo spirito democratico della Costituzione – e non la pista per l’occupazione dello Stato da parte dei partiti. Come è avvenuto da un certo punto in poi – molto presto in verità ma allora, per altri motivi, i partiti erano “credibili”. Il voto come espressione del popolo sempre più invece è andato depotenziandosi ed è stato depotenziato nei fatti dalle scelte della politica partitica, svalorizzato politicamente, banalizzato a fronte dell’invocato primato dell’esecutivo o di una prassi di distanziamento crescente tra società, vita delle persone e politica. L’Europa c’entra come c’entra la svolta neoliberale di trenta anni fa, tanto per stare al calendario tanto amato dai rinnovatori renziani.
    La seconda Camera non è affatto cancellata con il testo Boschi, bisognerebbe ricordarlo all’ex Presidente, che per altro lo sa benissimo, e farlo capire da subito. Sussisterà, invece, con funzioni malamente definite, come spiegano una grandissima parte dei costituzionalisti italiani, che creeranno non pochi malintesi interpretativi e dunque anche allungamenti dei tempi, ricorsi e via discorrendo (ne abbiamo l’esempio con quello che è successo con un’altra frettolosa legge di modifica costituzionale, quella del Titolo V), e continuerà a costare più o meno o poco meno ci quanto sia costata sino ad oggi. La differenza vera e sostanziale sarà – dovessero gli elettori e le elettrici dichiarare il loro voto favorevole alla riforma – che al rafforzamento dell’esecutivo o, per meglio dire, della maggioranza del premier/leader (se, come vuole Renzi, col sì al referendum, la riforma si sposasse con l’Italicum), corrisponderà un ulteriore indebolimento del voto popolare. Questo è un punto essenziale.

    Autocrazia del sistema dei partiti, va chiamata e poiché i partiti sono entità ormai evanescenti e sempre meno, in quanto partiti, rispondono ai loro sostenitori, iscritti, attivisti e simpatizzanti – categorie anch’esse evanescenti o, quando ci sono, in transito per cercare a chi dare un voto utile, -voglio dirla come va detta: autocrazia di una casta fidelizzata al capo o ai capi di turno. “Deforma” tipicamente all’italiana, si può anche dire. Per questo tutti i “no” oggi sono importanti perché è dallo spazio che quei “no” potranno produrre che si può riprendere la discussione sulle necessarie riforme della Costituzione, sulla chiarezza delle funzioni, il monocameralismo secco accompagnato da un forte riequilibrio dei poteri, per esempio, e il valore della partecipazione popolare all’effettiva decisionalità delle scelte, immaginando come questo possa avvenire davvero – in opposizione a ciò che succede per vanificare l’istituto referendario – anche immaginando nuovi meccanismi istituzionali. E soprattutto ricostruendo tra le giovani generazioni il valore radicale che ha il principio della limitazione del potere verso l’alto e della sua rimessa a tema e a pratica democratica verso il basso. Nuova passione costituzionale va chiamata, da misurare sull’oggi ovviamente – ci sarebbe molto da discutere su questo – e in rapporto stretto col migliore costituzionalismo democratico del Novecento. che nella imitazione del potere aveva il suo baricentro.
    Napolitano la pensa molto diversamente? Mi piacerebbe che gli si potesse dire a un certo punto: “Pazienza Presidente: ce ne faremo una ragione. E’ il bello di avere una Costituzione come si deve”.

