• Quando la liberté assume la grinta maschil-statale del divieto in ossequio al “principio” dell’incompatibilità con il “nostro” modo di vestire

    Lungi dall’essere “solo” un costume da bagno, il burkini è “espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”, quindi è “incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica”. E’ la presa di posizione del premier francese Manuel Valls, che esprime così il suo sostegno al bando emesso da alcuni comuni francesi contro il costume per donne musulmane che copre l’intero corpo (il nome burkini dalla contrazione tra burqa e bikini)

    Così la cronaca. Che dire di fronte a tanta prosopopea maschile in tema di libertà, valori, civiltà europea? Per di più prosopopea di un capo di governo, che dovrebbe avere l’obbligo, per ruolo e funzione, di pensare in senso lato alla multiforme realtà sociale del suo Paese. Burkini come asservimento della donna, quindi incompatibile con quei valori di cui sopra.Ma la Francia, sulla questione del velo, da tempo è andata elucubrando un’idea della libertà femminile assai discutibile. Allora, il burkini, è quella roba là che dice Valls? Che è simbolo della sottomissione della donna, incompatibile con i valori francesi?. E invece il divieto di Stato sul burkini che cos’è se non la versione nostrana della stessa antica misoginia patriarcale di sottomettere le donne alle regole del vestire, – l’ossessione delle regole del vestire è stata elemento di fondo del patriarcato anche occidentale e oggi si riversa sul vestire differente. Ho visto in Tv un’atleta egiziana che ha riscosso molto successo ed era vestita col suo burkini ma esprimeva nel volto e nel modo di porsi la grande felicità della sua libertà di partecipare ai giochi.

    I percorsi della libertà femminile sono diversi e complicati. Le regole del vestire hanno ossessionato sempre la misoginia della società. Tra le tante altre regole che le donne dovevano subire. Misoginia odierna di Stato che fa finta di non capire che oggi tra le donne che indossano il burkini ce ne sono – molte o poche non importa – che lo fanno per scelta, perché vogliono farlo, e più ci sono divieti più crescerà la spinta all’appartenenza comunitaria. Altre un po’ e un po’ e non sanno come procedere ma certo saranno anche loro ostili alle ingiunzioni di Stato. E poi ci sono quelle che subiscono.ma ci sono anche ragazze e signore, che hanno scelto di vestirsi al’occidentale. lo hanno saputo o potuto fare, perché anche quel mondo è complesso e articolato. Lo sappiamo.

    Quelle che subiscono, se vogliono, troveranno la strada, chiederanno aiuto, vedranno come fare, nella “libera Francia”e altrove . Non voglio dire quello che penso sulle cose che sto ascoltando in questo momento compitamente enunciate da una conduttrice circa il fatto che quel vestire è un format simbolico che allude alle performance jihadista. Circo mediatico come accademia del sentito dire, insomma. In tutto questo non mi resta che lodare per davvero la prudenza del ministro Alfano e dello stesso Renzi, che hanno detto e ridetto le cose elementari che vanno dette. Pensate un po’

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  • Costituzione a rischio di dissovenza?

     

    COSTITUZIONE A RISCHIO DI DISSOLVENZA? ‪#‎iovotoNO‬
    Perché la cosa ci riguarda —

    Il grande circo politico-mediatico, in queste settimane, parla molto – sia pure quasi sempre a sproposito – della Costituzione e della riforma costituzionale. Nel negativo caso di conferma referendaria, la riforma – o deforma, come la chiamano alcuni irrispettosi esponenti del “no”, o controriforma e basta, come la chiamerei io – apporterà mutamenti di sostanza all’intera seconda parte della Carta- ben quaranta articoli – con conseguenze non irrilevanti, costituzionalmente parlando, a vari livelli. Confermando intanto, e in modo decisivo, la già di fatto esistente preminenza dell’esecutivo sulle rappresentanze parlamentari, che diventerebbe pressoché assoluta se la riforma andasse a braccetto con l’Italicum. Ma occorre anche insistere sul fatto che è la tendenza di fatto il vero rischio in atto, anche a prescindere dalla legge elettorale, e che la controriforma sancirebbe questa tendenza come ormai assodata e acquisita, senza che neanche lontanamente si prevedano meccanismi di contenimento e bilanciamento del potere dell’esecutivo. Ma anche sulla famosa prima parte, quella dei “Principi fondamentali”, bisogna mettere in chiaro le cose. Perché se tutti, a cominciare dall’attuale capo del governo, dichiarano che, “ovviamente”, la prima parte non è toccabile, sappiamo invece che proprio quella parte è già ridotta a pura rimanenza letteraria di astratti principi, che non trovano nessun riscontro nella vita concreta delle persone né, politicamente parlando, nella attivazione di meccanismi di reale contrasto alla continua svalorizzazione del lavoro, alle variegate ingiustizie sociali che assillano il Paese, alla crescente pauperizzazione di vaste fasce della popolazione. E mettiamoci anche l’articolo 11, affinché qualcuno ricordi che il “ripudio della guerra” ancora sta scritto in quella pregnante ma ormai dimenticata prima parte.

    Che fa la politica se non sta alla Costituzione? Che può fare la Repubblica senza la politica? Un bella domanda, mai come oggi attuale, di fronte alla crisi della politica istituzionale, dei partiti, delle rappresentanze parlamentari.

    Leggi e meccanismi di contrasto, dunque, di cui ci parla lo straordinario articolo 3 della Costituzione italiana, e che la Repubblica, se ci fosse una politica costituzionalmente orientata, potrebbe e dovrebbe mettere in atto e invece non può più garantire. Perché non basta un testo, ancorché cristallino su questi problemi, come è la nostra Costituzione. Da tempo la legge fondamentale non costituisce più un vincolo e un riferimento per la politica. La politica l’ha abbandonata, se n’è andata per conto suo. Con la “riforma” boschiana sarà confermata non solo questa mortifera tendenza – già resa evidente e confermata dalle ultime riforme su lavoro, scuola e altro, che l’attuale governo è riuscito a mettere all’incasso – ma risulterà anche evidente che qualsiasi nuovo governo, mai come oggi, mai dopo la prova di forza voluta da Renzi, potrà fare come vuole con quel che rimarrà della Carta. Per adattarla via via alle esigenze sempre nuove del momento, per rispondere a nuove richieste dell’Europa o far finta di niente di fronte a allusioni e sollecitazioni di stampo neoliberale, che società finanziarie come JP Morgan, hanno fatto e fanno, circa l’eccesso di democrazia di cui la Costituzione italiana e altre di tipo antifascista, soffrirebbero. Una ardita ingerenza sempre pudicamente taciuta, lasciata passare – rimossa e dunque banalizzata – dal dibattito pubblico. Hanno probabilmente paura di dover ammettere che sì effettivamente il problema che hanno i governanti italiani, complice il sistema mediatico che ruota loro interno, è proprio di dover “ridimensionare” la democrazia. E dunque non si può dire, ma JP Morgan, vedi un po’, ha ragione.

    Un esempio illuminante di questa ormai consolidata tendenza, che il nuovo governo ha solo portato alle estreme conseguenze, è stata la modifica dell’art. 81 della Costituzione, avvenuta sotto i governi di Berlusconi (il quarto) e Monti, nella seconda metà della XVI Legislatura, proprio nel bel mezzo della crisi dello spread e dell’invocato stato di emergenza, che è stata una tappa decisiva nell’affermare la tendenza alla preminenza – senza regole, se non quelle da stato di emergenza – dell’esecutivo. In quella occasione non colpì affatto, ma avrebbe dovuto invece colpire fortemente, la leggerezza con cui una modifica costituzionale di tal peso fu adottata dal legislatore( 90% circa dei consensi), e tutto avvenne in tempi da record, alla faccia degli ingombri insormontabili del bicameralismo perfetto che ci vengono continuamente ammanniti per spiegarci la giustezza della, per altro falsa, cancellazione del Senato nonché l’egualmente falsa riduzione delle spese che dalla cancellazione deriverebbe. Tempi da record per la modifica costituzionale dell’articolo 81, dunque e, soprattutto, disponibilità della classe politica italiana ad andare ben oltre le stesse richieste di Bruxelles. L’Ue infatti imponeva sì all’Italia di adeguare i bilanci di spesa al Fiscal Compact ma non prevedeva che un tale vincolo dovesse essere adottato addirittura a livello costituzionale. Roba da matti, per dirla chiara, una scelta scriteriata che è passata nell’opinione pubblica come acqua fresca, grazie alla grancassa mediatica, ai ricatti politici del baratro che si apriva, all’ignavia delle classi dirigenti. E al depotenziamento ormai avvenuto del significato politico e sociale di avere una Costituzione a impedimento che i poteri costituiti facciano quello che vogliono. Punto essenziale da mettere in chiaro: non amiamo i governi costituenti. Di questi tempi, poi.

