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“Boia” o della banalità del linguaggio

Che un deputato della Repubblica possa esprimersi nel modo in cui si è espresso  il penta stellato Seriol. rivolgendo l’appellativo di boia al capo dello Stato, è l’ennesima manifestazione del livello di degrado a cui è arrivata la politica. Ma  questo aspetto, certamente cruciale, non è tutto perché, insieme, l’episodio mette in luce il  livello di generale obnubilamento delle radici culturali, del senso delle cose, degli apparati concettuali e rappresentazioni simboliche che stanno dietro l’ordine del linguaggio e l’uso delle parole.

I commenti del mondo politico, del grande circo mediatico, che si è affannato ghiottamente intorno all’episodio, di personaggi pubblici di vario rango chiamati in causa a esprimere un parere,  hanno oscillato infatti, secondo il solito gioco delle parti  – questa volta più trasversalmente di quanto sarebbe successo al tempo di Berlusconi – tra il riturale sdegno istituzionale – non si parla male del Capo dello Stato! – e la banalizzazione, quella conforme al trend dominante,  di considerare l’espressione o una stupidaggine e un eccesso. Ragazzate, insomma, o sbruffonate da stadio.

Invece non si possono fare sconti al penta stellato in questione e neanche al suo collega Tofalo che oggi in aula ha sdoganato l’inquietante espressione del “boia chi molla”. Non si possono fare sconti perché quella parola usata in quel modo non è stata né la manifestazione di una aspra o asperrima critica all’operato del Presidente Napolitano  né un banale ancorché  pesante insulto alla sua persona né, tantomeno,  l’espressione della volontà di prendere le distanze da un personaggio pubblico di primo piano, la prima carica dello Stato, in quanto considerato un avversario se non addirittura un nemico .

Le parole hanno radici antiche, giocano nell’intreccio tra rimandi etimologici e slittamenti metaforici, tra significante per lo più fisso e  significato spesso sfuggente, e con al seguito complesse sedimentazioni storiche e simboliche che da tutto ciò derivano. Su quella parola, così inquietante a sentirla pronunciare, come ha fatto Seriol,  nella sala stampa della Camera dei deputati,  si è addensato il portato di uno dei  lati più oscuri della storia umana: quello della punizione dell’altro, delle sevizie inflitte e della tortura normalizzata dal potere sovrano, e del processo di subumanizzazione che ha sempre accompagnato il potere di chi, legittimamente o non legittimamente, possiede il potere di infliggere la morte all’altro. Il greco antico denominava con la parola boìetai le strisce in cuoio di cui erano fatti i lacci e le fruste usate dai carnefici per seviziare i condannati.  Lo strumento ha poi designato, per metonimia, colui che ne faceva uso. Il boia, appunto. E su quella figura, assegnata dal re o da chi per lui, a quel compito, si è depositato nel tempo il marchio dell’ infamia, il segno del disprezzo e del disgusto popolare.

Nell’occidente cristiano, il corpo del boia, mentre era in vita, e spesso anche quello dei suoi aiutanti e dei suoi familiari, era percepito come alieno e spregevole, circondato da un’aura di infamia. Estraneo rispetto alla comunità. Col tempo il boia venne chiamato esecutore di giustizia ma l’aura di infamia continuò sempre a sovrastarlo, anche dopo la morte Non a caso l’esecutore di giustizia, ancora nel corso dell’Ottocento, era sepolto separatamente dagli altri defunti in una zona marginale del cimitero.

Boia sono stati soprannominati i gerarchi nazisti, cioè i carnefici della moderna tragedia europea segnati da quel male estremo e assoluto di cui parla con fulminante lucidità Hannah Arendt, nella sua banalità del male.

Il linguaggio è potente veicolo dei processi che rendono gli umani assuefatti e assuefabili al peggio.

Seriol. è frutto di questo nostro tempo che ha perso il senso di troppe cose, dove le parole non significano più niente e le peggiori, quando vengono pronunciate, offrono quasi sempre solo  l’occasione per posizionamenti conformi e di maniera.

Smemoratezza e banalità della classe politica. Siamo a questo punto e non per la prima volta. Intanto la Procura ha aperto un fascicolo per verificare se esistano i presupposti del reato di vilipendio.  E il M5S, invece di parlare dei motivi della sua ostinata legittima giustificata e, per chi scrive, condivisibile opposizione al decreto IMU/Banca Italia, continua imperterrito nell’esercizio di brutalizzare la politica.

 

 

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