Storia di donne e di partito. A proposito del VII Congresso di Rifondazione

Il VII Congresso di Rifondazione Comunista non ha definito un’altra linea politica. Se per linea politica si intende una proposta, un’idea che vada oltre la riaffermazione del tuo ruolo e della tua esistenza. Ha messo in scena invece e ha fatto vincere un altro Prc, portando in primo piano un altro lato, un’altra storia del partito. Da sempre presenti in Rifondazione, quel lato e quella storia,  e non sempre soltanto sullo sfondo. Ma mai dominanti. Sarebbe stata la fine molto prima di oggi dell’anomalia politica chiamata Rifondazione. Una storia, quella che ha vinto a Chianciano, fatta di molte minoranze, l’una diversa dall’altra, di un ostinato ancoraggio alle tetragone certezze comuniste, di ostilità, spesso rancore, per la vocazione innovativa dell’altra Rifondazione – la scelta della nonviolenza in particolare. E di antipatia dichiarata per Liberazione, di nostalgie campiste e fratellanze comuniste. Se un rimprovero c’è da fare a chi ha avuto fino a ieri responsabilità di direzione effettiva del Prc, e io lo faccio oggi questo rimprovero perché l’ho sempre fatto anche ieri, è di aver lasciato che le cose andassero così, concedendo con liberalità mezzi di sussistenza politica alle minoranze ma mai aprendo un dibattito reale, mai tentando una dialettizzazione, un coinvolgimento. Insomma mai impegnandosi nel partito in una autentica battaglia delle idee. A ognuno il suo spazio, il suo luogo, il suo ghetto nei fatti, magari pensando che era più semplice fare come se fossimo già una forma diversa da quella partitica, una specie di rete di soggetti  e non invece ancora un partito-partito: nelle  logiche politico-organizzative, nei dispositivi interni, nei meccanismi decisivi delle decisioni, tipici di un partito novecentesco, centralizzato e verticalizzato. Esemplare è come fu affrontato il grande tema della nonviolenza/non violenza.  Tema generale di cultura politica e tema dirimente di  strategia politica. Ma assai complesso e duro da interpretare, alla luce delle controversie politiche dell’oggi -per non parlare di quelle di ieri,  e da applicare concretamente. Infatti anche tema di verifica della natura del partito, delle sue pratiche, delle sue coerenze. Tema che avrebbe dovuto tirar fuori l’anima del comunismo novecentesco e della storia di emancipazione e liberazione umana, facendo i conti con tutte le culture delle minoranze oppresse, con il pensiero (culture e pratiche) delle donne, con la differenza sessuale – lo stare al mondo di donne e uomini – come metafora e radice della violenza contro l’ “Altro”; e con le teorie, le storie, le aporie che hanno accompagnato le culture egemoni della sinistra. Il tema venne ridotto invece, a parte qualche tentativo, a una citazione identificativa della nuova Rifondazione: un segnale rivolto tutto verso l’esterno. E un ribollio interno. Il VII Congresso non ha sancito un’altra linea. Non c’è un’altra linea, non c’è proposta degna di questo nome se non quella della mozione di cui era primo firmatario Nichi Vendola. Che è proposta politica – per altro tutta ancora da scavare –  perché si misura almeno con quello che dovrebbe essere il centro delle cose per un forza politica come la nostra: il rischio della cancellazione non solo del fattore soggettivo ma del contesto strutturale, di società e di antropologia umana – io la dico così – della sinistra. In Italia sicuramente ma la faccenda non è solo italiana. E quindi il che fare rispetto a questo problema. Non ha vinto un’altra proposta. Ha vinto la messa insieme delle ragioni del rancore interno e un accordo per la segreteria di un gruppo di dirigenti che fino  a ieri erano su posizioni politiche di minoranza e alcuni invece avevano ruoli di primo piano nella ex maggioranza. E’ il caso di Paolo Ferrero, già ministro, già responsabile lavoro nella segreteria nazionale. Ma non è il solo. Oggi dichiarano enfaticamente di voler salvare Rifondazione: così dicono e questo li accomuna. Salvarla