Dire no ai giorni del tempo presente

Uno stato di frustrazione e una sensazione di spaesamento: molti di noi, donne e uomini di sinistra, vivono così la stagione politica che si dipana inquietante dopo il voto di aprile. Al peggio non c’è limite, viene da dire; e non si capisce più che cosa si possa o si debba fare per uscire almeno dalla frustrazione.
I partiti della sinistra, i loro congressi in preparazione, le esternazione dei leader non ci aiutano. Al contrario, ci deprimono ancora di più.
Torna di nuovo l’assillo del “che fare”. Un vero vizio intellettuale, che ci portiamo appresso per le nostre ascendenze novecentesche. Ma è una domanda per la quale sembra difficile al momento confezionare risposte. Non basta certo la formula “sinistra del fare”. Fare che cosa? E siamo daccapo.
Spiazzamento.
E’ una parola che amo, legata ai miei percorsi femministi, alla mia riflessione politica. Spiazzamento non subìto ma agito, cioè una scelta consapevole, per non restare oggi intrappolate in un gioco che non ci appartiene, spettatrici di un sempre più deprimente teatrino della politica. Per questo mi è piaciuto il manifesto di Rosetta Stella sui “no”. Così diverso dal modo come io affronto la politica ma nello stesso tempo contiguo alle mie preoccupazioni di oggi. Suggestivo nell’evocazione di sentimenti – e io penso che la politica debba partire da là, dalla vita – e insieme stringente nei risvolti politici che quei “no” mettono in scena. Un “no” è un “no”, non può essere altro. Il contrario di quello che fanno i politici, anche di sinistra.
Propongo questa parola, spiazzamento, come parola chiave per affrontare questa difficile fase, per uscire dalla frustrazione, ritrovando la voglia di agire. E’ un po’ il senso di questo incontro, che abbiamo voluto ostinatamente costruire. Non farci spiazzare ma agire spiazzando. La sinistra oggi questo dovrebbe tentare di fare. Spiazzare. Ma che cosa? Tutto: l’ordine del discorso, l’agenda delle priorità politiche, la gerarchia delle relazioni, le pratiche, il senso della cose. Le parole e i concetti.
Io dico: sarebbe già politica.
Cominciamo con lo spiazzare le relazioni tra uomini e donne, non come spazi aggiuntivi, quote, democrazia di genere ma come senso della politica, come fondamento di una politica di sinistra che si riconnetta alla vita e sappia parlare alle vite. Quindi: la soggettività delle donne entra in gioco o no in questa nuova strada che tentiamo di intraprendere? Che cosa intende fare la sinistra maschile perché questa domanda ancora una volta non sia affrontata come un “a latere”, che riguarda solo le donne in quanto donne; come una tendenza culturale tra le altre, come una civetteria bon ton, come la tentazione di un’ integrazione di forze nuove nelle oligarchie maschili in via di sfinimento? Vuole o no accettare la sfida, lo piazzamento appunto dell’ordine del discorso politico? Operare il riattraversamento radicale delle analisi, delle pratiche, della rappresentazione delle cose, a partire da quella relazione irriducibile tra le donne e gli uomini?
I congressi dei partiti di sinistra invece non spiazzano nulla. Un déja vu, temo senza domani.
Al di là dei documenti, dei proclami e anche delle più nobili intenzioni di qualcuno, questi congressi hanno al centro, soprattutto, la salvaguardia dei gruppi dirigenti e dei ceti politici allargati. Gruppi e ceti che non in tutto – le ragioni di fondo sono soprattutto altrove – e tuttavia in qualche significativa misura hanno responsabilità per il disastro politico che ci ha travolto.
La politica nei congressi non c’è; non ci sono le domande davvero importanti, le domande ineludibili, quelle alle quali è impossibile non rispondere se si vuole capire davvero perché siamo a questo punto, dove rischiamo di andare. E che cosa dobbiamo tentare di fare per risalire la china. Il dibattito che si è aperto sulla fase appare tutto nominalistico: “regime leggero”, “regime” tout court, “svolta fascistoide” “democrazia ademocratica” e via definendo. Ma non c’è nessuno sforzo per capire a fondo come e perché quello che è successo abbia a che vedere con la vita delle persone; e interrogare la realtà, le esistenze atomizzate e sconnesse. Per capire come perché da dove quelle esistenze abbiano assorbito i veleni della destra o non siano più in grado di difendersene. E perché la sinistra, noi, siamo andati così lontano da quelle vite.
