Farò il congresso da «clandestino» e con passione dirò le mie idee

Federico Tomasello
Le immagini del tubo catodico, le figure raccontate dagli angoli delle strade in cui cammini, le storie lette o sentite ti consegnano la violenza di questo precipitare. E ciò che colpisce non è la caduta, ma la sua stessa velocità. Se vuoi provare a capire il nostro tempo non devi far altro che fissare gli occhi della gente che cammina: la paura, l’incertezza, il panico, inteso come disarticolazione del linguaggio e delle rappresentazioni, sono la cifra vera del nostro tempo. Ricordo i giorni in cui mi sono iscritto al Prc: era l’alba del nuovo millennio, del cosiddetto pensiero unico ma anche delle sue prime crepe, aperte dalla vita vera di moltitudini di donne e uomini, da un vento caldo che ricominciava a spirare nelle strade e nelle piazze del mondo. Poi una giornata di sole a settembre ti consegna l’immagine allucinata di due torri in fiamme, l’ipotesi inspiegabile di corpi che volano giù come lapilli di cenere. E’ l’assurdo, un corto circuito di senso, l’inizio di una mutazione. Che niente sarebbe più stato come prima lo intuimmo immediatamente; ma se qualcuno ci avesse mostrato il tempo in cui oggi scivolano le nostre esistenze non avremmo creduto ad una modificazione così veloce e violenta delle cose, delle persone, delle intelligenze, dei valori. Il vento gelido che immobilizza il nostro tempo spira attraverso una guerra di cui ben si ricorda l’inizio ma difficilmente si vede la fine, cambiamenti climatici e disastri ambientali che ogni giorno costringono alla visione del panico, della distruzione e della disperazione; ancora non siamo riusciti neppure ad intravedere la fine del capitalismo ma già possiamo nominare la fine del mondo. I popoli rispondono fuggendo la fame, i disastri, la miseria, le guerre; l’enorme processo migratorio globale è soltanto all’inizio ma già terrorizza il pianeta…
La globalizzazione diviene sistemica distruzione delle condizioni di relazione umana fra gli attori sociali. I bagliori della notte di Ponticelli annunciano l’alba della paura, della recessione globale alle porte, della precarietà come piano inclinato su cui rotola la complessità della tua esistenza, della monnezza, delle nocività onnipresenti, della angosce televisive. Questo il nostro tempo, questa la paura che lo domina. E’ qui che la sinistra può e deve provare ad essere non semplicemente uguaglianza, ma speranza. La gente di questo tempo sembra però a volte aver perduto l’utilità stessa di pensare il mondo con categorie quali destra e sinistra. Ce lo dice la vita vera delle periferie romane che si dicono antifasciste, votano Zingaretti ma poi al comune preferiscono Alemanno. E così la sicurezza non è più un bisogno individuale, diviene un valore, alto, politico, al pari di uguaglianza e libertà. La politica, spogliata del potere che la modernità le aveva consegnato, collocandola alla guida degli stati-nazione, vive il suo declino e da governo si fa tecnica e amministrazione della paura gestendo oculatamente quello che le resta come attributo principale: il monopolio della forza fisica legittima, l’esercito, la polizia… Più c’è paura più c’è spazio per il consenso. La destra – come ha giustamente osservato Bifo – si fonda sulla paura, essa è la paura stessa del divenire. E la paura è la cifra su cui anche il Pd ha giocato la sua battaglia elettorale: la paura della destra, di Berlusconi. E anche noi, la Sinistra l’Arcobaleno, abbiamo chiesto di votarci per la paura della scomparsa della sinistra, che drammaticamente ci ha travolti, spazzandoci via in una svolta epocale di cui oggi stentiamo a distinguere i tratti ed a comprendere la portata. Abbiamo fatto appello alla “sopravvivenza” convinti che esistesse ancora un vincolo di fiducia con la nostra gente, ma quel vincolo si era esaurito, spazzato via… «Abbiamo pensato che facendo politica come la fanno gli altri avremmo potuto vincere, forti della giustezza delle nostre idee, questo il nostro più grosso errore», ha scritto un compagno dei/delle Giovani comunisti/e del Piemonte cogliendo una verità profonda. E un errore ancora più grave che oggi rischiamo di compiere è quello di chiuderci nelle nostre stanze per fare un congresso – anche questo – fondato sulla paura, la paura di quelli che vogliono sciogliere il partito o di quelli che vogliono tornare dieci anni indietro, la paura della chiusura definitiva di ogni ipotesi partecipata di sinistra e la paura della liquidazione del partito… Pare non ci sia chiaro fino in fondo che il tema odierno non è la prospettiva ma l’esistenza. Parliamo di un corpo politico che, spogliato delle sua presenza istituzionale, non ha gli strumenti per costruire l’opposizione parlamentare ma che allo stesso tempo, allontanatosi dai movimenti, rischia di rimanere ai margini anche di quei processi di opposizione sociale, per quanto piccoli, che già sono in campo. Una soggettività – partito o sinistra che sia – che, così, non ha garanzie di durare, e processi di esodo sono già in atto.