    L’accidioso spirito del tempo, il contagioso, dilagante senso comune, alimentato dalle facili demagogie del potere, nonché l’ignavia dei chierici, mi piace dire con lessico antico, tutto insomma lavora da tempo a un processo di rarefazione e banalizzazione del nocciolo duro della Costituzione. Processo che si rafforza grazie alla potenza performativa del sistema politico-mediatico, che spinge e convince ad accettare su tutto la vulgata dominante. Che è quella di chi ha in mano Palazzo Chigi. La vulgata delle continue tiritere di cui ci dilettano governo e entourage. Non è un caso che Berlusconi e Renzi abbiano così tanti tratti in comune. Il nuovismo, in primis, che è cosa assai diversa dal rinnovamento. Il nuovismo ti fa dire tutte le sciocchezze che vuoi, tanto dietro a te non c’è nulla e nessuno. Il rinnovamento ti fa fare i conti con il passato e i suoi fantasmi. Che ancora affollano il presente.

    Domina ormai nel discorso pubblico, una sorta di cattedra unica del pensiero – il conformismo rispetto a come oggi stanno le cose. Conformismo che divarica il linguaggio politico tra l’adattamento su tutto al meanstream narrativo dominante, da una parte, e la facile demagogia di chi sdogana tutto per occupare il suo posto al sole, dall’altra. Non c’è invece spazio per il pensiero critico, l’azione critica, un’idea di sottrazione al conformismo e di proposta di cambiamento che abbia la forza di sparigliare e dare un ordine diverso alle cose. Un distanziamento e un guardare le cose da un altro punto di vista. Farsi altre domande. Gli unici che ci hanno provato, almeno a sparigliare – con l’uso della rete, col concetto – per altro rimasto confuso – dei rappresentanti/cittadini, con l’idea anche essa non chiarita della democrazia diretta, ma suggestiva, oggi, per i guasti smisurati da cui è segnata la democrazia rappresentativa – sono i Cinque stelle. Ma si sa in realtà sempre meno su che cosa vogliano davvero fare né, soprattutto, sembrano disposti a discuterne seriamente fuori dal loro ambito. Come a me invece piacerebbe che avvenisse, perché da alcune delle istanze di cui sono portatori non si può prescindere.

    Il modo di costruire il confronto – che in realtà è scontro – secondo le prevalenti ricette della ministra Boschi e di altri del governo o della maggioranza, si riverbera sul dibattito e lo assoggetta, svilendolo, nel gioco tutto politicista di contendenti in campo protesi alla vittoria. Così si perde di vista il nocciolo duro della questione, che è poi il cuore del costituzionalismo democratico del Novecento, quello che fa la differenza tra una costituzione embedded, su cui il potere costituito può mettere le mani come vuole, e una Costituzione che ha la sua bussola nel nesso inscindibile tra se stessa e la sovranità popolare – articolo 1 – quindi nello stabilire con rigore millimetrico i limiti e le regole del potere e dei poteri, cioè il fatto che i poteri stessi non facciano altro, rispetto a quello a cui sono destinati a fare, che non prevarichino, che non rimescolino le carte invadendo il campo altrui. E stiano, ognuno per quello che gli compete, al rispetto della dialettica democratica tra le diverse posizioni che il Paese esprime, alla difesa del dissenso, secondo Costituzione e leggi della Repubblica, alla tutela dei diritti delle minoranze, della libertà del pensare non conforme, dell’esprimere dissenso, anche organizzandolo, vedete un po’, sia con i “no” irrispettosi di molte di noi alla riforma, sia con forme varie di conflitto che anche in Italia per fortuna continuano a darsi.Ma vengono trattate come vicende solo irritanti. fuori norma, sempre scandalose e senza senso. Fanno solo perdere tempo.

    D’altra parte il silenzio tombale che politica e circo mediatico hanno costruito intorno ai due mesi e passa di durissime lotte in Francia contro la Loi travail la dice lunga sullo stato del dibattito italiano. E sulla paura che qualcosa di impensabile prenda vita e sparigli il confronto. Anche la sinistra su questo non ha certo brillato ed è quindi un problema anche nostro.
    La Costituzione fu concepita e elaborata per tenere insieme una società con le sue differenze e i suoi contrasti, le sue talvolta prodigiose,convergenze e le sue spesso acute distonie. Anche di classe, si diceva una volta, concetto che oggi è solo una misera questione di povertà – mentre il capitalismo si mangia la vita delle nuove generazioni – da risolversi, quando c’è un tornaconto elettorale. con le graziose elargizioni del governo. Come un volta facevano i Re.

    Su questo, sul nesso tra Costituzione, vita delle persone e soprattutto diritti sociali delle persone, che è oggi la vera questione in gioco, siccome non se ne parla, dobbiamo essere noi a parlarne. Dire no, per recuperare la Costituzione alla politica, e rilanciarla non solo come bene del cuore – è per molti e molte anche tale ma non servirebbe davvero a nulla se tutto si risolvesse in questo – ma come insostituibile riferimento della politica.

    L’appuntamento referendario non è una partita che riguarda le cosiddette classi dirigenti: la svolta tanto attesa per l’Italia, il cambio di passo necessario per “efficientare” il sistema rimasto inceppato da troppo tempo, il farsi valere anche con le riforme istituzionali in Europa. E via così.

    Se ne deve invece parlare radicalmente da un altro punto di vista. Oltre ad affermare le ragioni di ogni tipo, anche tecnico funzionali, del no, che devono essere ben spiegate per convincere il numero più alto possibile di elettori a liberarsi di questo incredibile pastrocchio, bisogna puntare anche, per quel che è nelle nostre mani, a far rinascere, fra tutti, e far nascere tra i giovani, una rinnovata passione democratica di tipo costituzionale, e una di nuovo forte consapevolezza del rapporto positivo che deve esserci tra Costituzione e politica, tra Costituzione e vita delle persone, tra Costituzione e democrazia. E dunque un desiderio popolare e una volontà popolare anche di interrogarsi su come quel nocciolo duro di cui sopra possa essere meglio valorizzato e reso un obbligo per la politica, anche cominciando a riflettere sugli eventuali cambiamenti al testo del ’48, utili perché tutto meglio funzioni in questo senso. Perché difendere la Costituzione non deve significare in nessun momento un ripiegamento nostalgico né un atteggiamento conservatore. E’ il cuore del costituzionalismo democratico che deve parlare e fare la differenza. E deve per questo essere quel cuore a essere strenuamente difeso. Non solo in Italia e non solo, ovviamente, per i nativi autoctoni. Ma questo è, per il momento, un altro discorso. #iovotono è intanto la priorità.

    ELETTRA DEIANA su Face book, 16-8-’16

     

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  • Hillary Clinton for President

     

    La Convention democratica, appena conclusasi a Philadelphia, ha conferito a Hillary Clinton la nomination alla candidatura per la Presidenza degli Stati Uniti.  Tutto è avvenuto all’insegna del massimo sforzo di auto rappresentazione positiva da parte del Partito democratico. Le divisioni e le tensioni che si erano manifestate nei mesi scorsi sono state bandite o messe sotto il tappeto, davanti a un parterre di prima qualità, che ha raccolto  personaggi di grande ascolto del mondo artistico, intellettuale e politico, e grazie al gioco di squadra che intorno alla candidata hanno sviluppato i big della politica: dal presidente uscente Barack Obama , che ha pronunciato uno dei suoi grandi discorsi carismatici sull’America che sta per lasciare, migliore, ha detto, di come l’abbia trovata; all’ex presidente Bill Clinton, che di Hillary è il marito ed è stato abilissimo ad accendere i cuori con un discorso denso di riferimenti ai valori di libertà e democrazia del Paese. E altri ancora, chiamati, per le loro capacità oratorie e dialettiche nel rivolgersi anche a un pubblico diverso rispetto a quello democratico, soprattutto gli elettori maschi duramente conservatori degli Stati del Midwest. Lo ha fatto tra gli altri, con particolare efficacia, il senatore Sherod Brown, che ha accentuate posizioni di sinistra ma è capace di interloquire con i malmostosi umori popolari della gente del suo Stato: l’Ohio, tra quelli più in bilico dal punto di vista elettorale. La scommessa del Partito democratico è infatti di far breccia nell’elettorato repubblicano, in alcune sue parti molto scontento e preoccupato per la nomination di Trump. Il miliardario newyorchese infatti, personaggio quanto mai atipico rispetto alle performance politiche del mainstream repubblicano, desta molta inquietudine negli ambienti dei poteri che contano negli Stati Uniti, a cominciare da quello militare. L’ex  generale John Allen, ora responsabile per la lotta all’Isis della Casa Bianca, ha attaccato Donald Trump accusandolo di essere incapace di guidare l’esercito – il Presidente dgli Usa è Chief commander delle Forse armate – e inadatto a gestire le relazioni con gli alleati.  E la Cia, che tradizionalmente consegna ai candidati designati i dossier segreti in suo possesso, ha dichiarato le sue perplessità a compiere quell’atto, vista la conferma del candidato Trump.