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  • Primo Maggio 2016

    “Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”].” Così scriveva il 26 aprile del lontano 1890 la rivista di Forlì “La Rivendicazione”. Perché questo era il primo maggio ai suoi albori: l’ esito di una lunga, lunghissima storia di mobilitazioni, lotte, sangue e repressioni, per affermare il diritto dei lavoratori alle otto ore di lavoro al giorno e allargare via via la tavola dei diritti del lavoro, di fabbrica e, più in generale, dipendente. Tenacemente, contro l’idea del lavoro a disposizione, che ora è invece – il lavoro a disposizione, precario e sempre più svalorizzato – il format che va di moda, l’unico che c’è, quando c’è. Quello che piace a Renzi e Marchionne, ma non solo a loro in verità, le responsabilità risalgono ormai molto all’indietro e se ne sono perse ormai le tracce
    Il primo maggio oggi è un concertone a piazza S.Giovanni e neanche più una nostalgia, tanto lontano è quel tempo e tanto mutato è il lavoro.
    Il mutamento del lavoro: questo il punto da cui ripartire, in termini di analisi e di proposte, di politica e di organizzazione di qualcosa di serio. La modernità avanzata, grazie alla soggettività operaia e alla forza del movimento operaio, aveva conosciuto un processo di socializzazione e de-mercificazione dell’economia, con lo sviluppo di un moderno stato sociale e del riconoscimento del diritto del lavoro e dei diritti dei lavoratori. In Italia il lavoro a fondamento della Repubblica in Costituzione. Ora sembra una favola antica o un’ingenua illusione di vecchi signori. Che invece allora erano giovani..
    Svalorizzazione del lavoro e abbattimento delle prestazioni sociali, che caratterizzano duramente il tempo presente, stanno insieme e hanno cambiato tutto, mentre è cresciuta a dismisura la forbice tra l’alto e il basso della ricchezza Mettere al centro il reddito di cittadinanza o forme analoghe di ridistribuzione della ricchezza è un passo essenziale per risocializzare e de-mercificare l’economia, rispondendo alle gigantesche trasformazioni che hanno investito il mondo del lavoro, spinto una grande quantità di giovani nella trappola del ricatto del lavoro a qualsiasi condizione e bloccato il futuro per le nuove generazioni. E’ il passo essenziale per far rinascere, connotare, legittimare una nuova idea e proposta e politica di sinistra.
    Se il primo maggio ha ancora senso è di pensare a come uscire dalle trappole dello smisurato dominio dell’economia e della sudditanza senza limiti della politica a questo dominio. E’ un giorno nato all’ insegna del conflitto, di cui c’è ancora un essenziale bisogno, e della solidarietà sociale, anch’essa fondamentale come non mai.
    Oggi la mia solidarietà va al corteo sindacale di Genova e a Nuit debout di Parigi, un conflitto aspramente sociale nel cuore dell’Europa finaziarizzata e austerizzata, di cui nessuno parla. E anche ai ragazzi e alle ragazze che vanno a sentire il concertone di Roma. Perché la musica è sempre una bellezza del cuore. E va infine a chi ha nostalgia del Primo maggio di allora, che era una festa davvero bellissima.

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  • Trivelle

    1) Rimangono tutte valide le ragioni per cui, quelli e quelle che l’hanno fatto, si sono impegnati contro le trivelle. E’ un’idea di futuro, di mondo, di relazioni col territorio, di civismo e responsabilità, da assumere insieme, rispetto a ciò che abbiamo in comune e tale deve restare, o tornare a essere bene in comune. Come tale da difendere e proteggere dalla longa manus degli interessi privati e degli scambi tra poteri pubblici e ingordigie private. E soprattutto un ” in comune” da mantenere ben fermo, per altre occasioni, alla faccia dei gufi che dicono che “agli italiani” sta bene così come dicono loro.

    2) La scadenza referendaria è stata ignorata programmaticamente e ostinatamente dal servizio pubblico, quello per cui tutti e tutte noi paghiamo il canone di abbonamento. I dati forniti dall’Agcom parlano chiaro. La prima rete, quella che più di tutte entra nelle case “degli italiani” ha dedicato alla scadenza, nei due mesi decisivi precedenti l’appuntamento del 17 aprile, un’ora e qualche minuto, mentre il premier occupava tutto lo spazio con una potenza di chiacchiere sull’inutilità del voto al cui confronto Berlusconi appare oggi un moderato signore di altri tempi, nonostante che Renzi ne segua così bene le orme, le movenze, le intenzioni di Terza Repubblica della spoliticizzazione trasversale – senza Costituzione e senza distinzione di niente che non sia il mantra leopoldino tra gli innovatori e i gufi.