Dobbiamo allora chiederci se possiamo permetterci oggi, dopo la catastrofe, di scontrarci su qualcosa di cui anche chi ci guarda con attenzione non riesce a capire fino in fondo i termini. Dobbiamo toglierci gli elmetti di una guerra combattuta contro i nemici sbagliati, dobbiamo capire che se il nostro congresso diventa una guerra è probabile che non vi sarà un vincitore, ma solo il cadavere del partito rimasto esangue sul campo di battaglia. So bene che le divisioni ed i termini dello scontro non cadono dal nulla, hanno cause e passaggi ben precisi (prima fra tutte l’allucinata idea che una resa dei conti nel chiuso del Cpn potesse essere soluzione al dramma) ma mi chiedo allo stesso modo se la responsabilità non avesse dovuto costringerci ad un gesto maturo, ad un silenzio (zapatista) di riflessione, ad un’autocritica vera e profonda, ad una discontinuità radicale, ad un esito a tutti i costi unitario, che non elideva le differenze, ma rimandava il confronto a tempi meno cupi.
E’ così che mi trovo oggi a guardare questo congresso dopo aver compiuto la scelta più dolorosa, quella di non firmare alcun documento. Non perché non riesca a guardare il mondo con le lenti offertemi da uno dei documenti congressuali ma perché sostengo ostinatamente l’ipotesi – ormai quasi clandestina – di chi fa di tutto perché questo congresso non divenga l’ultima, disperata, resa dei conti, di chi crede che vadano agite le condizioni necessarie a quell’unitarietà indispensabile dal giorno dopo la fine del congresso – a partire dai comitati politici regionali e provinciali -, di chi crede pertanto che il principio di non-autosufficienza sia indispensabile non solo fuori, ma anche dentro di noi, di chi si rifiuta di salire sugli spalti a tifare per questo o quel salvatore perché non ne può più della politica della delega e vuole essere protagonista, insieme alla sua generazione, perché crede in una comunità rinata di uomini e donne liber*, in cui la critica sia una virtù necessaria e la mera obbedienza soltanto un disvalore.
Liberamente e con la passione di sempre, farò il congresso nel mio circolo, sostenendo il punto di vista che più risponde alla mia cultura e storia politica. Ma voglio allo stesso tempo, con la mia scelta, provare a dare a dare il senso ed il segno di un’organizzazione giovanile che – esattamente al contrario di quanto affermato da Alfio Nicotra – rifiuta la logica soldatesca delle truppe, che esprime con forza il proprio punto di vista, rivendicando la propria storia e la propria sperimentazione ma che – allo stesso tempo – alle contrapposizioni di potere, alle logiche dei posti, antepone la politica, il valore dell’autonomia agito anche a partire dalle forme di vita, dai linguaggi, dalla critica del potere praticata nelle relazioni quotidiane. E’ l’unità di una comunità matura che sa rimanere insieme in una riflessione collettiva, anche oltre e contro le contingenze, convinta com’è che si debba ripartire anzitutto da una critica serrata alle forme e ai rituali della democrazia rappresentativa e delle sue organizzazioni perché qualche fiore possa rinascere sulle macerie.

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