    Tutti hanno giocato le migliori carte possibili intorno a Illary Clinton, “la prima donna alla Casa Bianca”. Il Partito democratico ha anche “rubato” ai repubblicani qualcosa della tipica rappresentazione patriottica dei grandi momenti, come è appunto la nomination  del candidato Presidente. Lo hanno notato seccati anche opinionisti e politici di quel partito. Il Partito democratico ha infatti riempito di bandiere a stelle e strisce, di cartelli e cori USA USA! il parterre della convention e in quantità  davvero inusuali per la sua tradizione. L’impostazione data alla campagna democratica è infatti molto diversa rispetto alla tradizione: questo è il dato più interessante che via via è emerso nella lunga fase delle primarie ed è stato esplicitato alla convention finale anche nella scelta dell’allestimento scenografico e nell’invito a un certa tipologia  di oratori. Non Clinton contro Trump ma Trump contro l’America e il Partito democratico che si pone come l’America contraria a che la massima rappresentanza del Paese finisca nelle mani di Trump. Anche il discorso finale di Hillary Clinton  si è acceso soprattutto nella seconda parte, dedicata a contrastare duramente il suo competitore per il fatto di rappresentare la negazione della tradizione americana.

    Intorno alla “prima donna alla Casa Bianca” si è giocata però anche un’altra significativa partita, forse inaspettata per il modo in cui ha preso forma, ma del tutto interna alla lunga fase di transizione che viviamo, dove un elemento fondamentale continua a essere l’irrompere delle donne sulla scena pubblica. Ed è, la partita, quella  relativa alla dimensione simbolica del rapporto tra uomini e donne sul terreno del potere politico.  Che non prescinde da ciò che concretamente è stata l’esperienza di vita di Hillary, ma quella vita, quella soggettività femminile deve ora essere meglio considerata anche alla luce dello spostamento di senso avvenuto alla convention. Anche perché ha un significato più generale in molte direzioni.

    Nel gioco di squadra di cui sopra, il Presidente Obama e l’ex Presidente Clinton hanno infatti voluto rendere omaggio alla candidata in modo non da cerimoniale istituzionale ma riconoscendone o  attribuendole coram populo grandi capacita di  leadership, superori, ha detto Obama, alle sue. E guardando obliquamente Bill Clinton che avrebbe parlato da lì a poco, ha aggiunto “anche alle tue”. Tant’è che Hillary, rompendo il cerimoniale, si è alzata ed è andata ad abbracciarlo con enfasi, tra giganteschi scrosci di applausi. Mossa tipica da politica dei grandi uomini di una volta che lei ha fatto con grande mestiere politico. Perché lei è questo: una lunga scommessa con se stessa per arrivare dove sta arrivando.

    L’arrivo della prima donna alla Casa Bianca – che da molti punti di vista potrebbe essere considerato oggi un dato solo fisiologico, e io credo che in gran parte sia tale, visto che le donne sono ormai in competizione con gli uomini ovunque si aprano gli spazi per farlo, e in Europa Angela Merkel lo testimonia alla grande, ma non solo lei –  non è invece solo un dato meramente fisiologico. Di tutto questo  ha parlato con acutezza Ida Dominijanni su l’Internazionale e consiglio la lettura del suo articolo.

    Io voglio sottolineare che oggi i modi in cui tutto questo è avvenuto intorno a  Hillary Clinton non può non essere collegato alla strabocchevole dimensione della crisi non solo dell’ordine maschile delle cose ma del maschile stesso, come concreta esperienza individuale e delle relazioni che contano tra uomini. Della loro antropologia politica, pubblica, di capacità di stare e rispondere alle incombenze del potere. Del come loro vivono il rapporto tra il personale e il politico e non sanno come destreggiarsi. Parla di questo, vistosamente, la resa delle armi di tutti gli uomini britannici di punta che sono stati protagonisti della Brexit e davanti al verdetto popolare sono fuggiti il giorno dopo a gambe levate. E hanno lasciato che delle donne subentrassero al loro posto. E Theresa May, la nuova Prima Ministra conservatrice ha fatto il suo gioco assumendosi tutte le responsabilità senza battere ciglio. Ha dichiarato che la Brexit è stata decisa col voto popolare e non si tocca e che lei contratterà con l’Europa le migliori condizioni possibili per il Regno Unito. E la grande apertura – il sorriso della Regina che la stampa ha sottolineato – con cui la nuova Prima Ministra è stata accolta a Buckingham Palace – dice di un’intesa tra donne che comincia forse a funzionare. E che invece  non funziona più come aveva sempre funzionato tra gli uomini ed era la forza, il cemento del loro potere sociale e simbolico. Barak Obama e Bill Clinton si sono trovati d’accordo a fare un passo a lato rispetto alla nuova candidata, perché la vicenda storica va in questo verso e loro lo sanno: questo è emerso molto chiaramente, così come è emerso il gioco di squadra che alcune donne importanti hanno voluto fare intorno alla sentimentale  parola d’ordine  “Hillary alla Casa Bianca”. Lo ha fatto alla grande Elizabeth Warren senatrice del Massachusetts, uno degli idoli progressisti più amati dall’elettorato democratico, in un affollato comizio a Cincinnati (Ohio), che è stato tra gli eventi più riusciti dell’intera campagna elettorale di Hillary. Lo ha fatto Michelle Obama, in un memorabile discorso pronunciato all’inizio della convention, che ha mandato in visibilio il Presidente. Ti amo, ha twittato.

    Hillary Clinton dunque in lizza e forse Presidente. Le implicazioni di tutto questo al momento sono soltanto che delle donne subentrano al posto degli uomini e fanno quello che fanno gli uomini. Non c’è nulla di diverso, se non che si conferma un ordine della “normalità” delle cose che, a ceti livelli, non può che incoraggiare le donne che aspirano a mettersi in gioco. Ma questo, in assenza di altre politiche e di altre trasformazioni delle cose, accentua gli elementi di crisi della contemporaneità, non li risolve. Così come non vengono messe in discussione le strutture profonde del potere, a cominciare da quella economica, che restano saldamente in mani soprattutto maschili.  E anche questo non è robetta. Se eletta, e personalmente non posso che augurarmi che venga eletta, Hillary Clinton con tutti i poteri in campo saprà giocarsela piuttosto bene : ha le competenze, è ostinata e ambiziosa  come poche per farlo, si è fatta le ossa sul campo da lungo tempo. Ed è lei stessa soprattutto una donna di potere, con alle spalle una storia femminile dove l’ambizione del potere si è fatta via via a complice del potere stesso, quale esso è, e si è misurata su modalità dell’agire in campo pubblico che non si scostano dalle dominanti pratiche del potere stesso. Il tutto è poi  permeato dal tradizionale tratto femminile –  che i cambiamenti scaturiti grazie al femminismo non hanno cancellato –  di una accondiscendenza, adattività o vera e propria complicità  femminile al potere maschile e alle sue regole.  E anche furbizia – che è il corrispettivo femminile della capacità tattica maschile – nello sfruttare tutte le occasioni che si presentano come riserva per il futuro, come carta che può venir buona domani. Nella nota vicenda di sesso che coinvolse Bill Clinton con una stagista, lei pubblicamente lo salvò perché salvarlo era il modo di scommettere sul suo personale futuro.