    3)Questa questione del silenzio televisivo sul referendum, che l’organismo di controllo preposto non ha fatto nulla per bloccare, ci rimanda all’elemento di fondo che dobbiamo mettere in risalto per contrastare lo spocchia renziana sul referendum costituzionale di ottobre. La Costituzione ci serve non solo perché nasce come nasce – e per un Paese come il nostro ricordarlo non è poca cosa – ma soprattutto perché la Costituzione come Renzi l’ha ridisegnata con la legge Boschi perde del tutto il suo carattere di strumento di contenimento del potere e dei poteri, di garanzia della terzietà di se stessa e degli organismi dello Stato, di argine alla spoliticizzazione della vita pubblica, destinata a essere dominata sempre più dal grande circo mediatico, prono davanti a Renzi come mai lo era stato prima. Che il Presidente Mattarella abbia votato in serata è la testimonianza plastica di questa fuga delle istituzioni dal loro dovere di terzietà rispetto a scadenze istituzionali, per non parlare dell’ex presidente Napolitano. E di Renzi ovviamente, che del no ha fatto la sua campagna personale, D’altra parte lui sta sempre sulla corda della propagande elettorale per depistare l’attenzione pubblica rispetto alle misure concrete che prende mentre il circo mediatico discute e fa discutere soprattutto delle sue performance chiacchierose, come direbbe il bambino del petaloso

    4) Il silenzio sulla realtà delle cose continua oggi ostinato, all’indomani del 17: il circo mediatico riduce tutto allo scontro tra Renzi e Il governatore della Puglia, Emiliano, ignora il lavoro fatto dalle associazioni ambientaliste, i comitati del sì, la sinistra che tenta di non sparire e qualche beneficio non secondario ai risultati lo ha sicuramente dato. Conviene al sistema della spoliticizzazione avvelenare i pozzi e far sparire tutto quello che non rientra nello schema delle beghe interne tra il leader che vuol cambiare le cose e i malpancisti del suo partito. Che tra l’altro sono ormai di un patetico da stramazzo mentale.C’è stato invece chi ha organizzato una campagna nel merito delle cose, coinvolto forze giovanili, messo a disposizione incontri di coinvolgimento popolare. Tutte cose che sicuramente, come tante altre cose contribuiranno a alimentare quella cultura ambientalista di cui l’Italia ha ancora molto bisogno,

    5) Il governo è diventato l’unico comitato per il no e si è servito di una potenza di fuoco che è soprattutto il potere che riveste e la corte di fidelizzati che lo seguono. Semplicemente questo. Il potere appunto. Golia e Davide, direbbe la mia nonna, laica e proto-femminista, che ce lo raccontava sempre quell’emblematico mito biblico per farci capire tante cose. Ma i risultati del referendum se dicono che ha vinto l’astensione dicono anche che c’è un bel numero di persone non disponibili a farsi abbagliare dai trucchi di Renzi. Pare, in assoluto, che questo numero ammonti a più di quelli del mitico 40% alle elezioni europee di cui Renzi si vanta in continuazione.
    Insomma Il premier a me sembra prigioniero di se stesso e della propria supponenza, tipica del guascone che lui è e della crisi della politica che gli ha reso possibile scala re il potere e che lui stesso alimenta, perché è l’unico modo perché la sua guasconaggine resti là dove è arrivata.
    Auguri a chi pensa che la politica sia altro. Io ho in mente le Nuit debout francesi.

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  • Maria Elena Boschi, la revisione costituzionale e le cose che non avvengono per cas

    Il forte depotenziamento a cui è stata sottoposta la rappresentanza politica non è certamente da attribuire soltanto alle ambizioni egemoniche di Matteo Renzi né alla sua pessima riforma costituzionale. Il cerchio magico della Leopolda, guidato da Maria Elena Boschi, ha semplicemente portato a compimento, per quanto riguarda il nostro Paese, un processo di restaurazione più o meno diluito nel tempo, ma ostinatamente pervasivo, oltre che segnato da vari passaggi traumatici, di cui, come per molte altre cose, si perde la memoria, perché così operano i dispositivi delle nuove forme di dominio del capitalismo.

