Le diverse facce della prostituzione nell’epoca del mercato globale

Relazione di Elettra Deiana al Convegno svoltosi a Roma il 3 Ottobre 2007 presso i locali dell “Alpheus”

“Il cliente è un lupo ma la prostituta (parlando della prostituta che sia una professionista, non della tossicodipendente o della povera bambina che arriva lì la prima volta), la prostituta alla fine ha i denti più lunghi”.

Sono parole che Pia Covre disse durante una conversazione risalente all’ormai lontano 1986. Voleva mettere in risalto i cambiamenti sopravvenuti in quei decenni, con la legge Merlin e con la conseguente l’abolizione della case chiuse; descrivere i rapporti diversi che si erano andati determinando tra prostituta e cliente proprio in seguito all’autonomia che la nuova situazione poteva assicurare, a determinate condizioni, alle “professioniste del sesso”.
Parole, quelle di Pia Covre, che esprimevano processi veri, in atto ormai da tempo per una parte della prostituzione.
Oggi quei processi si mescolano ad altre facce della prostituzione e risultano ingolfati e quasi persi in un fenomeno prostituzionale che scaturisce da un mercato violento, spesso estremo e feroce, dove le donne sono ridotte a oggetti sessuali spesso a disposizione in tutti i sensi di chi le schiavizza e le sfrutta prima ancora che del cliente. Tuttavia sarebbe un errore di analisi e di comprensione dei fenomeni se non si guardasse più “in estensione” al fenomeno, se non si tentasse di verificare se quanto e come si manifestino, nonostante tutto, alcuni processi di soggettività attiva da parte delle donne, anche nelle nove modalità e nelle nuove filiere, spesso così violente, della prostituzione.
Per parlare oggi di prostituzione occorre parlare – e non certo incidentalmente – della globalizzazione, della sua bulimica pervasività economica e delle sue devastanti contraddizioni. E bisogna parlare dei crimini immensi che essa produce nel mondo e di come tutto questo si traduca in nuovi problemi sociale e politici sui territori, in un complesso intreccio tra dimensione globale e impatto locale. Ma occorre anche tenere presente ciò che emerge da molti dati empirici e da prime approssimazioni sistematiche elaborate da chi da tempo si occupa della prostituzione (gruppi femministi, associazioni religiose e organizzazioni non governative) con politiche di protezione e assistenza legale contro gli effetti della tratta e dello sfruttamento.
Le prostitute – le donne, le trans, le ragazzine che vendono il loro corpo – abitano le nostre strade ma, soprattutto quando si tratta di prostituzione di strada, vengono da altri luoghi, da altri orizzonti di senso, vittime della tratta, della riduzione in schiavitù degli esseri umani, dello sfruttamento. Ma può succedere, succede anche che la condizione della prostituta riesca ad evolvere, collocandosi sul crinale tra sfruttamento e processi di autodeterminazione, tra controllo da parte dello sfruttatore di turno o della banda di sfruttatori e possibilità per chi si prostituisce di costruirsi via via spazi di autonomia. Fino a quelle che riescono a lavorare in proprio. Soprattutto italiane, ancora, che vengono da altre storie, ma non solo. Negli appartamenti ma anche per strada. La realtà è che molte giovani donne mettono in atto audaci piani di emigrazione proprio all’interno delle reti della tratta, mettendo a rischio la loro stessa incolumità fisica e psichica ma giocando anche in tutto e per tutto la loro aspirazione a una vita diversa, da costruire comunque, sia pure tra i pericoli di una vicenda di vita estrema.
Dietro a ogni prostituta che viene da altri paesi c’è quasi sempre una storia di povertà, di paura, di inganni, di violenza. Questo lo sappiamo. E c’è anche talvolta voglia autentica di sottrarsi al mestiere, trovare altre soluzioni di vita. Ma anche, non raramente, c’è adattamento al ruolo, al contesto, ai guadagni. Voglia di “professionalità”. Di questo invece, mediamente, sappiamo poco.
D’altra parte gli effetti di violenza e controllo totale che le donne subiscono da parte di chi gestisce il giro della prostituzione non sono molto diversi da quelli che subiscono altri segmenti dell’emigrazione, accomunati dalla frenetica ricerca del massimo profitto, nel più breve tempo possibile, da parte degli organizzatori del giro ma anche da parte di chi ne subisce gli effetti sulla propria pelle e scommette tutto per autonomizzarsi.