    Lo scontro finale con Trump , la campagna elettorale vera e propria il prossimo autunno, non sarà certo un pranzo di gala. L’isolamento  istituzionale del candidato repubblicano non corrisponde a un suo isolamento tra gli elettori. Tutto il contrario. Lo scontento dell’ordinary people, cioè  dei ceti medi, che sono da sempre la colonna portante del sistema democratico statunitense, continua a essere esteso. La tentazione di colmare la necessaria non coincidenza . perché democrazia ci sia davvero –  tra il potere esecutivo e il potere democratico – affidandosi all’uomo forte, è ormai una tentazione che trova in Trump un forte riferimento. Hillary Clinton avrà dalla sua un consenso popolare e un partito che sono stati attraversati dall’impetuosa ventata di sinistra impressa a tutta la campagna da Bernie Sanders e, al programma elettorale in sede di convention, dall’ agguerrita pattuglia di delegati dello stesso Sanders. Il che ha significato che il programma elettorale dei democratici che ne è uscito è quello più a sinistra degli ultimi decenni. Insomma quello che sta succedendo negli Stati Uniti ha da molti punti di vista tutti i segni per contare grandemente sul futuro di tutti i noi. Sarò il caso di farci attenzione con molta cura.

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  • Controgolpe golpista

    Controgolpe golpista in Turchia

    Elettra Deiana

    C’è un abuso della parola democrazia che viene da lontano, di cui sono responsabili potenze grandi e piccole del mondo occidentale, a cominciare dagli Stati Uniti, cioè quel mondo, il nostro mondo, che attribuisce alla sua civiltà l’onore di aver messo al mondo la democrazia ma ormai respinge l’onere della prova. Come è successo con le guerre degli ultimi decenni e soprattutto del nuovo millennio: guerre di tipo neo-coloniale mascherate da guerre per portare (esportare) la democrazia e i diritti delle donn, e che invece hanno provocato immani disastri umani, sociali, geopolitici. E insieme hanno provocato la dispersione del senso della democrazia, della complessa concezione che nel tempo ha guidato la realizzazione e il funzionamento di un sistema democratico, dei principi che l’innervano, delle regole che lo fanno funzionare secondo quei fondamentali principi. Un significante senza significato, o con significato variabile, a menu, secondo esigenze, interessi, furbizie di realpolitik di poteri di ogni tipo – locali e sovranazionali – e della governance senza democrazia del mondo. L’onere della prova è che là dove le guerre sono arrivate chi le ha fatte ha portato il regalo del voto. Ma è ovviamente soltanto un’ipocrisia utile alle camarille locali per attrezzarsi e costituirsi in classe dirigente gradita all’occidente e che realizza concrete politiche di governo sempre senza principi democratici vincolanti.
    Anche in Paesi come il nostro, che ha storicamente contribuito- dagli Statuti comunali alla Costituzione del ’48 – a provare e provare ancora che cosa sia o possa essere un assetto democratico del vivere insieme tra persone di diversi orientamenti culturali e politici, interessi economici, concezioni religiosi, e altro altro ancora – questa è la democrazie o questa dovrebbe essere – il senso della democrazia si è affievolito, non è più un valore di cui tutti si sentano responsabili chiedendo alle classi dirigenti di darne conto, di stare rigorosamente alle regole della democrazia, che non sono a applicazione variabile e a disposizione personale, per far passare quello che i gruppi al potere vogliono.
    Siamo ormai in post-democrazia e anche per noi ciò è molto negativo.
    Le reazioni di cancellerie e governi occidentali nei confronti della drammatica fase che la Turchia sta attraversando, parla esemplarmente di questo e anche da questa angolazione ho scelto di analizzare la vicenda.

    Controgolpe gplposta in Turchia

    elettraELETTRA DEIANA

     Il fallito golpe ordito dai militari turchi contrari al regime – kemalisti e gulenisti – ha offerto a Erdogan l’occasione per la stretta autoritaria che gli serviva e i cui segnali erano evidenti da tempo, soprattutto dopo la sua annunciata decisione di far votare in Parlamento una legge costituzionale di modifica in senso presidenziale dell’ordinamento.  La paura per le proprie sorti è forse il motivo di quel golpe raffazzonato che una parte delle Forze armate ha tentato, mentre altre si sono dissociate o tenute lontano.
    A Erdogan il fallito colpo di Stato, di cui con tutta evidenza era stato informato da qualche personaggio o struttura di intelligence vicina all’esercito, si è rivelato provvidenziale. Infatti,  senza più remore e impedimenti dell’opinione pubblica a lui ostile o non simpatizzante, cioè la metà degli elettori che sono andati al voto, Erdogan può gestire col terrore il dopo golpe in modo del tutto funzionale ai suoi progetti di dominus del Paese – Sultano, dice lui – consolidando in primis i legami anche “sentimentali” col suo popolo, quello che ha risposto subito all’appello, e ora gira per le città inneggiando al suo nome in nome della democrazia. Parola ormai priva di qualsiasi significato congruo, che non sia quello etimologico di “potere del popolo”, popolo che è sempre parte di un popolo ovviamente, e così inteso assume invece un valore totalizzante e una vocazione totalitaria. Cioè semplicemente la negazione della democrazia.

    Le donne di cultura laica, che in Turchia non sono poche, soprattutto tra i ranghi della borghesia colta e cosmopolita, come sempre avviene quando la storia è investita da crisi del tipo che viviamo, temono ora che la prossima mossa di Erdogan, nel dopo golpe, sarà l’imposizione del velo, la cui diffusione crescente tra i ceti popolari è un segno dei tempi, e “quel” popolo, comprese moltissime donne, spesso velatissime per scelta ideologica-religiosa, non si aspetta altro che il rigore fondamentalista dell’ortodossia venga applicato a ogni aspetto della vita pubblica e privata.

    Ma Erdogan oggi si trova anche legittimato nelle sue nuove strategie di politica estera, che rompono l’accerchiamento occidentale di critiche, diffidenze, sospetti – soprattutto quelli riguardanti i suoi rapporti non del tutto soltanto strumentali col Califfato – e lui audacemente ha capovolto tattiche, alleanze, obiettivi rispetto a poco tempo fa. Un altro ruolo, un altro spazio. Una scommessa insomma.

    Intanto continua a correre voce che dietro al fallito golpe in Turchia ci sia stata la longa manus degli Stati Uniti. Ci sono indubbiamente indizi che vanno in questa direzione, ma nessuna certezza. Ma se non ci sono certezze su questo,  c’è la certezza assoluta che proprio il nuovo corso di politica estera intrapreso da Erdogan, allarmi gli Stati uniti. Perché si fonda sull’inedito avvicinamento della Turchia, Paese Nato, a Putin (si sono riappacificati per l’abbattimento di un aereo russo da parte dei turchi e ci sarà un incontro a Mosca in agosto)  nonché sulla disponibilità turca a trovare una soluzione al problema siriano che sia favorevole ad Assad, come vuole Putin, e a condividere con Mosca le eventuali soluzioni per l’intero quadro regionale. Penetrazione turca in Asia, da sempre un asse geopolitico di Erdogan. Quindi analizzare gli indizi può far capire meglio il contesto generale. C’è, tra gli indizi, l’accoglienza che da vent’anni gli Stati Uniti offrono al nemico storico – una volta grande amico – di Erdogan, cioè Fethullah Galen, il magnate predicatore di ispirazione mistica sufi, e politologo, con larghissimo seguito in Turchia, negli ambienti intellettuali turchi ma non solo turchi, e di notevole peso negli affari, nel sistema bancario e finanziario turco e globale.

    Secondo un sondaggio promosso on-line dalla rivistaForeign Policy, il successo riscosso da Gulen conferma la sua forte influenza sull’opinione pubblica a livello mondiale. Infatti è amico di Papi e Cardinali, oltre che di intellettuali e generali.  Gulen si è allontanato col tempo da Erdogan, affermando oggi  di credere “nella scienza, nel dialogo interreligioso, in una democrazia multipartitica”, mentre Erdogan è sempre più orientato all’ortodossia in senso islamista e ideologico. Gulen tra l’altro, anche stando lontano dal suo Paese, attraverso la sua potente confraternita musulmana che opera a tutto raggio in Turchia, gode di una grande popolarità tra il “suo” popolo, che non è esattamente lo stesso di quello di Erdogan. Devoto ma non fondamentalista.