    Nel modo in cui sono stati veicolato e fatti assimilare questi dispositivi, è possibile rintracciare quanto di suo ci abbia messo anche la sinistra italiana, per far passare e rendere adattiva l’opinione pubblica e soprattutto il sentimento del “suo popolo” alla nuova logica economico-sociale, che si era affermata In Occidente fin dalla fine degli anni Settanta. Una sinistra sempre meno di sinistra, sempre più soggiacente alla logica neo-liberale e del tutto incapace di misurarsi con la “nuova ragione del mondo” che, sotto l’ impulso dei teorici raccolti in particolare nella famigerata – per noi gente di sinistra di quegli anni – Trilateral, divenne il modo nuovo di pensare e realizzare i rapporti sociali, valutare il ruolo delle istituzioni, mettere al centro della vita individuale e collettiva il principio della competizione e dell’ asservimento dello Stato al mercato. Il depotenziamento del costituzionalismo democratico nasce in quegli anni, “troppa democrazia” si diceva nelle sedi, nei circoli, nelle scuole economiche, nei think tank dei gruppi dominanti – tra cui appunto la Trilateral. E tutto questo lavorio fu decisivo per cambiare nel profondo il corso delle cose e soprattutto il modo di pensare le cose perché presto produsse potenti performance politiche a cominciare da quelle del presidente degli Stati Uniti Donald Reagan e della premier britannica Margaret Tatcher, Furono loro i primi ad avviare ricette economico,sociali volte a rompere il ciclo ascendete del secondo dopoguerra caratterizzato da conquiste sociali,messa a punto di nuove tavole dei diritti, comprovata capacità di contrattazione dei movimenti sindacali sul terreno del sostegno del mondo del lavoro e dei ceti popolari Mettere sotto scacco la democrazia rappresentativa fu il punto nodale della controffensiva neo-liberale e il formidabile punto a vantaggio che questa controffensiva segnò fu la conquista della sinistra “alla nuova via”. Tony Blair, che nel 1997 riportò al governo del Regno Unito il Labour, dopo diciotto anni di egemonia conservatrice, divenne il mentore della Terza via e del New Labour, dove il nuovo era rappresentato dal forte spostamento verso le ricette neoliberiste e l’abbandono delle vecchie ricette di solidarietà sociale.

    Bisognerebbe rivedere il film all’ indietro della storia occidentale, oltre che italiana, per capire come siamo arrivati al punto in cui siamo e non meravigliarci troppo se in Italia si liquida la Costituzione a Parlamento dimezzato, nel tripudio o nel silenzio complice di gran parte di quel che resta o si dice ancora di sinistra. Ci sono le eccezioni, ma mai come su questo terreno le eccezioni rischiano non solo di apparire ma di essere solo residuali.Renzi ha trovato le condizioni migliori per condurre a termine l’operazione di formalizzazione anche sul piano “costituzionale” il lungo processo di indebolimento della Costituzione. Nei fatti, bisogna dire di “decostituzionalizzazione” del Paese. L’articolo 11: chi se lo ricorda?

    Formalizzare un tale passaggio però non lascerà le cose soltanto come già sono. Se il referendum confermativo della legge Boschi, previsto per il prossimo ottobre, dovesse dare ragione a Matteo Renzi, si dovrà dire che il processo di revisione costituzionale è alla fine arrivato al punto essenziale – ma non definitivo, c’è da temere – di un sostanziale mutamento di quegli assetti istituzionali che la Costituzione del 1948 stabiliva e che la politica – quella di sinistra con colpevole convinzione, la politica nel suo complesso sempre con grave insipienza e non da ultimo tutta con crescente trasversalismo delle proposte – ha di fatto considerato o un ingombro per la governabilità del Paese o un aspetto non essenziale della democrazia rappresentativa.

    Parliamo sia della rappresentanza politica sia, in specifico, della natura parlamentare della Repubblica italiana, di cui la legge Boschi modifica assetti e funzioni, soprattutto significante e significato. Dal Parlamento come legislatore al Parlamento come confermatore di quanto già deciso dal governo. Dal parlamento della rappresentanza politica al Parlamento del gioco della lobby, E così via.E’ stato sicuramente quello berlusconiano il ventennio decisivo per l’accelerazione del revisionismo costituzionale. Il ventennio della banalizzazione mediatica delle regole istituzionali, della riduzione della rappresentanza al fenomeno invero disgustoso del castismo e della demagogia a basso costo, mentre infuriava la devastante crisi economico-sociale che ha messo sotto shock l’Italia e gran parte dell’Europa, dando fuoco al rancore popolare e alla caduta libera della fiducia verso il Parlamento, il sistema politico, l’insieme dei partiti.