Il territorio è il luogo materiale in cui tutto questo avviene e in cui esplodono tutte le contraddizioni della contemporaneità, di questa dirompente fase del capitale globale che ha fatto implodere a tutti i livelli gli assetti economici sociali politico-istituzionali relazionali del pianeta. Il territorio diventa il luogo in cui si concretizzano i nuovi disagi e si manifestano le metamorfosi, spesso spaesanti, del paesaggio materiale e mentale di chi vive in quel territorio. Si misurano concretamente sul territorio le politiche di intervento sui problemi, la loro efficacia e adeguatezza o, al contrario, la loro inadeguatezza. Il territorio è il luogo in cui di conseguenza da una parte si sedimentano, giorno dopo giorno, le nuove percezioni sociali, soprattutto le nuove sensazioni di pericolo, dall’altra si esercitano le politiche di costruzione di senso dei nuovi problemi oltre che di indirizzo e ricerca delle soluzioni. E queste politiche oggi risultano sempre meno inclusive e solidali, sempre più inadeguate sul piano della ricerca di soluzioni durature ed efficaci e quasi sempre tese invece a disegnare scenari inquietanti, dominati dalla domanda, non raramente dall’induzione alla domanda, di sempre più numerosi strumenti securitari. Un potere pubblico che non è più capace di creare le condizioni di sicurezza fondamentali per la vita dei cittadini e delle cittadine, a partire dalla sicurezza materiale del lavoro, dei diritti sociali, dei beni comuni, della salvaguardia dei luoghi dove si vive, del futuro del territorio e del Paese, della pace, dà risposte soltanto o quasi esclusivamente sul piano delle politiche “per la sicurezza” contro il crimine dove il crimine è sempre più la povertà e l’emarginazione sociale. La sicurezza è intesa esclusivamente come ordine pubblico, paura, repressione ed esclusione del diverso.
Anche la prostituzione è entrata nella costruzione di questa dimensione securitaria, alimentando le politiche atta a fomentare e legittimare le politiche repressive. La prostituzione si presta a ciò per evidenti motivi.
Perché, per una parte significativa e grandemente visibile, si tratta di un fenomeno globale di particolare impatto e spesso violenza, legata alle nuove forme organizzate del crimine e alle nuove modalità del crimine, come quell’efferato “traffico delle persone” entrato a far parte anche dei documenti dell’Onu, con la stesura del Protocollo aggiuntivo della Convenzione Onu sulla criminalità organizzata, svoltosi a Palermo nel dicembre del 2000.
La semplificazione e la stereotipizzazione del fenomeno contribuisce ad alimentare il clima da allarme sociale e l’enfatizzazione dell’ordine pubblico violato, che diventa ingrediente per invocare la chiusura dei confini e l’inasprimento dei pacchetti sicurezza. Quasi sempre la prostituzione è, nei fatti, o viene associata automaticamente al fenomeno della micro criminalità, all’invadenza dei territori da parte di un “altro” vissuto come alieno indesiderato, di un diverso che giustamente non suscita sentimenti di simpatia perché agisce in spregio della legalità, spadroneggia sul territorio, pone a rischio la sicurezza comunitaria. L’“altro” è chi è collegato a ciò che nasce intorno ai luoghi della prostituzione globale: spaccio, atti di violenza da parte di magnaccia e sfruttatori, degrado territoriale con conseguente perdita di valore delle abitazioni là collocate e delle attività commerciali. Il territorio diventa inevitabilmente il luogo del conflitto non soltanto tra chi organizza il crimine e gli abitanti di quella zona ma tra questi ultimi e chi – donne e trans – viene organizzato dai gruppi criminali o dagli sfruttatori e materialmente “invade” con le sue attività sessuali le strade, gli androni, ogni spazio a disposizione del quartiere. Altri aspetti concorrono poi a suscitare timori, ostilità, rifiuto. Per esempio la prostituzione trans, l’ostentata nudità di quei corpi perturbanti, le prostitute spesso ragazze, sempre più ragazze, su una line d’ombra che fa apparire sempre più vicino e labile il confine tra prostituzione e pedofilia
Sulla prostituzione pare così essersi persa oggi qualsiasi considerazione e riflessione che non sia legata all’ordine pubblico e alla repressione della violenza sui territori. Viene del tutto rimossa in questo modo la dimensione antropologico-culturale – antica e modernissima – del fenomeno, che sussiste anche nel modificarsi delle forme in cui si manifesta. Questa dimensione non è più indagata nel complesso dispositivo che da sempre regola i rapporti tra i due sessi a cominciare proprio da quello sessuale. Rapporti asimmetrici e fondamentalmente iniqui, fondati sull’ineguaglianza dei poteri, del dominio economico, delle funzioni gerarchiche tra i due sessi e sulla ancestrale idea della disponibilità materiale e simbolica del corpo femminile al dominio maschile. Di questi rapporti, che sono tali a tutti i livelli, la prestazione prostituzionale è un aspetto un versante una modalità ma non l’essenza. Rientrano in questa stessa dimensione anche il sesso non pagato – amore sacro e amore profano – e altre prestazioni femminili legate alla produzione e riproduzione della specie. Il corpo delle donne ridotto a funzione, dispositivo biologico del meccanismo della vita. La prostituzione ci parla di questa complessa interazione dei rapporti tra i due sessi e ci parla della sessualità maschile in un’epoca come questa, caratterizzata dalla crisi dei modelli tradizionali della mascolinità e dalla frustrazione identitaria che ne consegue. Qualsiasi idea si abbia dell’atto del prostituirsi e della domanda di sesso a pagamento – una percentuale molto elevata di maschi lo fa – dovrebbe essere evidente la necessità di un’ampia riflessione sociale sulle relazioni tra i sessi e di coppia e di una riflessione dei maschi sulla proprio sessualità. La figura del cliente non dovrebbe restare, come succede, sempre sullo sfondo mentre non vengono indagate le modalità spesso ossessive e bulimiche e talvolta deviate (pedofilia) della sessualità maschile.

