Il set che depista e Mara

Ritorno sull’italica sceneggiata imbastita intorno alla ministra Mara Carfagna,  ai suoi trascorsi di vita, alle recenti disavventure capitatele sotto le grinfie della salace Sabina Guzzanti. E torno sul seguito di commenti ed esternazioni che hanno occupato per giorni e giorni paginate di giornali,  come se si trattasse di una vicenda di interesse nazionale.  Ma forse è stata vissuta anche così. Va’ a capire lo spirito del tempo. Tutto questo mentre in vista delle patrie coste continuavano ad affogare  migranti di mondi lontani; mentre nei cantieri continuavano a morire lavoratori nostrani e di altri paesi; mentre donne di ogni età e nazionalità continuavano a subire violenze da maschi italici e maschi stranieri. E Tremonti congegnava le sue malefiche manovre di contenimento e taglio della spesa. E il presidente del Cosiglio, grazie al  lodo Alfano,  si trasformava da rospo sotto inchiesta a principe in libertà, da premier a re. L’uomo del destino, così si vive lui e così lo vivono i suoi seguaci, il  grande capo finalmente sottratto alla legge e alle pretese della magistratura di processarlo. Libero di fare quello che vuole. Pardon, quello che il popolo vuole che egli faccia. Si è aperta una dotta discussione sul rapporto, connessione, vincolo (o che altro?) tra principio di legittimità e principio di legalità. Può chi è stato legittimato dal voto popolare fare quello che vuole? “No” dice perentoria la Costituzione, che stabilisce il primato del Parlamento in materia di potere legislativo – mentre il premier pensa che Camera e Senato siano un obsoleto e ingombrante ufficio di registrazione delle sue decisioni – e sottomette, sempre la Costituzione,  l’esercizio del potere esecutivo ai limiti della legge. Legittimazione e legalità insomma devono stare insieme. Chi se ne frega pensa ed esterna il premier, il popolo mi ha scelto, dunque la legge c’est moi: legittimità versus legalità. Terrificante, pensa qualche nostalgico della legalità costituzionale. Ma c’è poco da fare, ormai, e gli appelli di principio alla Costituzione suonano patetici. L’ha spiegato bene, con fulminante semplicità, Gustavo Zagrebelsky sulla Repubblica del 22 luglio.   La forma della Repubblica, occorre aggiungere, è cambiata nell’aula del Senato nel momento in cui il lodo Alfano è diventato legge, il 22 luglio di quest’anno di grazia: 171 sì 128 no e 6 astensioni. E così sia. Nessuna opposizione degna di questo nome. Meglio non disturbare troppo il manovratore, adesso, pensano Veltroni e i suoi, ci sarà pure qualche altra occasione, si illudono, per fare le cose insieme (a Berlusconi) e far vedere all’elettorato come siamo bravi a fare un’opposizione diversa. Terrificante, pensa qualche nostalgico della politica. Quella vera. Ma così vanno le cose. Intanto la Repubblica italiana non è più lei. Dal presidente del Consiglio, designato dal capo dello Stato e da lui inviato alle Camere per la fiducia, come vuole la Carta, siamo passati al premier surrettiziamente eletto dal popolo, tramite un’ingannevole dicitura sulla lista elettorale, come vuole da tempo l’invalso andazzo presidenzialista all’italiana. E oggi approdiamo spigliatamente, mentre il popolo sovrano gira su se stesso, al Sovrano Assoluto, come vogliono il signore d’Arcore e la sua corte. Assoluto viene dal latino, lingua straordinaria che sarebbe bene insegnare (bene) di nuovo nelle scuole. Significa “sciolto da” E da che? Da tutto quello che si vuole, dipende dal contesto e dal senso delle cose. Quando si parla di poteri, leggi, istituzioni e cose di questo genere si intende “sciolto dalla legge, dai vincoli, dai limiti”. L’Etat c’est moi, dicevano i sovrani assoluti della dolce Francia. Lo Stato sono io. Potere assoluto, in altre parole. Anche i Borboni di Napoli la pensavano allo stesso modo. Un solluchero per il premier nostrano e i suoi seguaci. Insomma di disastro in disastro e non è chiaro fin a quando durerà e dove si andrà a finire. L’aspetto più allarmante di tutto questo è il quieto e acquietato spirito pubblico, anzi la sua pressoché totale assenza. E’ l’assuefazione dell’opinione pubblica, l’accondiscendenza servizievole dei media, la lontananza del sentire comune della gente. Mentre i ministri competenti costruiscono disastri sociali che dovrebbero essi sì occupare paginate e paginate.  Come si produce tutto questo? Una miscela di tante cose, su cui la discussione per capire a sinistra è appena cominciata, slabbrata e dis-orientata. Tra le tante cose gioca un ruolo non secondario il set depistante. Per questo sono ritornata sul caso Carfagna. Non certo per la vicenda in sé, che non ne varrebbe la pena,  ma perché essa emblematicamente rappresenta una tendenza generale ormai consolidata della politica politicante – l’unica in pista: quella di costruire continuamente un set mediatico depistante, che focalizza l’attenzione pubblica su “altro”, per esempio aspetti di costume per lo più banali o scontati, gossip più o meno piccanti e soprattutto insulsi, risvolti di vita privata di questo o quel personaggio pubblico, con l’unico fondamentale obiettivo di distogliere l’attenzione pubblica dalle cose che contano – o dovrebbero contare; dai fatti che richiederebbero, essi sì, informazione, attenzione e approfondimento. Distogliere e abituare la gente alla banalità del gossip, alla mancanza totale di informazione politica e di politica, abituarla al fatto che non c’è nessun obbligo di informazione, documentazione, rendiconto. Basta quello  che il capo e i capetti mettono in elenco. Al primo posto la sicurezza? Hanno vinto le elezioni quindi già se ne parla meno e i vari Maroni, Alemanno e compagnia inventando, dopo aver fatto mettere l’Italia alla berlina per razzismo e xenofobia, cercano addirittura di lanciare improbabili segnali di fumo alla Chiesa, cautamente solidale con i bimbi rom, gli immigrati e tutti gli altri capri espiatori messi in pista dai furori securitari della destra ma non solo.  