    Gulen,ormai auto esiliato in Pensylvania, mantiene ovviamente un occhio vigile sulle vicende del suo Paese, sull’evoluzione del quadro politico oltre che sui suoi affari. E’ sua in Turchia la potente confraternita musulmana, di cui sopra e grazie alla quale ha guadagnato credibilità presso un numero enorme di musulmani devoti, costruendo scuole e università, controllando giornali e favorendo l’inserimento dei suoi sostenitori – un movimento crescente – nei gangli della magistratura, dell’istruzione pubblica e privata, dell’informazione, delle Forze armate. Non a caso la parte della società oggi sotto tiro dal contro-golpe di Erdogan, oltre quella dei militari kemalisti, è proprio quella dei militari gulenisti,  dei professori a tutti i livelli, dei giudci, dei giornalisti.

    L’operazione di epurazione è cominciata in realtà da tempo, sia pure, fino a ieri, in forme meno efficaci, anche perché la magistratura con le sue sentenze a beneficio degli accusati ha spesso contraddetto le decisione di Erdogan. Si spiega così lo spionaggio e la repressione strisciante già in atto da parecchi mesi contro queste categorie di cittadini.

    turchia

    La vicenda turca, in tutti i suoi risvolti di politica interna ed estera ben mette in scena il caos endemico che domina la politica turca, riverberandosi in tutto il Medio Oriente e oltre. L’avvento di Erdogan al potere politico fu reso possibile proprio dalla santa alleanza tra lui e Gulen. Fu questa alleanza che permise di sbaragliare l’élite militare kemalista e di affermare il potere dello stesso Erdogan. In seguito tuttavia è maturato un dissidio mortale di tipo ideologico politico e religioso tra i due. Non a caso oggi Erdogan chiede all’Amministrazione statunitense – che ritiene l’ ispiratrice, con Gulen, del golpe militare – l’estradizione in patria dello stesso Gulen.

    Ma soprattutto occorre avere chiari gli interessi strategici degli Stati uniti nell’intera zona mediorientale. C’è l’appartenenza della Turchia alla Nato e c’è la base americana in territorio Turco. Ci sono i fortissimi legami degli Usa con l’Arabia Saudita, cioè con la potenza regionale che oggi Erdogan ha messo nella lista dei suoi nemici o rivali.

    L’unico elemento concreto di cui Erdogan dispone per accusare gli Usa, è il fatto che dalla base americana Incirlik proviene una serie di tracce radar che collegano la base stessa alla rotta dei caccia golpisti. In altre parole questo dice che qualche aereo, almeno uno, un aereo cisterna, è decollato nelle ore del golpe per rifornire in i caccia responsabili  delle bombe sganciate sui palazzi del potere. E poi, come altro indizio rivelatore, c’è il lungo silenzio che le cancellerie occidentali, Washington in testa, hanno mantenuto per ore di fronte all’iniziativa di colpo di Stato. Insomma aspettavano/speravano che il golpe riuscisse e solo dopo hanno deciso di imboccare le strada delle congratulazioni a Erdogan per lo scampato pericolo. Sempre a difesa delle istituzioni democratiche, hanno esternato, con una doppia mossa di ipocrisia di Stato: nel merito delle loro reali attese e nel merito del concetto di democrazia, che è arrivato a livello della sua mortifera negazione.

    Che poi Erdogan si aspettasse la mossa golpista lo dice soprattutto la minuziosa preparazione allestita per controbattere a tutti i livelli il tentato colpo di Stato. Dall’appello al popolo, subito lanciato per telefonino dall’aereo, alla fuga simulata, alle tantissime liste di proscrizione già minuziosamente compilate, all’epurazione massiccia dei suoi nemici -o solo non simpatizzanti – dai ruoli ricoperti nei ranghi pubblici, nonché il divieto di uscire dal Paese imposto a tutti i dipendenti pubblici e agli studenti.

    La storia recente, tutto l’occidente compreso, è dominata da un caos ormai sistemico, che trova momentanee risposte, destinate però a restare senza futuro, soltanto in giochi tattici che servono a dirimere qualche urgenza mentre accumulano nuove contraddizioni. Governance del caos e tra le faglie del caos prende corpo oggi e si rafforza, forse solo momentaneamente, ma intanto si rafforza l’utopia ottomana di Erdogan, la sua ambizione di diventare il dominus del Medio Oriente, il nuovo Sultano per davvero, sfruttando freneticamente i benefici del contro golpe, in compagnia di un popolo segnato ormai marcatamente dall’ ideologia radicale di appartenenza religiosa. Uomini spesso giovani con la barba lunga e donne vestite di nero da capo a piedi, che gridano nelle piazze di aver salvato la democrazia. Il caos delle scelte guida Erdogan in tutte le direzioni, fuori e dentro il suo Paese. Prima una mossa e poi il contrario di quella mossa. Una storia mediorientale poco conosciuta in Occidente e in quell’Europa che si affida ciecamente a un vergognoso accordo con Ankara per sbolognare i profughi e poi chissà. Storia complicata e, per come appare a chi non se ne occupa con particolare attenzione, indecifrabile, annota Alberto Negri, che di quei mondi è un attento  conoscitore, su Sole 24 Ore. La parabola della Turchia negli ultimi decenni e il cambio di strategia di Erdogan dicono questo. Oggi con Putin e con Damasco, Erdogan non si fida più della Nato degli Usa e dell’Ue.  Vuole contare e per questo cambia il gioco e sceglie altri assi nella manica. Si vedrà. Quel che rimane certo e che riassetti, alleanze, tentativi di incontri ormai falliscono o risolvono solo aspetti secondari dei problemi.

    Si può chiamare effetto performativo del caos geopolitico ormai dominante, soprattutto dopo le imprese di tipo neocoloniale di cui l’Occidente si è reso responsabile negli ultimi decenni, e soprattutto nel nuovo millennio, dopo il fatale 11 settembre. Effetto che è la governance del caos, tramite modalità caotiche. Oppure, crudamente, la scelta più congrua oggi agita dalle grandi potenze per mantenere le proprie rendite di posizione.

    Il cambio della guardia tentato in Turchia, soprattutto per essere un’iniziativa delle Forze armate, ricorda il golpe militare con cui in Egitto il generale Al Sisi  ha fatto fuori il governo di Morsi, espressione della Fratellanza musulmana egiziana.  Azione golpista che ha fatto fare un sospiro di sollievo – anche questa volta in nome della democrazia – alle cancellerie occidentali e ai governi di qua. In Turchia la cosa è andata diversamente, rimane Erdogan con posizioni ideologico –religiose  sempre più radicali e con giravolte di politica estera temibili. Ma occorre far buon viso a cattiva sorte. Sempre in nome della democrazia, per non confessare al “popolo democratico” che tutto è lecito, per ragion di Stato e soprattutto per affari di Stato.

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  • Il complesso di Telemaco

    Postato su fb il 3 luglio 2014

    Riproposto dall’algoritmo il 3 luglio 2016

    L’osservazione letterariamente più pungente, al discorso che Renzi ha pronunciato a Strasburgo, l’ha fatta sulla Stampa Massimo Gramellini, a proposito del Telemaco di cui ha parlato il premier. Riecheggiando Massimo Recalcati, che ne ha fatto materia di riflessione psicoanalitica in un suo libro recente (Il complesso di Telemaco), il premier ha infatti portato nella fredda aula dell’Europarlamento la figura di Telemaco, personaggio chiave dell’Odissea. Telemaco è il figlio di Ulisse, che per vent’anni custodisce la memoria del padre ramingo e cerca di meritarsi la sua eredità, aiutandolo a sconfiggere i Proci, principi usurpatori del regno di Itaca. Così si ristabilisce il potere del padre. Già su questo ci sarebbe da discutere, trattandosi del premier che della rottamazione dei padri ha fatto il suo motivo dominante.

    Telemaco, per Renzi, dovrebbe rappresentare l’idea di un’altra Europa – quella che recupera “l’anima persa” cioè la memoria dei padri – fungendo da richiamo alle nuove generazioni del continente. Ma, nota Gramellini, i Proci, Renzi li ha proprio davanti a sé, in quell’Assemblea di Strasburgo, perché i Proci, cioè i nemici di Ulisse, stando alla metafora, oggi non sono più gli usurpatori di Itaca ma i burocrati di Strasburgo, i ragionieri di Berlino, gli eurofobici alla Farage e alla Le Pen. Non a caso il discorso del premier italiano, nella parte relativa alla necessità di una maggiore flessibilità, ha suscitato l’immediata reazione negativa in aula del capogruppo dei popolari Manfred Weber, occhiuto mandarino dell’ortodossia neoliberista.

