Rifondazione comunista e le donne

Le donne occupano i vuoti del potere maschile e si infilano negli interstizi che gli uomini lasciano aperti quando le vicende della storia li “costringono” a occuparsi di “cose più importanti”. Oppure una crisi li schianta e fa vuoto. Succede spesso così. Le donne allora, per necessità materiale, per dispositivi sociali e mentali, per desiderio e voglia di mondo, all’improvviso irrompono sulla scena, si danno da fare, lasciano dei segni. Le due terribili guerre del Novecento, per esempio,  favorirono una partecipazione delle donne alla sfera pubblica in tutti i campi e se si guarda indietro nella storia si può ricostruire un filo di vicende che ci dice quanto questo aspetto, che è strettamente intrinseco al complesso e ambiguo rapporto esistente tra donne e uomini, abbia  un carattere ricorrente anche se  carsico e fortemente discontinuo. Mi sono spesso chiesta se questa sorta di “ricorso storico” femminile possa operare oggi anche in politica: nella politica di sinistra e nell’epoca che viviamo, così caratterizzata da una crisi di quella politica e del sesso che l’ha incarnata; crisi che sembra arrivata ad esiti estremi e senza ritorno, con gli uomini schiantati e incapaci ormai di rimettere insieme un ordine delle cose che sia percepito e vissuto come tale. Per questo e da questo angolo di vista parlo del congresso di Roma di Rifondazione comunista. Esso  è stato lo specchio, purtroppo non deformato né deformante ma autentico, della crisi della sinistra, di ciò che il mio partito – che in questi anni è stato parte importante della sinistra italiana – è allo stato attuale: lacerato in radice nel  senso di sé come soggetto politico e come collettivo di progetto; devastato  da dispute violente messe in campo senza alcun senso del limite e del pudore pubblico e arrivate fino a forme di etnicizzazione delle differenze politiche e alla promulgazione di grottesche sconfessioni e scomuniche dell’operato altrui. Spogliato ormai – questo partito – di qualsiasi senso di responsabilità politica e volontà di fare qualcosa che parli ancora al mondo di una prospettiva di sinistra. Con concetti e parole che vengono da mondi pregressi e fanno apparire grottesche le migliori intenzioni di questo mondo. Ho sentito spesso, nel corso dei dibattiti, donne e uomini del partito richiamarsi inopinatamente alla “nostra classe”, senza mai spiegare che cosa significhi – oggi – l’uso strabiliante di quel “nostra” e soprattutto senza interrogarsi sulle reazioni che i lavoratori e le lavoratrici  – i pochi ancora interessati a seguire le nostre vicende – possano avere nell’apprendere di come stanno andando le cose del congresso. Il che avviene tra l’altro, e non per caso,  per lo più attraverso avare e impietose cronache giornalistiche delle nostre quotidiane miserie partitiche. Insomma il peggiore e più drammatico appuntamento congressuale della nostra esistenza come Rifondazione: questo è il congresso dell’anno di grazia 2008, di cui Roma ha fornito una sconsolante anticipazione. La peggiore e la più drammatica rappresentazione della politica maschile in crisi, perché mai come in questa occasione le vicende politiche vanno nel senso di renderla tale senza sconti, mettendo in luce responsabilità di direzione, collettive e individuali, di antica data; pesanti arretratezze culturali che i processi di innovazione tentati negli scorsi anni avevano soltanto mascherato e che oggi esplodono senza ritegno; scelte politiche infelici che hanno via via disastrato gli assetti strutturali del partito, portandone alla luce intrinseche fragilità e perduranti inadeguatezze. E oggi batoste che non lasciano scampo. Basti pensare all’estromissione traumatica dal Parlamento e a quello che ciò significa sul piano materiale e simbolico, oltre che politico.  