per che cosa, come, su che proposta: questo non lo dicono. Raccomandazioni per il buon uso, senza meta né fini, del Prc: a questo si riduce la loro proposta, racchiusa in quello slogan  di orientamento general generico “in basso a sinistra”. Il fatto che sia del subcomandante Marcos non aggiunge ricchezza a quella che è soltanto, al più, una raccomandazione politica persino ovvia. Ma che da sola fa solo ridere o piangere. La politica o è a tutto campo o non è. Ormai quella di sinistra – lo vediamo purtroppo in questi mesi di avanzata a valanga della destra al potere – non è da nessuna parte e a nessuna altezza e dopo questo congresso il rischio è che Rifondazione non sarà più in grado neanche di dare qualche contributo a rilanciarla. Già ci stiamo abituando anche noi a che non ci sia. Basti pensare alle non reazioni ai disastri incalzanti. Il VII Congresso ha avuto per me l’effetto di un ritorno al passato. Ovviamente con tutte le differenze che ci sono sempre, perché le cose non si ripetono mai uguali nel tempo e la politica – Rifondazione ne ha fatta tanta in questi anni  – opera sempre spostamenti, sedimenta sempre tracce di cambiamento. Anche dove sembra impossibile, anche tra chi appare all’inizio inossidabile. L’impressione di un riavvolgimento all’indietro del filo della nostra vicenda è stata però lo stesso forte e straniante, un incubo durato tutti i giorni di Chianciano. Millenovecentonovantuno, l’inizio della storia di Rifondazione comunista, segnato da un conflitto tra i sessi radicale, duro, emblematico.  Tutto politico, vissuto all’inizio da molte di noi, illusoriamente, come il possibile avvio di un’altra politica, di una politica che differentemente avrebbe potuto mettere in gioco – pensavamo –  donne e uomini. Duemilaotto, Chianciano Terme. Questa volta quel conflitto non c’è stato.  Il femminismo, variamente nominato e denominato, fa oggi tendenza in Rifondazione – a prescindere dai contesti, persino dalle mozioni  di riferimento – e le donne occupano ruoli da comprimarie nel vuoto che la crisi della politica maschile produce. Cambiamenti, appunto. E nei cambiamenti si riproduce  l’ancestrale vocazione femminile a occupare i vuoti del potere maschile, a gestirli “al posto di”, a surrogarli “fintanto che”. O semplicemente a esserci anche loro, a fare strada – del tutto legittimamente beninteso ma un problema c’è in questo ed è grande come la storia –  con gli uomini di riferimento. Per cambiare le cose, è il refrain anche femminile-femminista in Rifondazione. Ma il tutto, anche con le donne, va avanti senza che cambi il senso delle cose. Senza che la cattiva politica diventi buona politica. C’è stata attiva collaborazione tra donne e uomini nelle varie mozioni e lontananza tra le donne delle diverse mozioni. Mondi lontani e incomunicanti, come sempre succede quando la politica va in tilt, quando è cattiva politica. Il meccanismo mentale dominante nel congresso faceva capo  alla   paura di perdersi, di perdere il luogo della propria storia, identità, autoriconoscimento e riconoscibilità esterna. Questo sentimento dominava la scena. Ha fatto vincere chi ne era massimamente prigioniero o chi l’ha massimamente costruito per vincere.  Le due cose, lo sappiamo bene, stanno sempre insieme. E’ il meccansimo infernale che  alimenta nostalgie di appartenenza, ripiegamenti su se stessi, spirito comunitario, occhiuto e catafratto contro il nemico interno, sotto accusa, in questa vicenda di congresso, perché accusato di voler sciogliere il partito.  