Una società addomesticata? Oppure rassegnata, sbalestrata, consegnata senza appello alla sconfitta? O che altro?

Prendo spunto da un articolo che ho letto su “la Repubblica” del 20 agosto. In prima pagina, quindi col dovuto rilievo, Nadia Urbinati. docente di Teoria politica alla Columbia University, si interroga sull’Italia “docile”, su questa nostra società – dice Urbinati – ormai addomesticata e incapace di sentire e soprattutto manifestare dissenso.  E’ un tema centrale, che dovrebbe essere messo al centro del dibattito della sinistra. Soggiogati e passivizzati, massa amorfa di teledipendenti, incapaci di discernere il veleno dell’assuefazione allo stato di cose esistente che la maggioranza politica al governo veicola a dosi massicce: questo più o meno il ritratto che la studiosa ci offre della nostra società. Non è lontana dal vero, almeno stando al quadro che lei tratteggia e alle cronache italiane che appaiono dominate dalla, al momento irresistibile, ascesa del cavaliere di Arcore. Sul set mediatico e nella concreta gestione della cosa pubblica. Urbinati dice anche cose del tutto condivisibili sulle tendenze tiranniche e dispotiche, sempre in agguato, di governi e governanti  e sulla lezione di diffidenza e pessimismo rispetto al potere che viene dal pensiero liberale.  E’ storia antica e generale, quella della vocazione dispostica, potenzialmente violenta, del potere. Lo sappiamo bene e sappiamo che non di rado essa prescinde dalle ideologie e dai programmi. Il quarantesimo anniversario della Primavera di Praga, lo voglio ricordare,  ce lo mette di fronte senza sconti, questo aspetto: a tutti, è ovvio, ma soprattutto a quelli tra noi che hanno alle spalle quella storia o vicinanze con quella storia.   Storia del comunismo novecentesco, per intenderci, che non può essere certo ridotto a vicende come quella dei carri armati sovietici a Praga ma di cui una tale vicenda mette in luce, come stampato nel suo dna di realizzazione storica, l’intriseca vocazione dispotica e violenta. Di esercizio del potere, appunto, che segna, mi sembra importante sottolinearlo,  tragedie storiche come quella di Praga – ma di altre sarà il caso molto rapidamente di riparlare, prima che la memoria si atrofizzi per compiacere i vari Fini La Russa Alemanno e compagnia cantando – ma segna anche la banale quotidianità del male quando si governa come non si dovrebbe governare e la bussola del governo va come va. E nell’Italia di oggi va malissimo. Non a caso oggi in Italia alcuni parlano di regime: regime parafascista oppure pericolo di un regime di tal fatta?  E’ l’interrogativo di un prete senza peli sulla lingua, quel don Sciortino, direttore di Famiglia criastiana, che ne ha fatto nei giorni scorsi argomento di un articolo allarmato e allarmante, subito subissato di critiche da tutte le parti. Italia addomesticata, appunto, ma dove sono in molti, da strade e con intenzioni diverse, a voler concorrere all’opera di addomesticamento. Ed è già questo un aspetto che Urbinati non prende nella dovuta considerazione e che io penso invece debba essere adeguatamente preso in esame: chi addomestica chi? E perché? C’è una coincidenza degli interessi politici immediati? Il Berlusconi e il berlusconismo sicuramente sono un potentissimo strumento e veicolo di docilizzazione di uomini donne ragazzi. Ma che abbiamo da dire di Veltroni col suo “maanchismo”, il suo “sipuofarismo”, la sua quasi fisiologica oltre che filosofica incapacità di pensare e agire lo stare all’opposizione? Non ci sta proprio, è più forte di lui, nato per “essere maggioranza”, stare sulla tolda del comando e via per questa strada. Vuol fare, partecipare, concorrere, stare coi piedi in tutte le staffe. E ,allora, quelli che l’hanno votato per vincere da dovre possono trarre oggi ls spinta a non essere docili e a opporsi? Poi c’è la sinistra che non c’è, Rifondazioneche che, dopo il congresso di Chianciano,  gioca al gioco della resuscitata, la Cgil che non si sa quello che farà. Insomma tutti quelli che avrebbero da dire qualcosa e da fare qualcosa contro l’addomesticamento. Ma è mglio stendere un velo pietoso. Comunque anche altri, oltre don Sciortino,  cominciano a preoccuparsi dell’incombente  pericolo di regime ed è avvertita da molti la necessità di cominciare a vederci chiaro nel profilo istituzionale e costituzionale che il governo sta assumendo nell’esercizio del potere. E  capire meglio – ma secondo me non c’è