    Ma la storia del revisionismo costituzionale va oltre quel ventennio, non mi stancherè di ripeterlo: era già cominciato da tempo anche in Italia, ed è doveroso il riferimento al decreto voluto da Bettino Craxi nel 1984, contro il cosiddetto punto unico di contingenza, cioè il meccanismo egualitario alla base degli scatti di allora della scala mobile. Serve a ricordare una stagione decisiva, in cui si andarono modificando strutturalmente i rapporti di forza nel Paese e si attenuò da allora fino a sparire il ruolo costituente che il riferimento alla Costituzione aveva avuto, nell’opera di colmatura che in suo nome era avvenuta, su alcuni terreni importanti. tra costituzione formale e costituzione materiale. Opera decisiva negli anni sessanta e settanta del secolo scorso: è per esempio del 1970 lo Statuto dei lavoratori che il renziano Jobs Act ha messo definitivamente sotto scacco mentre da allora è cresciuto un precariato e una precarizzazione della vita a cui – per tanti motivi che varrebbe la pena di mettere a tema per uscire anche dall’’attaccamento meramente nostalgico o ideologico a certi paradigmi del Novecento – la stessa Costituzione non era più in grado di dare risposte.

    L’azione di colmatura di quel gap avrebbe via via subito battute d’arresto, soprattutto dopo un passaggio d’epoca da situare tra il 1981 della Fiat e, appunto, il 1984 di San Valentino, cioè la sconfitta di quello che era allora il cuore pulsante del fordismo operaio e l’eliminazione del meccanismo simbolo della cultura egualitaria di cui allora la sinistra andava fiera oppure che spesso doveva accettare obtorto collo. Poi cominciarono ristrutturazioni, dislocazioni finanziarizzazione a tutto campo e altro ancora.

    E oggi Maria Elena Boschi che ci spiega che con la sua Costituzione “gli italiani” staranno meglio. Ahinoi, oltretutto una donna? No, assolutamente nell’ordine delle cose.

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  • Caso Regeni: se il lutto diventa politica

    Ieri o l’altro ieri in Tv, in uno dei tanti fuggevoli servizi sugli statici “passi avanti” delle indagini egiziane circa la morte di Giulio Regeni, mi è capitato di vedere una signora di quel Paese che ci parlava.Aveva l’aria molto addolorata ed esprimeva la sua vicinanza alla signora Regeni. Lo faceva con molta forza, dicendo di sapere bene il dolore di quella madre e di condividerlo. Anche suo figlio, ha spiegato a un certo punto, trattenendo il pianto, è finito nei meandri mortiferi della repressione, che è terribile in Egitto e colpisce tutti, i giovani in modo particolare.
    Non a caso colpisce i giovani, bisogna sottolineare – sono loro che possono cambiare davvero le cose – e basta poco perché essi divengano oggetto della repressione. Mi è sembrato, l’atto di quella signora egiziana, di un coraggio inaudito.Un atto dettato forse anche per lei dalla forza interiore di trasformare il lutto personale in un’azione pubblica. Perché di quel figlio non venga dispersa del tutto la memoria.
    E oggi, mai come oggi, dire la verità è anche il primo passo perché politica ci sia. Il secondo è che alla verità si risponda con atti di verità
    Oggi su “Pagina 99” Luigi Manconi scrive che il discorso che Giulia Regeni ha pronunciato, nel corso dell conferenza stampa al Senato, qualche giorno fa, non è stata una testimonianza ma una “denuncia d’acciaio”. Nei giorni scorsi io stessa ho scritto che quelle della signora Regeni sono state parole al diamante, nel senso di qualcosa che fa luce intorno, disperdendo la montagna di indecenti costruzione di comodo che le autorità egiziane hanno ammannito alle autorità italiane; e di qualcosa che ha una forza perforante, che vuole arrivare ovunque e che nessuno può far finta di non aver capito. Giulia Regeni l’aveva detto subito,alla notizia della morte del figlio, quando aveva parlato di “lutto necessario”: non dimensione di dolore intimo, personale, domestico, ma arma politica perché giustizia sia resa.
    Ho avuto occasione di parlare in questi giorni con Ilaria Cucchi, della sua straordinaria vicenda perché giustizia sia resa al fratello, ammazzato in un luogo dove dovresti essere sotto tutela dello Stato e invece ti può capitare di essere brutalizzato di botte e lasciato a morire. Può succedere anche in uno Stato di diritto come il nostro, che però, guarda un po’, non prevede il reato di tortura e dove, perché giustizia sia resa, quando ci siano di mezzo come possibili colpevoli i corpi dello Stato, lo Stato di diritto traballa da tutte le parti. Dice Manconi che c’è ormai una storia italiana fatta di molte madri e familiari di vittime di violenze, “diciamo così, dice Manconi di “Stato”. o comunque di “tragedie di cui non si conoscono i responsabili o, infine di pratiche illegali da parte di apparati pubblici e privati”. Una storia italiana, ne parlavo anche con Ilaria Cucchi, dove alla latitanza dello Stato, allo Stato che si sottrae al suo dovere di tutela, protezione e restituzione di giustizia nei confronti di suoi cittadini colpiti dalla violenza dei suoi stessi corpi, apparati o vedete voi, si sostituisce l’azione, spesso ostinata come un chiodo conficcato nel cuore, di madri, sorelle, familiari. Qui in Italia ci sono “voci pubbliche”, come quelle di Luigi Manconi, che possono aiutare, magistrati che possono ricominciare daccapo e sanno farlo, opinione pubblica che può farsi sentire liberamente.
    La signora Regeni perché giustizia sia resa a suo figlio sa che tutto è soprattutto nelle mani del governo italiano. E’ il governo italiano che non deve desistere di fronte agli evidenti tentativi del Cairo di depistare e chiudere la faccenda . Gli investigatori italiani mandati in loco hanno detto con chiarezza quello che dovevano dire, idem il Procuratore Pignatone che ha in carico la vicenda, idem l’équipe italiana che ha fatto l’autopsia del corpo straziato di Giulio. E’ Renzi che ormai ha nelle mani tutti gli elementi della vicenda e che tutto deve fare perché Al Sisi risponda. Che faccia il suo, dunque il premier Renzi. Se lo aspettano Giulia Regeni e la sua famiglia. Ce lo aspettiamo in moltissime e moltissimi.