A nulla sono valse le  dichiarazioni di Vendola, estraneo alle responsabilità dell’ex gruppo dirigente, sulla sua volontà di rilanciare Rifondazione. A nulla sono serviti i passaggi autocritici di Fausto Bertinotti sull’insensatezza dell’Arcobaleno. Siamo arrivati al congresso che i giochi erano fatti. Risonanze antiche, catturanti e intriganti, che fanno velo alla crisi profonda del partito, pugni chiusi agitati come randelli, canti gloriosi del movimento operaio intonati come fossero di esclusiva appartenenza della parte in dirittura d’arrivo al traguardo della vittoria. Ormai il VII Congresso, che molti, anche al di fuori del partito, aspettavano come un evento taumaturgico, che avrebbe chiarito i destini della sinistra, appartiene  al passato. E non ha chiarito nulla se non che il disastro è soltanto tale. Molti giornalisti, donne soprattutto, mi hanno detto in quei giorni e anche successivamente che a Chianciano il congresso è stato proprio un vero congresso. Hanno evidentemente un’idea guerriera o  scenografica di un congresso. Battaglia campale  o dramma dell’inconscio o sceneggiata napoletana con veleno, questo è stato il congresso: tutto fuorché il congresso di un partito che voglia ancora essere  tale.  O che voglia veramente interrogarsi sul come investire al meglio la propria storia. Un congresso così disastroso era d’altra parte fin troppo facile prevederlo, dopo quella sconfitta elettorale da colpo al cuore e lo spaesamento che ha prodotto.  L’ansia si trovare risposte alle profonde trasformazioni del quadro politico-istituzionale e alla crisi della sinistra – ansia  che ha ragioni e giustificazioni validissime ma non può certo giustificare improvvisazioni  e frettolosità politiche come ci sono state sia nelle scelte elettorali sia in quelle per il congresso – è stata negli ultimi tempi l’elemento dominante e sovradeterminante delle decisioni dell’ex gruppo dirigente del Prc. Ha annebbiato l’intelligenza politica di troppi  e ha fatto perdere la strada a tutti. E ha anche offerto argomenti all’accusa delle minoranze del partito che fosse stata soltanto o soprattutto  quella gestione la causa fondamentale  della disfatta. Niente di più lontano dalla realtà, niente di più ingombrante sul cammino di una analisi seria dei fatti, che è condizione primaria per poter riavviare la politica. Ben altro c’è dietro quella sconfitta. Ma di questo il congresso non ha praticamente parlato. L’autoreferenzialità, il parlarsi addosso, l’accusare di liquidazionismo gli altri e il giurare e spergiurare sul Prc da qui all’eternità: tutto questo e soltanto questo ha tenuto banco. Insomma un congresso perduto. Rifondazione è oggi spaccata a metà,  in bilico sul vuoto e a poco servono, io temo, le tante, sicuramente in buona fede ma non pertinenti, dichiarazioni di buona volontà politica da parte del nuovo segretario Paolo Ferrero, ex ministro della Repubblica. Lui  parla con ridondanza di ritorno ai territori, di vertenze e di primato della questione sociale, come se per Rifondazione si trattasse di una scelta inedita, di un discorso mai fatto prima. Ma, soprattutto, come se tra il dire e il fare non ci fosse sempre di mezzo l’antico adagio del mare, come se insomma bastasse proclamare una cosa per realizzarla, mentre la storia del nostro partito dice il contrario, dice proprio come stanno le cose e da qui, da come stanno effettivamente le cose, bisognerebbe ripartire. Stare alle cose ma nessuno ci sta. Piace di più stare alle parole, ormai alle chiacchiere. Parla, la nostra storia,  della crescente e sempre più sdrucciolevole difficoltà a stare dietro ai problemi della società, che cambiano radicalmente, per processi profondi e fuori misura, che ci sfuggono e non abbiamo i mezzi materiali e nemmeno  i concetti o i paradigmi interpretativi per comprenderli, per elaborare risposte politiche, per inventare pratiche significative, forti, coinvolgenti, di rappresentazione e rappresentanza di quel nostro mondo di riferimento in così radicale metamorfosi. Pratiche tali da “fare politica” di nuovo a sinistra. Col congresso è andata sprecata l’occasione di un dibattito vero sulle ragioni della nostra crisi e della crisi della sinistra. E dunque non si è detto nulla  della qualità  della vittoria delle destra, che è il vero problema che abbiamo davanti. E’ andata persa l’occasione per avviare la ricerca di una nuova strategia politica, per la messa in atto di una analisi seria su a che punto è il capitalismo globale, le sue dinamiche, i suoi intrecci materiali e simbolici, le sue crisi. E le risposte da dare, esercitarci a dare, a fronte delle tentazioni neo-protezioniste delle destre – non solo italiane – e delle devastazioni di civiltà che vanno producendosi entro i patrii confini.  