Servono luoghi di confronto più ampi, terminali di ascolto meno autoreferenziale delle sedi tradizionali. Ma non vengono cercati. Il dato è evidente e disarmante. I ceti politici, o meglio le oligarchie maschili che li rappresentano sono oggi, nonostante la sconfitta, i soli soggetti protagonisti del discorso pubblico, quelli che si sentono autorizzati a prendere la parola, a cercare soluzioni di sopravvivenza. Sono loro che monopolizzano analisi e ricette, spesso giocando a rimpiattino con la sconfitta, per mimetizzare e rimuovere le loro responsabilità. E la sola molla che li muove è la tutela di se stessi,
Questa sinistra, il mio partito in particolare, a me stanno a cuore, perché essere di sinistra fa parte della mia vita e perché penso che i drammatici problemi del presente non possano che essere affrontati con politiche di sinistra. Proprio per questo penso anche che la sinistra non debba essere assolta per i suoi errori né che la si debba autorizzare ad assolversi. L’unico modo di salvarsi è fare i conti a fondo con la sconfitta che abbiamo subito, con le sue cause complesse e contraddittorie.
Davanti a una sconfitta epocale come quella subita dal movimento operaio e socialista a opera del fascismo, Antonio Gramsci disse che non sarebbe bastata una risposta tattica ma era necessario un ripensamento radicale delle categorie mentali. Al di là delle differenze non irrilevanti tra l’oggi e gli anni Trenta del Novecento, anche noi abbiamo subito una sconfitta di vaste proporzioni, che non è soltanto elettorale ma di epoca.
E penso che anche noi abbiamo bisogno di un formidabile scarto della mente, della vista, del cuore. E di un radicale ripensamento delle categorie mentali e dei dispositivi interpretativi del mondo contemporaneo.
La sinistra deve ri-scoprire il significato delle parole, cominciando proprio da quel significante “sinistra” il cui significato si è perso tra le righe, perché soffre di cultura dell’indifferenziato e di politicismo deleterio, galleggiando tra un “vuoto” di buone pratiche e un “pieno” di incongrui tatticismi.
La sinistra deve misurarsi con interrogativi di fondo, che non possono ormai più essere elusi: dove ha radice la sua soggettività politica, dove trova legittimazione il suo riproporsi sulla scena pubblica, a chi e a che cosa vuole dare rappresentanza, chi l’autorizza a ciò? In che cosa consiste il suo dirsi sinistra?
Ma il lato più importante, veramente decisivo del suo proposito di rimettersi in movimento, se alla fine verrà fuori, sta da subito nel lavoro di analisi e comprensione del rovesciamento ormai avvenuto del senso delle cose nella società italiana, del percepirsi e rappresentarsi di uomini e donne in un contesto ormai pervasivamente dominato dall’egemonia reazionaria delle destre e dal consenso di massa a questa egemonia. La sinistra ha chiara la connessione ogni giorno più forte, e non solo in Italia, come l’ultima Europa dimostra, tra contemporaneità e reazione, tra modernità del mondo globale e destre? E come intende lavorare per mettersi di traverso, contrastare, spostare?
E ha chiaro come e quanto il legame tra modernità e reazione abbia radicalmente a che vedere con le donne, come corpo, condizione, soggettività, libertà, relazione tra i sessi, sfera privata e sfera pubblica? Ha chiaro quanto la parte femminile della società entri in gioco nella costruzione di una società dominata dalla paura dell’altro, dal senso dell’appartenenza etnica, dai ripiegamenti identitari della discendenza e del suolo, dagli egoismi sociali?
Spiazzamento.
Significa rovesciare i termini della disfatta. E’ la qualità della vittoria della destra che ci deve preoccupare, la sua pervasività nel corpo sociale, le radici profonde, i mutamenti strutturali, le metamorfosi antropologiche che l’hanno resa possibile. E’ la forza della galvanizzazione sentimentale di stampo reazionario che le destre hanno attivato nella pancia della società sul tema della sicurezza che deve inquietarci. Può portare verso qualsiasi sbocco.