E nello stesso tempo non offrendo sicurezze di nessun tipo, appiglio solido alcuno per nuovi tentativi di resistenza e risalita. E con l’unica prospettiva politica degna di questo nome – l’impegno per la ricostruzione di una possibilmente grande sinistra in Italia e in Europa – resa opaca e non attraente, per quel che riguarda il nostro ruolo, dall’inadeguatezza politica del dibattito e, si sarebbe detto una volta opportunamente, dalla mancanza di chiarezza strategica sul che fare. Insomma  un disastro, che a Roma è andato in scena “alla romana”, senza mezzi termini, diretto e violento, spesso con accenti e compiacimenti insopportabilmente plebei e performances di rappresentazione del comunismo ridotto a un’ideologia dell’appartenenza identitaria che offende la grande vicenda storica del comunismo italiano. Regole, procedure, verifiche dei poteri congressuali al centro di un’attenzione spasmodica, da tragedia incombente. Succede in tutti i congressi qualcosa di simile ma in questo è successo  con un accanimento isterico che, tra tante altre cose, dice dello stato di fibrillazione patologica in cui il partito è sprofondato. Ed è in questo set da follia collettiva, che all’improvviso si è materializzata la “questione” delle donne. Verso la fine del congresso, dopo tre giornate estenuanti, quando si era arrivati nella fase dedicata all’elezione degli organismi dirigenti – comitato politico federale e collegio di garanzia – e della delegazione al congresso nazionale, è venuta fuori, come un fantasma di altri tempi, la questione della norma antidiscriminatoria. Ascoltando il resoconto fatto all’assemblea dal relatore della commissione elettorale del congresso, una compagna della presidenza del congresso aveva colto che la norma non era stata rispettata. Lo statuto del partito su questo punto è perentorio: nessun sesso può occupare meno  del 40 per cento dei posti e tendenzialmente donne e uomini devono essere presenti, a tutti i livelli del partito e nelle rappresentanze istituzionali del Prc, al 50 per cento le une e gli altri. Un articolo di civiltà, al quale il Forum delle donne di Rifondazione ha lavorato strenuamente e indefessamente in tutta la storia del partito, vincendo diffidenze, ostacoli, ostilità manifeste e sotterranee e contribuendo grandemente a farne in qualche misura senso comune. Non senza continui arretramenti, zone d’ombra, notevoli differenze tra il livello nazionale e le federazioni. Ovviamente. Ma nel complesso si è trattato di un’acquisizione importante, di quelle che hanno fatto l’innovazione del partito. L’abbiamo chiamata “democrazia di genere”: non la “rappresentanza delle donne” o “femminile”, che abbiamo sempre criticato, ma la piena titolarità delle donne a essere rappresentanti degli orientamenti e delle scelte del partito, a contribuire a determinarli e a determinare la politica oltre che a costituire rappresentanza politica di Rifondazione. Ovviamente la comprensione di questo taglio della questione non è  veramente acquisita – la parola pubblica con la “p” maiuscola è ancora maschile anche per il Prc, come i fatti dimostrano – e la tendenza a vedere nella norma antidiscriminatoria non uno strumento transitorio, per favorire un cambio del senso della politica,  ma semplicemente una “quota”, continua a essere prevalente. Ma una concezione paritaria delle relazioni  tra uomini e donne nel partito si è via via affermata come elemento in qualche misura incontestabile e nessuno si sente più autorizzato a rimetterlo apertamente in discussione. Una sorta di gracile tabù, un divieto all’esternazione della tradizionale misoginia politica che si è spesso manifestata nella tradizionale forma di disconoscimento o sottovalutazione della presenza femminile. Che una tale questione si sia presentata nel mezzo di un congresso così difficile, in un clima da ultima spiaggia e tra richiami a suggestioni che poco hanno a che vedere con la civiltà delle relazioni umane, sta forse a testimoniarlo.  Oppure che cosa altro dimostra quell’attenzione improvvisa? Ma, come sempre succede quando entrano in campo le relazioni tra i sessi, soprattutto in un momento di aperta crisi, altri aspetti cruciali sono entrati in gioco in quella stessa occasione congressuale. E’ stato per esempio  inaspettato il modo come è avvenuto l’episodio del richiamo alla norma  e inaspettate le modalità con cui è stato affrontato. Senza clamori, per una richiesta, mi sembra di aver colto in quel momento, appena sussurata  di chiarimenti da parte della presidenza sul numero di donne proposte. Confesso che a me non era minimamente venuto in mente di chiedere conto dell’applicazione di quella norma, per la cui redazione in statuto e applicazione nelle scelte concrete mi sono  data tanto da fare negli anni scorsi. Confesso che l’improvviso parlare della norma mi ha colta di sorpresa. Non mi aspettavo che potesse succedere. Confesso che ho vissuto il contenzioso, per altro contenutissimo nei toni, come una cosa del tutto incongrua in quel congresso. Confesso che a qualche compagna che mi segnalava la cosa ho detto che non valeva proprio la pena di affannarsi tanto. Ma intanto, mentre alcune delegate segnalavano il loro disappunto, la presidente di turno invitava il relatore a correggere la proposte fatte.  