Il decoro della libertà

Il Gay Pride ha invaso le strade di Roma, ieri 7 giugno. Di quest’anno che non è di grazia e in una città che rischia di non essere più quella “aperta” che amiamo. Un corteo però straordinariamente affollato e gioioso, come temevamo che non potesse accadere, con decine di migliaia di partecipanti, con carri musica canti gorgheggi e performances – come è nello stile di questi appuntamenti – ma anche con la consapevolezza, nei più, che il successo della giornata aveva molto a che vedere con la necessità di non soccombere al vento gelido del dopo-elezioni; di non tacere di fronte ai diktat sempre più numerosi e insopportabili del Vaticano e del suo papa tedesco, alle insofferenze omofobiche del nuovo sindaco Alemanno, il quale, appena eletto, ha dichiarato di non apprezzare affatto l’ “esibizionismo” gay. E con la consapevolezza, nei più, di non dover chiudere gli occhi di fronte ai rapidi adeguamenti (istituzionali o che altro?) di Prefettura e Questura, che, senza neanche provare a mediare con gli organizzatori del Pride, hanno vietato, per ragioni del tutto pretestuose, che la manifestazione si concludesse a Piazza S. Giovanni, come era negli accordi già presi in aprile. Reagendo così, chi è sceso in piazza, con spirito e pratiche di libertà a chi vuole chiudere la capitale e l’Italia nella trappola della paura e dell’intolleranza e contrastando con i fatti chi pretende di ridurre nell’ambito delle scelte private le istanze di questo straordinario movimento. Una manifestazione molto politica dunque, che ha visto non a caso anche la partecipazione di donne e uomini della sinistra, soprattutto di quella messa fuori dal Parlamento ma anche di qualche (raro) esponente del Pd. Ma politica, la manifestazione, soprattutto perché politiche sono le istanze e le richieste che il movimento Glbtq mette in scena da anni, istanze e richieste che toccano la grande sfera dei diritti e delineano i contorni di una nuova idea di cittadinanza e, per chi mantiene vivida la passione democratica e la voglia di pensare liberamente, di una nuova dimensione della stessa democrazia. Quella cittadinanza e quella democrazia che dovrebbero misurarsi con la contemporaneità delle differenze, degli incontri di mondi diversi per costruire insieme ponti, dei meticciati liberatori, della scelta di non morire di globalizzazione liberista e aprire invece nel mondo nuovi sentieri globali di liberazione umana. Roma con le sue strepitose scenografie architettoniche ha offerto come sempre un magnifico set a una magnifica prova di libertà. La ministra Carfagna – mai come nel caso di alcuni nuovi ministri, tra cui lei in primis, bisognerebbe ricordare l’etimologia latina del nome della carica che rivestono – ha messo in scena ridicole osservazioni sul decoro dell’abbigliamento e dei comportamenti: osservazioni ridicole in sé e non solo o non tanto per i trascorsi di professione della ministra. Bisognerebbe spiegarle – adesso che è ministra dovrebbe fare uno sforzo per capire un po’ i punti di vista diversi dal suo – che c’è un decoro a cui non si può veramente rinunciare. Quello della libertà. Il Gay Pride romano l’ha dimostrato.
Voglio esprimere la mia gratitudine alle organizzatrici e agli organizzatori della manifestazione, in particolare a Rossana Praitano, per avercela messa tutta per farne un successo.

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