La politica non è un pranzo di gala

Una pessima legge elettorale è stata approvata alla Camera dei Deputati tra tumulti e grida, sedute notturne e continui slittamenti dei tempi. Un grande casino insomma, per lasciare da parte una volta tanto quel politcally correct che non interessa più a nessuno. Ma tutto questo non per il fatto che l’Italicum sia quello che è, cioè un imbroglio della democrazia e un potenziale inceppamento dell’ordine democratico. Invece perché il duo Renzi Berlusconi, autori extra parlamentari del grande accordo sulla legge, non ha accolto la clausola del 50 e 50 e gli emendamenti su quella scia, che avrebbero assicurato – dicono le parlamentari –  la parità di genere non solo nella formazione delle liste ma anche nei risultati elettorali.  C’è da chiedersi il senso non tanto di questa battaglia – il desiderio femminile di prendere parola su qualcosa che le riguarda è comprensibile, talvolta doveroso  – ma l’ostinazione, la pervicacia, il vestirsi di bianco per farsi riconoscersi come le novanta dell’appello pro parità. E, soprattutto, il mettere in ballo, a sostegno della richiesta, i grandi principi della cittadinanza, della giustizia, della giusta rappresentanza e altro. Tutti principi sacrosanti che l’Italicum nega in radice, come cautamente qualche esperto di questioni costituzionali comincia a segnalare, ma non tanto per le donne, quanto piuttosto per il popolo sovrano nel suo complesso. E’ una legge viziata proprio sul terreno dei principi. Perché allora dovrebbe essere salvato il versante che riguarda le donne? In nome di che cosa? Attraverso l’agire politico di quale paladino della democrazia paritaria?  Renzi e Berlusconi? E quale politica? La politica della crisi, della restaurazione, delle larghe intese, dei retroscena oscuri e dei doppifondi senza fondo? E il gioco interno al Pd?

Le donne ormai vanno avanti al meglio che possono, contando per lo più su se stesse. Si sperimentano nella vita, conquistano pezzi di mondo, volano dove le pastoie della competizione con gli uomini si sono affievolite o tendono a scomparire: alle università, nelle professioni,nella ricerca. Ma ci sono, ovviamente, anche molti lati in ombra. Molti. In Italia le donne, in numero stratosferico, non hanno un lavoro e continuano a subire discriminazioni di vario tipo, per esempio sul piano delle retribuzioni. Spesso poi rimangono indietro, là dove la competizione continua a essere sotto il segno del predominio maschile. La politica in generale, e in Italia in particolare, è il campo in cui questo avviene con maggiore evidenza, soprattutto nella fase che viviamo, perché l’acuirsi della crisi rende più brutale il gioco politico e l’ancestrale vocazione femminile a farsi complici del maschile, soprattutto là dove questo potere è ancora predominante, non le aiuta certo a rovesciare il tavolo, a cambiare le regole del gioco. Come sarebbe invece necessario, se la scelta politica fosse di stare sul terreno del conflitto, che tanto ruolo ha avuto nel cambiare le cose. Nella politica, nei partiti, nelle istituzioni rappresentative le donne rimangono in posizione di seconda fila o ancora più indietro e dipendono ancora, per lo più, dalla volontà dei capi. Che però possono essere anche benevoli, sono diventati benevoli o mostrano di essere tali. Perché hanno capito da tempo che le cose sono cambiate e il voto delle donne non è più a disposizione dei segretari di partito, come succedeva un tempo. Negli ultimi dieci anni la percentuale delle donne in Parlamento ha raggiunto livelli europei, più del 30%, a fronte del neanche 10% di vent’anni fa. Gli uomini hanno dovuto accettare il protagonismo politico delle donne. Ci sono voluti i quarant’anni che abbiamo alle spalle perché si arrivasse a questi cambiamenti. Movimenti, mobilitazioni, femminismo, iniziative di donne in ogni campo e in ogni tempo. E’ stata la stagione politica costituente delle donne, che anche in un Paese misogino, maschile e maschilista come l’Italia, ha operato gli spostamenti poderosi tipici appunto di una dinamica costituente, quando la politica ha la forza di  spostare l’ordine del discorso e immaginare il cambiamento. Votare una donna: una parola d’ordine allora urticante, spiazzante che  ha significato rompere il claustrofobico meccanismo simbolico della rappresentanza al maschile e decostruire criticamente l’idea dominante che una donna fosse inadeguata a rappresentare qualcosa fino a ieri in mano all’autorità maschile: un partito, un’istituzione, la Repubblica.