Insomma è andata come è andata e con un  ritorno al passato non adeguatamente preso in considerazione come possibile esito negativo da chi, della mozione Vendola, ha preferito andare a un congresso di contrapposizione anziché tentare strade meno dirompenti. Oggi  la partita sembra chiusa.  Continuo a pensare al primo congresso del Prc, forse per scaramanzia o forse perché ci sono somiglianze e affinità su cui varrebbe la pena di soffermarsi.  Non diversamente da oggi, in quel  caotico processo che nell’ormai lontano millenovecentonovantuno portò alla costituzione di Rifondazione comunista, giocarono un ruolo di primo piano, tra le altre cose, anche gli umori profondi della nostalgia identitaria e del sordo rancore politico accumulatosi, negli anni del disincanto occhettiano, in molte sezioni del Pci.  Si esprimevano apertamente, quegli umori, negli incontri e nelle assemblee del nuovo movimento, assai numerose in quei mesi,  che spesso si trasformavano in  riti collettivi di liturgia comunista. I canti, le bandiere, il rosso venivano usati spesso, sgradevolmente, non come saluto e ponte verso il mondo – vi parliamo da qui, vogliamo comunicarvi le nostre proposte, i nostri riferimenti: io così ho sempre inteso le cose “in rosso” – ma come strumento di autorappresentazione celebrativa, spesso sorda al mondo. Ricordo molti militanti, uomini e donne, che partecipavano agli incontri avvolti nelle bandiere rosse, come in un sudario. Sembravano militanti per l’eternità ma poi presto molti se ne andarono, forse delusi per il bailamme cacofonico di quel nuovo atipico percorso comunista, che ai loro cuori non prometteva nulla di buono. C’era infatti fin da allora, per fortuna,  anche altro, nel movimento per la rifondazione comunista. Incerto e contraddittorio, questo altro: i critici da sinistra della svolta occhettiana, quelli ostili alla mummificazione in chiave secchiana della storia del partito comunista, quelli che erano stati vicini a Berlinguer, quelli che venivano da Dp e dalla nuova sinistra, i mitici ingraiani. Insomma un mondo composito e complicato che fece fin dall’inizio quello che fu possibile per pesare, per orientare le scelte. Dominava Cossutta, allora molto diverso da come è adesso o forse è solo cambiato il contesto, e  niente era facile.  Ma anche allora si mossero altre cose,  perché altrimenti il nuovo partito di quegli umori sarebbe rimasto prigioniero e non avrebbe mosso passo dal rimanere una nicchia resistenziale contro la svolta “nuovista” del segretario del Pci, l’Achille Occhetto  che aveva deciso di sciogliere  il suo partito e suggestivamente levava l’ancora verso l’ignoto. Improvvida scelta, maturata frettolosamente nel tempo e venuta a compimento sotto l’urto della fine di tutto dell’89 sovietico. Ma la crisi del comunismo era vera e ci si sarebbe dovuto fare i conti seriamente. Siamo ancora là. Niente altro sarebbe stata Rifondazione, se quegli umori fossero prevalsi: un  raggruppamento denominato di nuovo “partito comunista” o qualcosa di molto simile. Così infatti insistevano a chiamarsi molti e molto insistettero nel primo congresso. Ma Rifondazione, per fortuna,  si chiamò come si è chiamata e non fu  la riedizione in sedicesimo del vecchio Pc, per altro non quello degli approdi ma della nostalgia, non quello soprattutto italiano ma quello possibilmente sovietico.  Eppure l’enigma non è ancora sciolto: al di là del nome,  che cosa è stata veramente Rifondazione in tutti questi anni? Viene da chiederselo alla luce del congresso di Chianciano, che ha azzerato i percorsi come in un improvviso e imprevisto gioco dell’oca. Ma era veramente così imprevisto o non prevedibile questo esito? Chi ha vinto il congresso non ha forse tentato una  corsa contro il tempo, alla ricerca di un’idea della politica ormai perduta o tenuta nascosta o messa a tacere o non sufficientemente proclamata dagli stessi vincitori di oggi  negli anni del grande successo politico bertinottiano e dell’assalto al cielo dell’innovazione.  