Il set depistante si materializza ad arte, riempie i vuoti della politica, la fa diventare spettacolo di quart’ordine, mentre mette in scena ministri e personaggi  che rivestono ruoli importanti, uomini di potere  e analoghe bazzecole. La politica, insomma diventa una barzelletta, alla maniera di Novella 2000. Se poi al comando del Paese c’è Silvio Berlusconi è lui al centro della scena. E questo è ancora un altro aspetto importante. Una cortina fumogena fatta di canotte, bandane, chiome posticce e banalità sessuali del Silvio nazionale. Così sembra uno di noi e lo amiamo (lo amano) e non pensiamo (non pensano) a tutto il resto che lo riguarda. Carfagna è ministra delle Pari Opportunità. Un ministero antiquato e fuori corso, senza portafoglio, già poco efficace quando a esserne responsabili sono state donne che al tema avevano dedicato passione e competenza, un apprendistato di lungo corso in mezzo a altre donne, convegni e studi. Mara Carfagna vi arriva per altre vie e fino ad oggi si è mantenuta molto sulle sue circa la funzione e il destino del suo ministero. Chissà che cosa pensa, oltre le amenità sui gay. Ma sapere che cosa pensi nella materia di cui dovrebbe occuparsi ovviamente non interessa nessuno, nessuno si chiede che senso abbia ancora quel ministero e che ci faccia lei, a fronte di una situazione della parte femminile della societò che sembra andare a picco, tra lavoro che non c’è per molte, doppio anzi triplo lavoro per quelle che ce l’hanno,  preoccupazioni di ogni tipo E retribuzioni ancora al palo e fortemente discriminanti rispetto a quelle degli uomini. Ma che c’entra tutto questo con Mara Carfagna? Niente forse. L’unica cosa che interessa è il gossip stuzzicante. Ho trovato insopportabile la misoginia di cui erano carichi gli insulti di Guzzanti verso Carfagna, in quella piazza che ha inghiottito purtroppo tanta gente di sinistra, perché la sinistra non è più in grado di costruire politica. Ma anche quegli insulti hanno corroborato il set mediatico, contribuito a che si parli continuamente di altro e l’opinione pubblica metabolizzi dosi massicce di banalità. A proposito degli insulti a sfondo sessuale che la ministra ha subito dalla comica, Piero Sansonetti su Liberazione ha parlato di crisi di civiltà. Poi ha un po’ corretto il tiro, forse si è accorto di essere andato troppo in là con lo sdegno. Invece Marco Bascetta, sul Manifesto, ha sentenziato spietatamente “ma chi se ne frega”, e ha aggiunto “al più è una questione di galateo”. Crisi di civiltà o inciampo di galateo?  Mi sembrano entrambe definizioni fuori misura. Sicuramente è stata una prelibata occasione per alimentare quello torsione orami affermatasi che fa continuamente della politica la rappresentazione pubblica della sfera privata dei capi e dei loro codazzi. Che mette in scena continuamente il mago di questa politica: il premier per antonomasia, il “Silvio Silvio delle mie brame” di portaborse, uomini e donne, veline e velini, attaché di entrambi i sessi, attricette e attricetti, pennivendoli, femmine e maschi sulla cresta dell’onda. Che mette in scena il corpo del premier, la sua chioma ricostruita ad arte, i suoi lifting e i suoi tacchi rialzati, le tshirt invece delle cravatte, gli appetiti sessuali captati per via di intercettazioni, gli amori e gli amorazzi, la corte e i cortigiani. Con molte donne al seguito, of course. Così il rospo sotto inchiesta diventa argomento di gossip popolare e il popolo sovrano, fin quanto è possibile, è tenuto lontano da altri aspetti un po’ più problematici del premier. Della misoginia contenuta negli attacchi di Guzzanti si è parlato poco, ovviamente.  Di misoginia si nutrono le quotidiane sceneggiate della politica da balera che ci assilla. E nessuno la coglie. Mettere pubblicamente alla berlina una donna- soprattutto se occupa un posto pubblico – per i suoi più o meno noti trascorsi sessuali  e le sue supposte avventure erotiche con qualche capo potente, tutto questo costituisce un’arma di offesa micidiale, del tutto asimmetrica e asimmetricamente violenta rispetto a qualsiasi arma, anche di tipo sessuale, rivolta a un uomo. Ma tutto va bene per depistare, parlare d’altro, creare cortine fumogene. E poi, mi viene il sospetto,  forse tutto è così metabolizzato e devastato ormai che magari la ministra delle Pari Opportunità, al centro di una sceneggiata di rara volgarità,  ci ha guadagnato in simpatia elettorale e comprensione popolare. Oppure no? Va’ a capire come girano le cose.

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