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  • Francia: resistenze costituzionali

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    La Francia ha respinto la proposta del presidente Hollande di modificare la Costituzione inscrivendovi lo stato di emergenza e il conseguente depotenziamento dello stato di diritto, attraverso la revoca della cittadinanza a chi, di “etnos” non francese, islamici insomma. si rendesse responsabile di atti di terrorismo. Su questo punto, la prima versione era stata secca, senza eccezioni. Ma poiché la decisione strideva con una norma del diritto internazionale, che vieta di ridurre una persona allo stato di apolide, il governo, con un voto passato in un primo momento nel solo Senato, aveva modificato la norma, rendendone oggetto solo chi fosse dotato di doppia cittadinanza.
    Già mesi fa il Consiglio di Stato si era fatto decisamente carico della decisione del governo, respingendo il ricorso della Lega francese per la difesa dei diritti dell’uomo.
    Tuttavia nella norma c’era il difetto di essere in contrasto col principio francese dell’égalité, poiché la cittadinanza binaria creava una doppia categoria di cittadini, diversamente punibili a parità di crimini.
    Tutto questo è avvenuto in uno dei Paesi chiave dell’Europa, orgoglioso della sua tradizione repubblicana e dei principi ordinamentali che lo guidano. Ed è avvenuto in nome della sicurezza: securtity state versus stato di diritto, che è anche il mantra ricorrente negli abominevoli talk show italiani, molto infervorati, in questi tempi di agguati terroristi, a far passare l’idea che sì, in fondo, la sicurezza val bene qualche limitazione delle nostre libertà e dei nostri diritti.
    Non c’è invece scambio possibile tra la libertà e la cosiddetta sicurezza, quella che il potere è pronto a elargire in chiave di militarizzazione dei territori, delle menti, dei cuori, nonché, ovviamente, tutta nelle mani degli apparati dello Stato. In Francia, all’indomani del presidenziale proclama di guerra (contro lo Stato islamico) e dopo l’ appello alla salvezza nazionale tramite le modifiche costituzionali, il primo ministro Emanuel Valls aveva dichiarato che lo stato d’emergenza avrebbe avuto soltanto un valore simbolico. Forse il primo ministro voleva fare il furbo o forse fingeva di non sapere il carattere invasivo e performativo di certi messaggi e la forza di adattività che essi producono nell’opinione pubblica, soprattutto quando sia soggiogata da emergenze inaspettate e fuori misura o che tali appaiono agli occhi di cittadini e cittadine terrorizzati e sotto shock, che rischiano per questo di perdere il senso di quello che ancora sono nei confronti dello Stato. Cittadini, appunto, e non sudditi fidelizzati dalla riconoscenza per essere protetti. Come può accadere sempre più spesso e sempre più insidiosamente accade di fronte a fatti di terrorismo che toccano da vicino i Paesi europei. Come sottolinea GiorgioAgamben, è bene ricordare che lo stato di emergenza è il dispositivo attraverso il quale i regimi totalitari si sono insediati in Europa e, come ci insegna la storia, questo non avvenne all’improvviso ma passo dopo passo, soprattutto in base all’interpretazione che il potere dava delle emergenze di quegli anni tragici, senza che parlamenti e opinione pubblica trovassero la forza di opporsi.