    I debiti non creano futuro, lo distruggono e il 130% del debito pubblico obbliga l’Italia a pensare soprattutto a rimettere a posto i suoi conti: questo è stato il messaggio, che non è venuto soltanto dall’esponente del Ppe ma ormai riecheggia come un’eco di battaglia negli ambienti di Bruxelles e adiacenze. E’ infatti avviato un gioco di postazioni tra chi non vuole mettere in discussione niente e chi si trova troppo nei guai economico-sociali e finanziari per accontentarsi del niente. Mark Rutte, primo ministro olandese, schierato con i falchi di Berlino, ha già fatto dichiarazione di fedeltà alla linea seguita fino ad oggi dall’Olanda e da tutto l’Ue nordico, che ha come focus indiscutibile la guida della Cancelliera tedesca. Perché le divergenze sulle questioni economico-sociali e sul resto oggi travalicano le parti politiche – le larghe intese europee dicono questo – e passano invece per linee geografiche. Nord e Sud. L’Italia ma anche la Francia, oltre al resto dei Paesi mediterranei, sono tra i Paesi che stanno seriamente nei guai e chiedono interpretazioni più flessibili delle rigidità. Bisognerebbe seriamente, strategicamente ripartire da qui, dagli interessi comuni di questi Paesi, per modificare la dialettica politica in Europa. Non per chiedere soltanto un’interpretazione più flessibile della flessibilità ma per scrivere l’agenda del cambiamento, mettendo subito sul tappeto quelle modifiche sostanziali di cui c’è bisogno oggi per tenere insieme l’Unione, perché senza quelle modifiche l’Europa non ha futuro. La coincidenza tra l’interesse dei Paesi più nei guai e l’Europa: o si parte da qui o ci si ferma in stato comatoso

    Grande retorica e esile profilo programmatico, con in più molta baldanza fiorentina nel controbattere, spesso in salsa di orgoglio nazionale, a ogni critica, con sottolineature degli altrui debiti e deficit (la Germanica che nel 2003 sforò e fu aiutata è ormai il motivo dominante della polemica Renzi): queste sono state in sintesi le caratteristiche del discorso con cui il premier ha dato il via al semestre italiano. Cioè poca roba.

    Renzi è stato come sempre straordinario nella capacità di parlare con l’intento di stupire, accattivarsi l’opinione pubblica, disegnare prospettive future, come sempre per altro nebulose. Se d’altra parte non si affrontano i nodi strutturali in termini di proposte concrete, non se ne esce e la fuffa delle chiacchiere ha sempre il sopravvento. Renzi fa la sua parte di comunicatore con dovizia di allusioni, battute, sottolineature, scomodando nomi illustri della storia e della letteratura.

    Alla fine però l’impressione, soprattutto tenendo conto che il suo discorso è stato fatto in un luogo così pesantemente segnato dalla logica tecnocratica della governance europea, quindi senza possibilità di reale appeal comunicativo, è che l’inquilino di Palazzo Chigi continui a tenere l’occhio fisso soprattutto sugli umori della parte italiana che guarda a lui, che ha bisogno di un mix rassicurante e anche di qualche richiamo in salsa nazionale. E la sfida europea è per il momento ridotta a controbattute alle battute degli ortodossi, con in più quell’allusione ai segreti punti di accordo che Renzi avrebbe con Angela Merkel, che risolverebbero tutto ma di cui poco o nulla si sa. Insomma una recita a soggetto, che è la sua caratteristica. L’intento di “creare un’atmosfera”, come diceva un vecchio spot dell’antico Carosello della pubblicità. Che è il suo gioco illusionistico.

    Renzi, realisticamente, perché è un realista un po’ cinico, già mette in conto che i frutti del semestre saranno avarissimi e la strada europea continuerà a essere impervia. Soprattutto sa che la sua azione resterà entro le linee delle compatibilità stabilite. Perché glielo chiede chi conta, a cominciare dal Presidente della Repubblica. Questo – che vuole restare nell’ambito delle linee stabilite – Renzi lo ripete continuamente e sa che questa impostazione non potrà produrre neanche un piccolo avanzamento sul terreno della ridiscussione di fondo delle regole e dei vincoli. Il suo discorso al Parlamento Europeo ne è stata una chiara dimostrazione; la partecipazione, poche ore dopo, alla trasmissione di Bruno Vespa, ha rimesso ancora in scena lo stesso cliché. Noi, dice Renzi, non abbiamo paura dei giudizi europei, ci stiamo mettendo a posto con le riforme, abbiamo un crono programma, siamo seri. Rispettiamo regole e vincoli ma non possiamo accettare i pregiudizi.

    Ma gli impegni del premier per il semestre italiano –la “ciccia” per dirla chiaramente – restano vaghi e indefiniti, non sono programmaticamente in grado di cambiare nemmeno in parte l’insieme dei dispositivi che impediscono la ripresa economica, il rilancio dell’occupazione, un po’ di respiro per chi è stato disastrato dalla crisi, imprese, lavoratori, famiglie, come dicono tutti. E i giovani, ragazze e ragazzi, il disastro di questa epoca. Mai come oggi le chiacchiere stanno a zero e la “ciccia” è la materia ideale per ridare fiato e appeal all’Europa.

    E’ ancora possibile, nell’epoca dell’ evaporazione del padre – questa la riflessione di Recalcati – un’eredità autenticamente generativa. Telemaco ci indica la nuova direzione verso cui guardare, perché “Telemaco non è il figlio narciso ma è la figura del giusto erede”. Un insieme di messaggi da decifrare insomma. In chiave psicoanalitica il mito di Telemaco e l’interpretazione in chiave di “giusto erede”, al di là del merito, offre, con tutta evidenza, materia di discussione sulla crisi dell’ordine patriarcale, ma vien da chiedersi appunto come mai Renzi, il rottamatore, si metta nelle vesti del “giusto erede”, cioè di colui che fa di tutto per restituire il regno al padre, restando in secondo piano, al punto che l’Odissea si conclude senza dirci quale sarà il suo futuro. Sarà re, dopo Ulisse? Non è detto perché la legge dinastica non stabiliva questo. Inoltre, in chiave più politica, il mito omerico ci racconta che, per essere “giusto erede”, Telemaco deve battere i perfidi Proci. Il che richiama alla Presidenza italiana e alla Troika. Qui si parrà tua nobilitate, direbbe il grande fiorentino. Vedremo.

    Il miglior utilizzo della flessibilità, secondo le faticose intese raggiunte nel Consiglio Europeo del 26 e 27 giugno: siamo per il momento concretamente solo a questo punto. Oltre che a Telemaco. E come segnala il Sole 24 ore, che della materia ha competenza, la cosa è tutt’altro che scontata.

    Per questo il Semestre italiano merita davvero il massimo dell’attenzione politica.

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  • Un’ora d’amore

    La notizia sui lavori della Camera che ci ha dato Celeste Costantino mi è sembrata una grande notizia. Non solo per l’argomento del provvedimento – che ovviamente è importante e interessante, e per il quale personalmente ho speso nel tempo riflessioni e argomentazioni – ma perché quel provvedimento, che finalmente, in sede di Camera dei deputati, arriva alla discussione della commissione competente e poi – ci auguriamo – dell’aula, è anche il segnale che la sede della rappresentanza democratica, nonostante la negativa spirale involutiva che la sta uccidendo, può riacquistare a volte ancora la funzione positiva di discussione di una proposta di legge di iniziativa parlamentare. Con l’aggiunta più che positiva di essere anche il frutto, come ci racconta Celeste, di un confronto e coinvolgimento dal basso. Competenze, intelligenze critiche, proposte che vengono dall’ esperienza di un vasto mondo di donne che sulla violenza contro le donne si sottraggono alla semplificazione che tutto possa essere risolto in chiave di implementazione della dimensione penale e di vittimizzazione delle donne. E con cui Celeste si è confrontata alla grande.

    Di tutto questo, oltre che della passione politica che l’ha portata, con la stesura iniziale del testo, a “provarci” ringrazio lei e il gruppo parlamentare, ora di Sinistra italiana, a partire dalla sua parte femminile, tutta molto sensibile al rifiuto della chiave semplificatrice di cui sopra.