Millenovecentonovantuno/novantadue: al primo congresso, oltre alla denominazione del partito, tenne banco la libertà femminile. Proprio così: la libertà delle donne di dirsi, rappresentarsi, incontrarsi, avere parola politica liberamente. Il femminismo?  Sì, ma non generico né dell’emancipazione, come avrebbe imposto il canone comunista. Radicale e incompatibile con la tradizione comunista: quello della soggettività politica femminile, quello che non ammette sconti e “sputa su Hegel”. Niente a che vedere neanche con gli esangui discorsi sul “genere” che costellano l’attuale meanstreaming discorsivo di Rifondazione. Insomma una vera follia quel femminismo, in quei consessi, che fece incontrare donne da percorsi politici e luoghi diversi e le spinse a un’ improbabile sfida. Ovviamente persa, nel tripudio di bandiere rosse e pugni alzati di un’assemblea congressuale che, spaccata esattamente a metà come nella Chianciano del VII Congresso, bocciava senza ritegno l’articolo proposto in statuto dalle femministe, che riconosceva il diritto delle donne del partito di incontrarsi liberamente e in piena autonomia. Articolo 18, mi pare di ricordare. Il Primo Congresso fu segnato fortemente da questo scontro tra il femminismo della libertà e il tradizionalismo dell’ortodossia comunista, tetragono e misogino come pochi o forse semplicemente come gli altri. Fu una vicenda emozionante, uno straordinario raggruppamento di donne, una passione politica incredible gettata nell’agone dello scontro senza calcolo né delle perdite immediate    – l’esclusione da tutti i posti che contavano –  né delle conseguenze personali. Molte infatti, dopo la batosta, se ne andarono, quelle che rimasero vissero, e non per poco tempo, l’emarginazione e la solitudine politica, faticosamente ricostruendo pratiche di relazione politica tra donne dentro e fuori il partito. Ma gli annali del Prc, stranamente, non si sono mai ricordati di questa storia di donne e di partito,  l’ hanno come rimossa più che dimenticata e la benemerita politica dell’innovazione di Fausto Bertinotti, anche nei momenti più audaci e spiazzanti, si è limitata a fare concessioni, magari crescenti,  al femminismo ma senza misurarsi con le storie e la storia femminista del e nel suo partito. Così va il mondo degli uomini, affannati e resi un po’ ciechi dalla presunzione che la storia cominci e le cose abbiano senso quando se ne accorgono loro. Millenovecentonovantuno. La messa insieme di due realtà umane: le femministe radicali, quelle che inopinatamente volevano tenere insieme il comunismo con il “pensiero della differenza”,  e quelli, ma anche quelle, de “il comunismo è tutto”. Lo scontro di due storie politiche e di due idee della rifondazione che stridevano soltanto a pensarle presenti nella stessa assemblea congressuale, nello stesso futuro politico. E infatti furono faville durante tutto l’iter congressuale e noi fummo accusate delle peggiori nefandezze e denominazioni: piccolo-borghesi, elitarie, aristocratiche e quant’altro. Niente di nuovo sotto il sole. Le chiese e i chierici sono sempre stati  ostili alle donne. soprattutto alla loro autonomia e libertà. E il comunismo è stato anche una grande chiesa, con i suoi chierici, le sue liturgie, le sue sacre rappresentazioni. Per questo ho vissuto il VII Congresso del mio partito con la sensazione di una sospensione all’indietro del tempo e con la consapevolezza, arrivata già da tempo a  maturazione ma ancora con la paura  di ammetterlo a me stessa, che dentro la crisi della politica maschile muore – perché non ha senso logica spazio rappresentazione – qualsiasi politica delle donne.  Forse un’altra storia di sinistra potrebbe ricominciare da donne. Ma chissà quando, chissà come. Bisognerebbe intanto parlarne. Forse ne vale ancora la pena.

Share Button

Comments are closed.