Si è manifestata come conseguenza di tutto ciò la benevolenza maschile e l’apertura dei poteri maschili alle rivendicazioni femminili, in termini di quote rosa, parità di genere e via pareggiando e quotizzando. La trattativa femminile con i poteri maschili  a un certo punto  ha preso il posto della politica femminile che aveva tentato di modificare quei poteri. Il “costituito” delle quote ha preso il posto del “costituendo” (un modo diverso di intendere la politica, per esempio; un cambiamento del ruolo dei partito, e delle relazioni tra i sessi o altro ancora  o quello che volete voi). Ci sono state, grazie ancora a quella stagione, anche interpretazioni delle legge più favorevoli alle donne, interventi per consolidare anche sul piano costituzionale gli avanzamenti. Il famoso articolo 51 della Costituzione che Nadia Urbinati invoca (la Repubblica del 9 marzo) per iscrivere in un contesto di nobili ragioni giuridiche e costituzionali la battaglia delle deputate alla Camera. E’ – quello che ha modificato l’articolo 51 – Un intervento di consolidamento del tutto interno però alla logica antidiscriminatoria della Costituzione. Quindi  niente a che vedere con quell’astratto modello di  “attuazione coerente di una visione della democrazia nella quale tutti i cittadini e tutte le cittadine debbano poter godere di un stesso diritto di contare e di essere contati, di votare e di avere pari opportunità di essere eletti….”, di cui parla Nadia Urbinati nell’articolo ricordato. Ragionamento tutto da calare nella realtà, perché, nella stagione che viviamo,  la sua astrazione appare stridente proprio rispetto al logoramento e all’obsolescenza in cui illanguidiscono dimenticati gli alti principi della Costituzione Repubblicana. L’implacabile bocciatura a voto segreto dei tre emendamenti sulla “parità di genere” ha plasticamente messo in scena come stanno le cose e stridente appare la sfasatura tra la mossa femminile all’autodifesa e la realtà  dei mutamenti in atto: tutti aspetti che richiedono a tutti i livelli un’altra politica, un’altra idea dello stare alla politica da partedelle donne. Oppure che cosa?

Il problema non sono i meccanismi antidiscriminatori, di tutela, di parità e quello che le donne possono voler metter in gioco. Per una fase hanno funzionato, hanno supportato le dinamiche di cambiamento, veicolato in maniera semplice concetti complessi come quello della cittadinanza, della rappresentanza e altro.  Negli statuti dei partiti hanno svolto un ruolo fondamentale perché i partiti cessassero di essere clan maschili o club della stessa tipologia monosessuata, e il desiderio femminile di partecipare alla competizione politica potesse esprimersi. Ma ci sono stagioni e stagioni. La richiesta di misure di parità, nel mondo politico-istituzionale, dove appunto ancora forte è il monopolio maschile, continua ad avvenire in una logica di rivendicazione da fare verso i capi dei partiti.  Il monopolio, quando c’è e succede spesso,  non  viene rimesso in discussione, mentre invece dovrebbe essere messo in discussione perché se la politica continua a essere a comando maschile tutto ciò che fanno le donne appare subalterno, patetico, ininfluente. Parla poco al mondo, appare roba da gruppi di potere, anche di donne, che però non hanno sufficiente potere per fare da sole o contrattare alla grande . Anche per le donne c’è il problema della politica. Bisogna imparare e difendere altre cose, soprattutto inventare immaginare di fare altre cose, mescolare i punti avanzati con quelli che rispondano meglio nel contrasto alle regressioni in atto. Quella che prima era una democrazia costituzionalmente orientata, come la nostra, sta diventando un pastrocchio innominabile. E le (donne) politiche che parlano di democrazia di genere come la coniugano con l’a-democrazia della legge elettorale e i più generali slittamenti a-democratici? Personalmente ritengo fuori luogo  che si parli di democrazia di genere mentre la democrazia evapora. Forse bisognerebbe dire: partiamo da un’idea diversa dei rapporti tra donne e uomini per ripensare e agire di nuovo, da questa angolazione,  i grandi principi della democrazia, della giustizia, dell’eguaglianza. Avrebbe un senso – la politica nelle nostre mani, per richiamarci a un principio principe della politica – e corrisponderebbe di più alle cose a cui la politica di donne e uomini dovrebbe oggi dare una risposta.  

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