Forse era difficile far finta di niente in un congresso andato avanti a forza di richiami allo statuto e al regolamento congressuale. Sta di fatto che rilievi e segnalazioni hanno dato il via a una ricerca di adeguamento alla norma da parte del relatore. E’ cominciata una ricerca tra gli esponenti delle mozioni perché contribuissero tutti a favorire presenze femminili. Ed è stata veramente grottesca – a me così è apparsa – quell’azione di avvicinamento alla meta, con percentuali faticosamente acquisite e sforzi reiterati per mettere in lista qualche altra donna. Il tutto con ritmi lentissimi – le resistenze continuano a essere notevoli – e davanti a una platea prostrata dal caldo, la fatica, le risse.  Alla fine l’obiettivo del 40 per cento è stato quasi raggiunto.  E si è andati avanti a ultimare i lavori del congresso, come se niente fosse. E niente era infatti, nessun significato aveva lo stare a quell’articolo dello statuto perché le donne erano completamente fuori, in quel congresso romano, dalla tutela della norma anti-discriminatoira,  dalla dimensione della “questione femminile”, dalla preoccupazione di quote e quant’altro. Erano semplicemente presenti e protagoniste, a tutto campo, occupavano con grinta il set congressuale, si davano da fare ognuna come poteva e sapeva,  senza tanti complimenti.   A tutti i livelli. Donne nei raggruppamenti delle mozioni, donne alla presidenza, donne presidenti di turno dal pugno di ferro, garante del congresso di sesso femminile, interventi centrali nel dibattito fatti da donne. Donne che inveivano, donne che mediavano, donne che erano là come attive testimoni, nel bene e nel male, del percorso congressuale. Ovviamente c’erano anche molte donne nelle strutture di servizio e accoglienza del congresso, più numerose degli uomini adibiti alle stesse funzioni, come è nelle tradizioni della politica maschile. Ma questo aspetto appariva in quel congresso come residualità  di un costume duro a morire e non più come target identificativo primario delle relazioni tra i sessi. Perlomeno io così ho colto le cose ma non sono in grado di dire quanto la cosa possa valere per il futuro. Temo che molto di questo protagonismo congressuale femminile sia reso oggi possibile dal vuoto del potere maschile – crisi della direzione politica, venir meno dell’autorità maschile, appannamento della complicità simbolica tra uomini – e si alimenti  per lo più dello spirito di servizio delle donne, della loro vocazione oblativa. Oppure no, oppure che altro? Troppe donne e troppo poca politica, mi è venuto da pensare durante il congresso. Ma quale politica delle donne è possibile, me lo chiedo sempre – e la cosa vale in primis per me –  se la politica che conosciamo produce solo scacchi e derive e le donne ci sono dentro?  Nel vuoto creato dalla crisi dell’ ordine maschile le donne occupano gli spazi lasciati senza presidio, restandone, io credo, intrappolate, facendosi magari protagoniste di un nuovo corso che però, per lo più, è mosso dal desiderio femminile di rimettere insieme quello preesistente. Trappola d’amorosi sentimenti. Trappola d’amore. L’amore femminile per il maschile. Penso questo.  Una politica delle donne, autenticamente nelle loro mani, in grado di spostare le cose, operare mutamenti di senso, dare vita a un altro agire pubblico: tutto questo mi sembra oggi pressoché impossibile, pura utopia.  I dispositivi culturali,  sociali e simbolici della dipendenza dagli uomini  rimangono tali anche quando le donne si fanno protagoniste della scena e agiscono soggettivamente in piena libertà. Oppure che altro?

Share Button