    “Un’ora d’amore” mi sembra un bel richiamo, carico di suggestioni culturali e anche della scelta consapevole di voler operare degli spostamenti del senso delle cose e delle parole. Per me è metafora di tante implicazione. Per esempio la decostruzione della vulgata che ancora corre nel linguaggio mediatico, e fa spesso la sua comparsa nelle aule dei tribunali, su che cosa ci sia dietro la violenza o l’ammazzamento di una donna. Femminicidio, diciamo noi, non perché ci piaccia particolarmente la parola, almeno a me non piace particolarmente, ma perché sappiamo bene quanto un certo modo di ammazzare una donna non sia equiparabile a nessun altro delitto di sangue contro chiunque, comprese le donne. Femminicidio: solo quando il legame con un uomo ne sia all’origine, o un potere maschile ne sia all’origine. Per capirci, a me non verrebbe in mente di parlare di femminicidio se un donna venisse uccisa da un uomo nel corso di una rapina per sottrarle la borsetta o per svaligiarle il negozio. Ma la tratta di schiave del sesso che lascia le sue morti femminile sulla strada è sì una forma emblematica di femminicidio.

    Una storia d’amore finita male, racconta spesso insulsamente la cronaca di fronte a un femminicidio, anche il più efferato. Se dovessi parlare anche a più piccoli – perché è da là che bisogna cominciare – in un’ Ora ‘amore istituita in qualche scuola – sarebbe intanto di questa scelta delle parole che farei parlare bimbi, ragazzine, adolescenti. Sull’uccidere in nome dell’amore. Che cos’ è amore, a partire dall’esperienza di scambio che i piccoli hanno con la madre che si prende cura di loro, o con chi oggi si prende cura di loro e dà loro amore, sicurezza, senso delle cose.

    Educazione sentimentale significa infatti anche lavorare a un cambiamento della semantica e del modo di riflettere sulle cose, di pensarle. L”ossessione del possesso di una donna, finita come finiscono tutte queste ossessioni: così bisogna dire, scrivere, argomentare. Fin da piccoli. Perché l’idea che siano storie d’amore finite male è l’alibi che giustifica la violenza maschile anche in certe aule di tribunale e sottrae molti uomini alla necessità di fare i conti col germe della violenza che è un tutt’uno con l’idea del possesso della “propria” donna. E se non si contrasta dall’inizio riproduce gli stereotipi sessisti e misogini più violenti, che poi l’età del testosteronico subbuglio adolescenziale dei giovani maschi non potrà che consolidare come un performativo impulso del profondo. Quella del possesso del corpo di una donna e della violenza sessista, è storia antropologicamente antica, legittimata e consacrata dal patriarcato, che resiste, anzi si consolida di nuovo in varie forme, come le cronache stanno a testimoniare. Anche questa è materia del conoscere in che mondo viviamo, dal punto di vista appunto dell’evoluzione dell’antropologia della relazione tra i sessi. Terreno fondamentale dello stare al mondo.

    Occorrerebbe che le ragazze e i ragazzi imparassero a fare i conti con la cultura, la storia, le cose del mondo nella loro complessità – la questione va oltre ovviamente la sola dimensione del prevalente canone bisessuale – operando uno spostamento dello sguardo, per avere così, per quanto riguarda le donne, una reale dimestichezza con l’esperienza femminile, imparando a conoscerle come autentici soggetti della vicenda umana: donne di pensiero, scrittrici e poete, scienziate, pioniere. Politiche e testimoni del loro tempo. Non più sconosciute o quasi sconosciute o per lo più o ridotte a una nota aggiuntiva, una parentesi di qualcosa che rimane saldamente nelle mani degli uomini; messe là per caso, senza presa nel contesto storico sociale, derubate dei percorsi intrapresi, dei segni lasciati.

    Fin dalle medie per me era una frustrazione che nei libri di storia le donne non ci fossero o fossero solo dei fantasmi. Un’ora da’amore me la diedero più volte mia madre e mio padre, che costruirono per me, fuori dai libri, i percorsi di scoperta di antiche e moderne sapienze femminili, di avventurosi percorsi di vita di poete, pittrici, sante, regine. Adoravo allora le regine. Poi ne persi le tracce. Il suffragismo del Regno unito lo conobbi molto presto grazie a mia madre. Per me fu molto sapere che la storia andava oltre i libri di testo e che la scrittura della storia, storicamente, è in mano ai più potenti. Gli uomini appunto. Un’ora d’amore per dare nuovo impulso alla rivoluzione delle donne? Mi piacerebbe, ma sarà già importante spostare l’ordine del discorso sulla violenza contro le donne e rimettere in luce in protagonismo post patriarcale delle donne per rinnovarne il grande valore antropologico.

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  • La verità nelle tue parole

    Elettra Deiana

    postato il 29 giugno 2010  su face book e riportato alla memoria dall’algoritmo che ci sorveglia

     “Quando un discorso mette in scena una passione o un sentimento, ognuno trova in sé la verità contenuta in ciò che sta ascoltando, che fino a quel momento ignorava e che ora conosce attraverso le parole di chi parla. Da ciò scaturisce un trasporto di amore per chi parla, perché ci ha messo davanti non un suo ma un nostro bene. “(Blaise Pascal, secolo XVII)
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  • La rivoluzione delle donne

    Due donne pentastellate, elette alla massima carica cittadina in due importanti città italiane  – sindaca di  Roma Virginia Raggi e di Torino Chiara Appendino– sono, nel nostro Paese, l’ultima testimonianza di quel processo di  vera e propria presa della Bastiglia da parte delle donne. In atto ormai da tempo e che va avanti, tra successi numerici e numerose zone d’ombra di natura politico-culturale e simbolica. Bastiglia, cioè fortezza, cioè, fuor di metafora, quel sistema di potere politico ancora largamente in mano agli uomini-

    Sono infatti ancora uomini che sostanzialmente ne dispongono, come di un proprio feudo, e allargano o restringono i posti a disposizione delle donne secondo calcoli di convenienza. Oggi il consenso che spesso le donne riscuotono sul piano elettorale, suggerisce di cedere il passo, implementare e valorizzare la partecipazione  femminile. Ma dietro le quinte, soprattutto a livello nazionale, ci sono ancora soprattutto i segretari di partito o di raggruppamento, notoriamente quasi sempre di sesso maschile.

    Raggi e Appendino nascono,  più o meno, secondo le regole dal basso del M5. La nuova sindaca di Torino, al momento della vittoria, ha fatto un bel discorso sulla sua Torino e sulla necessità che sia la città di tutti e lei la sindaca di tutti. Raggi ha trovato il modo di ringraziare Grillo e Casaleggio. Si vedrà quello di cui saranno capaci, ma già forse si vede abbastanza chiaramente il segno neutro della loro cultura politica, la smemoratezza generazionale rispetto a quel radicale cambio di passo che le lotte delle donne e il femminismo hanno impresso alla storia. Di cui anche loro sono beneficiarie ma di cui hanno perso o non hanno mai veramente incontrato le tracce.

    E’ un segno dei tempi?

    In parte sì. Ma la smemoratezza spesso è anche voluta e cercata, come un segno distintivo dello stare al mondo delle nuove genie femminili.

    Due donne in vista della politica odierna hanno, per esempio, riproposto la parola rivoluzione a proposito delle donne, ma come se si trattasse di tuttaltra cosa. Un’ idea tutta loro.

    Le due politiche in questione sono Debora Serracchiani e Maria Elena Boschi e  con loro la parola rivoluzione ha perso il significato che ha avuto, nella vicenda storica di allora, e che ancora ha nella vita delle donne.

    Dicemmo allora che la nostra era la rivoluzione più lunga del Novecento. Quella dell’autodeterminazione e  della libertà delle donne. Rivoluzione femminile ma soprattutto femminista: radicale come una scimitarra quando abbatte il nemico, e penetrante come un punteruolo, quando deve arrivare a rompere il nocciolo duro che fa ostacolo ad andare avanti.