La prostituzione è entrata nel grande capitolo della sicurezza in forma di fenomeno indifferenziato e quindi indecifrabile, facilmente alimentando come si è detto – sia come richiesta che viene dai territori sia come risposta dei governi – soprattutto la domanda e l’offerta di politiche securitarie. La paura del degrado materiale e simbolico del territorio in cui si vive diventa una costante preoccupazione degli abitanti, un motivo di rabbia e di protesta. Nell’esperienza pilota di intervento sul fenomeno, messa in atto dal comune di Venezia, gli abitanti del quartiere Piave, da dove partì nel 1994 la protesta contro la prostituzione, negli incontri con l’amministrazione hanno spesso sottolineato con forza questo aspetto, manifestando timori del tutto comprensibili.
Il problema del che fare è in qualche misura ineludibile, soprattutto per chi è impegnato nelle amministrazioni locali e nelle istituzioni, oltre che nelle reti della solidarietà. Ovviamente la tutela dei territori, la vivibilità dei quartieri, il rispetto e la dignità di chi campa del proprio lavoro e fa sacrifici per vivere decentemente sono beni di civiltà indiscutibili da difendere. Non può essere nesso in discussione questo principio. Bisogna operare affinché una giusta aspirazione, un diritto, non si trasformino in intolleranza e razzismo. Il problema è nei modi che vengono adottati, nelle spiegazioni che vengono fornite sulle cose che accadono, nella logica che guida la scelta delle amministrazioni e delle istituzioni. Per questo va sempre tenuto presente il carattere multiplo variegato e differenziato della prostituzione. Sesso, età, nazionalità, quantità e qualità del fenomeno, luoghi dell’attività prostituzionale compongono un quadro che va padroneggiato con grande precisione. Se racket, tratta e sfruttamento devono essere colpiti con rigore, tempestività e continuità e il monitoraggio sul territorio deve essere costante, altro deve essere l’approccio nei confronti di chi si prostituisce, a cominciare dalla necessità di operare tutte le necessarie distinzioni per intervenire con efficacia. Una prima grande distinzione va operata tra prostituzione autonoma e libera e prostituzione coercitiva, in tutte le forme in cui si manifesta. Operando questa fondamentale distinzione uso non a caso l’aggettivo “libera”. E’ una distinzione di primo piano, che pone la necessità di approcci politico-istituzionali, sociali e giuridici molto diversi. Una cosa è trovare soluzioni concordate tra un’amministrazione locale e gli abitanti di un quartiere da una parte, dall’altra chi vuole esercitare liberamente la prostituzione, altra cosa affrontare lo sfruttamento, il traffico, la riduzione in schiavitù delle persone o l’utilizzo di minori.
In Europa il contesto normativo e relativo alle politiche sociali nei confronti delle donne che subiscono tratta e sfruttamento non è omogeneo ma continuamente in trasformazione e in bilico tra politiche protezioniste, abolizioniste e neo-regolametariste. Maggiore omogeneità si riscontra nell’approccio penale al traffico di esseri umani. L’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) fin dal 1991 parla di “lotta contro tutte le forme di violenza e di tratta nei confronti delle donne” e la Commissione europea ha prodotto un documento importante contro il fenomeno (Dichiarazione Ministeriale dell’Aia del 26 aprile ’97) tesa a rafforzare la sanzionabilità del traffico di donne a scopo di sfruttamento sessuale. Nel gennaio del ’96 il Parlamento europeo ha introdotto in una Risoluzione il concetto di “vulnerabilità” come condizione di rischio e di fragilità sociale.