niente da capire perché è già tutto chiarissimo –  il significato concreto di quel contrasto che il premier rivendica – e di cui mena vanto –  tra principio di legalità e principio di legittimità. Il primo facendo capo alla legge e alla Costituzione, che lui giudica vincoli fastidiosissimi, un ostacolo al libero dispiegarsi del suo mandato di premier; il secondo scaturendo dalla scelta del popolo “sovrano”,  che lui considera un’unzione del Signore, tale da contenere –  e a lui tramettere – il diritto di non preoccuparsi ( cioè fregarsene) dei limiti della legge. Per farne altre naturalmente, degne di contanto capo. Possibilmente scritte da lui medesimo e neanche rilette in Parlamento. Basta spingere il bottone giusto nel voto elettronico, in aule addomesticate. Poche chiacchiere, molti fatti. E’ anche questo uno strumento per annebbiare le coscienze e far perdere le tracce del dissenso. Sono personalmente convinta che se non succederà nulla nei prossimi mesi e nessuno costruirà un’opposizione degna di questo nome, ne vedremo delle pessime. Ed è proprio perché non c’è traccia al momento di opposizione che Nadia Urbinati delinea un quadro per molti versi convincente degli attuali comportamenti pratici dei cittadini, uomini e donne, del nostro Paese. Ciò che più colpisce  è il manifestarsi di una cittadinanza sempre più rarefatta, come  deprivata del senso profondo del suo essere, sottratta alla dimensione più autentica del concetto stesso che la informa. Sembra proprio, dico io, che non sia  più all’opera, per dirla più articolatamente, una cittadinanza che si nutra dell’idea di bene pubblico e si eserciti  soggettivamente nell’assunzione di responsabilità rispetto ai propri diritti e ai propri doveri E sia in grado di agire  con efficacia in quel campo di tensione che sempre si determina tra i cittadini e il potere, tra governati e governanti, tra dimensione civile e dimensione statuale, affinché la seconda non prevalga sulla prima e i governanti non la utilizzino – Potere Stato Istituzioni – a fini che nulla hanno a che vedere con il bene comune e con la natura del mandato che hanno ricevuto. Mandato che, in un Paese ancora democratico come il nostro, dovrebbe essere rigorosamente sottoposto ai vincoli della legalità costituzionale. Checché ne pensi il premier Berlusconi. Questo azzeramente delle regole ha contribuito grandemente all’addomesticamento civile, ha solleticato  e legittimato le spinte e le vocazioni qualunquiste, ha facilitato la presa politico-culturale della teledipendenza, allargato l’area  della “passiva imbecillità”, come dice Urbinati citando Mill. Insomma siamo arrivati   a un punto tale di pericolo che occorre non soltanto descrivere ma chiamare in causa le responsabilità diverse che al disastro hanno contribuito e che oggi lo incrementano direttamente o lasciando fare. Secondo Urbinati, è stata una malintesa cultura dei diritti ad aver contribuito grandemente all’addomesticamento e al declino del dissenso. Una società libera ha bisogno di dissenso, ed è grazie a questo dissenso che il gioco politico può svolgersi e le maggioranze alternarsi. Ma la cultura dei diritti- materiali ma anche civili – può stimolare assuefazione adattamento, perseguimento dei proprii interessi personali e disimpegno politico. Qui io la penso proprio diversamente. Non siamo nell’era della pienezza dei diritti ma in quella dell’involuzione rachitizzante dei medesimi.  Perché l’aumento dell’adattamento alle cose, con la conseguente caduta di ogni attitudine critica, è qui in Italia inversamente proporzionale al mantenimento e al rafforzamento dei diritti. Tutti in ballo e allo sballo, da quelli sociali sottoposti alla falcidia a quelli di civiltà e di cittadinanza mandati in rottamazione. Perché non c’è ribellione lotta opposizione? E’ la domanda principale che la sinistra dovrebbe porsi ma nessuno si pone. Va bene  interrogarci   articolatamente sulle dinamiche dell’addomesticamento, sulle contraddizioni della “società docile”, sulle differenze degli atteggiamenti, sulle responsabilità concrete, andando oltre la rappresentazione uniformatizzante della realtà, perché è da qui che la politica di sinistra può riprendere le mosse  ma avendo anche charo  che quella uniformità degli atteggiamenti di docilità può entrare definitivamnte nel cuore e nella testa di tutti. E allora addio ai dilemmi sullo stato del regime.

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