    Eravamo così, ci sentivamo così, sul bilico sdrucciolevole del pensare fuori norma, da un altro punto di vista, da un “fuori” rispetto a come avevamo conosciuto le cose e incasellato fino ad allora desideri, aspettative, passioni e problemi della nostra vita. Una rivoluzione del pensare, che entrava nel sentimento e animava le cose. Il nemico da mettere in discussione era l’ordine patriarcale, che ancora imperversava alla soglia degli anni Settanta, e il nocciolo duro erano le teste maschili, che non capivano – e ancora adesso non capiscono o capiscono male – quello che succedeva intorno a loro. Carla Lonzi sputava su Hegel – ricordo ancora che subbuglio dell’anima fu per me leggerla la prima volta –  e nelle piazze continuamente affollate di donne si esibivano braccia in alto come bandiere, con le mani a formare il simbolo del sesso femminile  Rivoluzione di pensiero, di parole, di pratiche. E un dibattito pubblico investito da una soggettività di donne – ogni donna una donna e insieme un valanga – che imponeva un altro ordine del discorso sul corpo femminile, non più a disposizione della legge maschile. E sull’ ordine delle cose nella sfera pubblica, che il femminismo scombussolò nel rinominare il rapporto tra il personale e il politico,  e nulla fu come prima.

    Una cesura tra il prima e il dopo e tutto cambiò dopo quella stagione, in cui confluirono e cambiarono di segno le esperienze e le esistenze individuali di migliaia e migliaia di donne. Una generazione politica. Una semantica inaudita, una pretesa femminile di stare al mondo come non s’era visto fino ad allora.

    Non tutto fu ovviamente rose e fiori, come in tutti i grandi sommovimenti della vicenda umana.

    Se ne può parlare, anzi se ne dovrebbe parlare di nuovo, perché tutte le rivoluzioni, anche le più nobili e audaci, tendono a illanguidire o a diventare altra cosa. A cambiare verso, insomma, e quella parola, rivoluzione, come succede spesso, può fare ormai da cornice a qualsiasi cosa.

    Così nel settantesimo del voto alle donne accade anche che due politiche in vista di cui sopra – la vice presidente del Pd nonché Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, e la ministra degli Affari Costituzionali nonché incaricata dei rapporti col Parlamento e delegata alle Pari Opportunità, Maria Elena Boschi-  hanno scritto di donne e di rivoluzione delle donne – in un articolo comparso nei giorni scorsi sul quotidiano La Stampa. Ne hanno parlato ovviamente a modo loro, il che è legittimo, ma a patto di aver chiaro che in quel loro modo c’è, grande come una casa, la determinazione di voler ignorare come siano andate le cose e anche l’idea, vecchia come il mondo, di riscrivere la storia facendosi belle di una parola che, nel loro caso, può sembrare perfino affine al lessico innovativo della scuola renziana. E dunque spendibile senza pagare pegno

    E’ stata, scrivono audacemente le due politiche, una rivoluzione fatta di determinazione e non di parole – chissà dove l’hanno letto –  subito aggiungendo la frase evocativa “come le donne sanno fare”, che piace tanto all’odierno meanstream femminile. E che ripropone l’antica cesura patriarcale tra le donne addette al fare – come lo erano le antiche massaie e donne di casa che avevano sulle spalle il mondo – e gli uomini destinati a pensare e parlare. Nello stesso tempo, mentre parlano di questa rivoluzione senza parole ma ricca di cose, Serracchiani e Boschi allestiscono un piccolo Pantheon di riferimento. Pochi nomi selezionati con cura, cinque donne che hanno avuto certamente i numeri per passare alla storia o, per il momento, alla cronaca.  Come, ieri, Rosa Parks, l’audace signora nera che non si alzò dal suo posto in tram alla sfrontata richiesta di un uomo bianco; e, come oggi, la giovane afgana Malala Yousafzai, eroina della lotta contro il fondamentalismo talebano, ferita quasi a morte da loro e che continua a battersi come una tigre perché bambine e ragazze del suo Paese possano andare a scuola . E ancora ieri Nilde Jotti, prima presidente della Camera, e Tina Anselmi prima ministra della Repubblica, ambedue impegnate a favore delle donne. E, tornando all’ oggi, la giovane somala,  Merian Yabya Ibrahim Ishag, condannata a morte dal regime del suo Paese per apostasia, perché da cristiana rifiutava di convertirsi all’Islam, e poi salvata dalle pressioni internazionali sul regime somalo.

    La scelta di nominare Merian è stata forse anche un omaggio a Papa Bergoglio che delle persecuzioni di cui oggi soffrono nel mondo i cristiani e le cristiane, ha fatto una bandiera. Ma soprattutto è stato un modo per inserire una volta di più. anche in un articolo che pomposamente si intitola “la Rivoluzione delle donne”. i meriti del governo Renzi che ha giocato la sua parte nella liberazione di Merian.

    Insomma con Serracchiani e Boschi la storia delle donne diventa piccola e insignificante, senza valore. La cesura liberatoria del femminismo, che ha aperto alle donne il mondo come non era successo prima e come non sarebbe successo poi, se quella stagione non ci fosse stata, viene ignorata in maniera quasi sfacciata.  L’uso libero della vicenda storica, compresa la decisione di non volerne sapere nulla, è uno dei pezzi forti della sottocultura inaugurata dalla schiatta leopoldina. I vincitori riscrivono la storia a modo loro, da quando mondo è mondo, non c’è neanche da ricordarlo. Ma con questa nuova genia politica si tratta di qualcosa di diverso e di più scivoloso. Da una parte la rottamazione di tutto ciò che è stato, dall’ altra anche la sfrontata manipolazione di ciò che del passato torna utile rimettere in pista – Berlinguer e Ingrao a sostegno della riforma Boschi –  e su tutto lo sguardo opaco di chi non ha nessun interesse e non vuole fare i conti con niente, perché pensa che la storia cominci più o meno dalla Leopolda. Così Serracchiani e Boschi. Così molte altre di altre aree. E’ uno degli aspetti di questo presente prigioniero di se stesso e in transizione verso chissà che cosa. Per fortuna donne che pensano continuano a pensare ed agire in tutto il mondo, compreso il nostro Paese.

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  • Il viaggio

    Il tema del viaggio è antico quanto l’umanità, ci accompagna da sempre, come sogno, desiderio, progetto, esperienza. E’ come una risonanza dell’anima e un richiamo del mondo: l’antica fascinazione ad andare oltre le Colonne d’Ercole o la temeraria sfida ad arrivare nei Paesi d’Oriente prendendo da Occidente. E il ritorno ad Itaca di Ulisse e quel suo viaggiare in tondo nel Mediterraneo per non tornare troppo presto tra le mura domestiche e le mirabilie di Marco Polo e le mille note di viaggio che la letteratura ci ha lasciato in ogni tempo e luogo. E altro ancora, fino al fantastico Star trek e al misterioso “2001 Odissea nello spazio”. Viaggi in altri mondi. E tutto quello cha ancora c’è.

    Sicuramente i ragazzi e le ragazze che hanno concluso quest’anno il loro ciclo scolastico non hanno incontrato Magris nello svolgimento dei programami ma il brano proposto è ricco di richiami e sollecitazioni non banalmente contemporanee la scuola avrà dato loro sicuramente gli strumenti per entrare in sintonia e sperimentarsi su aspetti specifici della traccia. La frontiera, per esempio. Per il resto vale il rapporto di ognuno col viaggio, con l’andare. Che per i ragazzi e le ragazze è ancora metafora della vita. Nonostante le difficoltà del presente.

    Scritto sul Face book il 21 giugno del 2013 e riportato alla mia memoria dall’algoritmo che sa tutto e sceglie secondo come lui pensa che tu sia.
    L’occasione erano gli esami di maturità
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  • Brexit 2016

    Il Brexit in Gran Bretagna è come la storia delle periferie in Italia, Secondo i sondaggi per categorie, collocazione sociale, reddito, livelli di studio, vuole andarsene chi sta giù nella scala sociale e restare chi sta su. Perché l’Europa di Maastricht ha favorito la distribuzione di ricchezza e benessere al contrario di come richiederebbe quell’idea di giustizia sociale a cui in Europa grandi lotte sociali e grandi idee costituzionali avevano dato radici e consistenza.

    Solo i giovani nei sondaggi sono decisamente favorevoli a restare. Non è un caso. E’ il grande sogno che ci fa amare l’Europa, e per loro è una pratica di vita. Bisognerà vedere, quando con gli anni saranno costretti ad arrabattarsi con la vita, se il sopra e il sotto della scala sociale non li ridislocherà secondo nuovi parametri e sentimenti.

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