Ovviamente l’efficacia delle azioni finalizzate al sostegno delle migranti che sono state coinvolte nella tratta dipende molto dalla disponibilità o meno di strumenti legislativi in grado di dotare le donne della necessaria autonomia. In Italia, dove la legge Merlin ha cancellato il reato di prostituzione, l’articolo 18 della legge 286 del 1998, tra i più avanzati in materia di protezione delle migrante coinvolte nel traffico, accorda un permesso di soggiorno per protezione sociale, coniugando lavoro e permesso di soggiorno per sei mesi e prevedendo un rinnovo per un secondo semestre. Ovviamente non basta una buona legge per risolvere i problemi. Occorrono fondi adeguati e strumenti adeguati per applicare il più capillarmente possibile la legge e occorrono politiche mirate per intervenire positivamente dove si producono concretamente i problemi.
All’analisi accurata del contesto occorre collegare la chiarezza sugli obiettivi che si vogliono raggiungere. Quale percorso, quali pratiche e modalità operative si vogliono attivare. La dimensione municipale è essenziale. Occorre partire dalla consapevolezza che, a livello territoriale, non si tratta soltanto di applicare al meglio le leggi, che ci sono; bisogna affrontare e risolvere i conflitti che si determinano tra soggetti diversi, con interessi diversi e livelli di protezione diversi. Trovare soluzioni diverse per la prostituzione libera che non per questo non arreca fastidio ai residenti e per quello coatta, colpendo a fondo la criminalità e avendo come punto focale la salvaguardia delle vittime, l’aiuto per il loro reinserimento ecc. La percezione dei problemi, gli interessi in gioco, i diritti sono spesso in contrasto. Occorre saper vedere le persone e le vite da tutte le parti: questo è un compito fondamentale dell’amministrazione e degli amministratori. Occorre un’azione che si dia come prospettiva politica la continua ricerca di strumenti di mediazione tra soggetti e gruppi di popolazione diversi; in una prospettiva istituzionale e interistituzionale costruita sulla sinergia tra amministrazione locale, operatori del settore, forze dell’ordine ecc. e con la prospettiva sociale di impiegare al meglio le risorse messe a disposizione dalla legge.
La mediazione è una politica attiva di intervento con l’obiettivo di agire positivamente le contraddizioni, trovando soluzioni, studiando approssimazioni efficaci, suggerendo moratorie. E’ il contrario della coercizione e dell’esclusione, è la ricerca di dialogo, la capacità di mettere in atto iniziative di confronto tra punti di vista, vite, interessi e diritti diversi che entrano in contrasto non perché obiettivamente lo siano ma perché la vicinanza territoriale, con gli annessi effetti di cui ho parlato, tali li rende.
L’esperienza della cosiddetta zonizzazione, in atto a Venezia, non è ovviamente il toccasana o la bacchetta magica per tutte le stagioni ma è un esempio di intervento attivo, caratterizzato nel senso che ho detto prima, che può fornire un esempio pratico da cui trarre spunti e suggerimenti. Si fonda oggi sul protocollo di intesa sullo Zoning scaturito dal confronto che alla fine del 2001 è stato avviato dall’Assessorato alle Politiche sociali e dall’Assessorato alla Polizia municipale con tutti gli interlocutori istituzionali, sociali e con le stesse prostitute. Lo scopo è quello di governare i problemi sul territorio con il massimo di condivisione delle soluzioni, soprattutto quelle relative all’individuazione delle zone ad alta urbanizzazione e accesa conflittualità, per le quali stabilire il criterio di “spazi off limits” e quelle limitrofe dove l’attività della prostituzione può non provocare impatti negativi e dove sia possibile concordare modalità di presenza con le prostitute e i clienti.
Il principio di rendere le prostitute “libere” soggetti responsabili dell’uso del territorio è sicuramente oggi una delle chiavi di volta.
Non risolutiva ma importante e di grande significato, come importantissima e di grande significato di civiltà e quella che mira all’aiuto alla protezione al reinserimento delle vittime della tratta e dello sfruttamento.

Share Button

Comments are closed.