    Il riferimento può apparire estremo ma è tale solo fino a un certo punto. Tutto all’improvviso può cambiare. Già sta cambiando, d’altra parte. La latenza dello stato di emergenza – è la storia, quella italiana in modo particolare, a dircelo – è insita negli stessi regimi democratici. Oggi più che mai la sapienza del presente e del futuro ha le sue radici nella conoscenza del passato. La deriva verso la creazione di una relazione sistemica tra terrorismo e Stato di sicurezza è oggi un rischio concreto.Paura e terrore che si alimentano a vicenda possono diventare la base di legittimazione della nuova performance del potere statale. Di questo ci parla anche una politica estera imperniata su mosse belliche degli Stati che alimentano quello stesso terrorismo che all’interno di ogni Paese devono poi contrastare. Per non parlare di altro, come la vendita delle armi.
    Ma oggi possiamo almeno dire viva la Francia. Dopo quattro mesi di discussione e 63 ore di dibattito parlamentare, Hollande ha dovuto ritirare la sua proposta. Neanche la destra ha votato la sua richiesta: non certo per spirito democratico, visto che si trattava di misure conformi a quelle che la stessa destra ha più volte avanzato nel dibattito pubblico e in sede parlamentare, ma perché non ha voluto offrire il salvagente di un rilancio a un presidente di nuovo in caduta libera nei sondaggi e che, nei proclami muscolari del dopo il 13 novembre, si era giocato anche la possibilità di un futuro nuovo mandato presidenziale.
    Il dibattito in Francia è stato costellato, nei mesi scorsi, anche da vari interventi di esponenti del mondo politico istituzionale contrari alla linea di condotta di Hollande. L‘atto politicamente e simbolicamente più dirompente erano state le dimissioni senza possibilità di ripensamenti della ministra della Giustizia Christiane Toubira, all’indomai della decisione del governo di revocare la cittadinanza a un cittadino franco-alegerino giudicato colpevole di terrorismo. Christiane Toubira fa parte dell’ala sinistra del partito socialista francese e ha avuto parole molto nette di critica alla proposta del governo. Anche la sindaca socialista di Parigi Anne Hidalgo ha parlato contro e ugualmente hanno fatto il ministro dell’economica Emmanuel Mocron e l’ex premier Jean Marc Arault, attualmente ministro degli Esteri. Il Parlamento – Assemblea nazionale e Senato – hanno alla fine fatto la loro parte, dimostrando che certi luoghi della rappresentanza democratica possono ancora esercitare la funzione di controllo e decisione democratica loro assegnata. E’ particolarmente importante oggi sottolineare questo aspetto proprio perché à evidente quanto gli istituti della rappresentanza democratica siano sempre più messi sotto scacco dal combinato disposto della ratio neo-liberale, che della democrazia non se ne fa proprio niente e la riduce a banalità residuale, e della caduta nel vuoto pneumatico di gran parte delle classi dirigenti europee.
    Potrebbe fare oggi una mossa coraggiosa anche il Parlamento italiano. Non sarebbe male. Per esempio pretendendo che in sede parlamentare fosse chiamato il governo per un dibattito di quelli seri, senza scappatoie per nessuno – e conseguenti decisioni – all’altezza della complessa problematica che il caso Regeni solleva. Problematica che nasce dalla stridente combinazione tra, da una parte, politica estera, alleanze e business in altri Paesi dell’Italia, sempre più nelle mani dell’esecutivo, e, dall’altra, difesa dei principi ispiratori dello Stato che la Costituzione stabilisce e diritti alla tutela dei cittadini e al rendere loro giustizia, che la Repubblica garantisce. Questo soprattutto dopo il discorso al diamante che la madre di Giulio Regeni ha fatto sull’obbligo che il lutto privato per vicende come quelle che hanno ucciso suo figlio diventi misura della cosa pubblica e delll’obbligo dello Stato di rendere giustizia a un suo cittadino.

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