La grande sinistra novecentesca crebbe con forza ma con un limite intrinseco, mai tematizzato né elaborato. Crebbe adattandosi via via nella nicchia protetta di uno sviluppo capitalistico già mondiale ma con forti caratteri e radici strutturali nazionali – la fabbrica fordista, lo stato sociale, le istituzioni della rappresentanza, il ruolo dello Stato nelle scelte economiche – che offrivano un ambito sicuro di azione e strutturavano la società offrendo alla sinistra la possibilità di auto-strutturarsi al suo interno. Ma come in un cerchio chiuso. C’erano sì i rapporti di forza internazionali, l’equilibrio tra le grandi potenze, il mito del socialismo. Ma come un orizzonte di senso, come quello dell’idea del progresso, che non influivano veramente nelle politiche nazionali della sinistra. La sinistra del passato ha operato sì cambiamenti spesso straordinari nella società, promosso grandi processi di emancipazione e liberazione umana ma restando prigioniera di quello schema e soccombendo quando esso è saltato nel turbo-capitalismo della globalizzazione. Si è adattata alla nuova realtà ma senza saperla più leggere, senza più trovare la strada per una risposta alternativa, via via dimenticando che cosa significhi essere sinistra. Oppure resistendo, per nostalgia identitaria o per passione politica del presente, restando sinistra nelle idee e nei sentimenti e tentando di leggere la contemporaneità. Riuscendoci talvolta, ma a spicchi, l’uno separato dall’altro: i movimenti, l’ambiente, il femminismo, i nuovi diritti, la democrazia partecipativa, le esperienze comunitarie. Una cosa appresso l’altra, accumulando contraddizioni. Senza più un fondamento e con fondamenta sempre più fragili. E’ anche questa la storia del mio partito.
Spiazzamento
Inventare tattiche di contrasto ai processi di assuefazione al degrado della civiltà – civiltà delle relazioni sociali, dell’accoglienza e del riconoscimento dell’altro, dello stato di diritto, dei diritti pieni di cittadinanza, dei diritti del lavoro, della libertà delle donne – che tracimano da tutte le pari. Metterei la ricerca di queste tattiche al centro della ripresa di un discorso pubblico di sinistra, cercando di riannodare intorno a queste tattiche i legami tra la vita e la politica, leggendo davvero nel cuore profondo, nelle pieghe nascoste della società.
Poi imparare a essere fedeli alle parole e agli impegni. Anche questo dovrebbe essere tra le priorità, come apprendistato di responsabilità pubblica, da esercitare dove siamo, a tutti i livelli.
Il nostro manifesto dei “no” è spiazzante perché restituisce alle parole l’intima formidabile forza del loro significato. “No” è “no”. Non può essere un’altra cosa, se lo dici netto, chiaro, senza giri di parole. Se politicamente dici no a qualcosa non puoi dire sì politicisticamente alla stessa cosa. Se su un “no” costruisci un tratto della tua proposta al mondo, non puoi con un sì sulla stessa cosa costruire le tue mediazioni al ribasso, pur di mantenere un posto di potere oppure perché pensi che il meno peggio sia meglio di niente. E decidi tu che cosa sia il meno peggio, come se tu fossi padrone della sfera pubblica, della rappresentanza, delle relazioni politiche.
Occorre insomma ri-scoprire di nuovo – io la voglio dire così – il fondamento e le fondamenta del nostro agire, cioè le ragioni politiche e i legami sociali del nostro essere sinistra. E poiché questo oggi equivale a (tentare di) “fare politicamente società”, voglio ritornare alla dimensione più spiazzante per la sinistra maschile, cioè quella che ci consegna una società fondata sulla relazione tra i due sessi, una società di donne e di uomini che vede le donne al centro di tutte le contraddizioni di questa fase della globalizzazione, delle costruzioni di senso, dei dispositivi di controllo sociale, delle metamorfosi antropologiche su cui costruiscono la loro egemonia le destre. Un processo costituente della sinistra che non tenti di costituirsi oggi intorno alla soggettività politica delle donne e a un patto tra uomini e donne , è destinato a non avere nessuna forza.

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