I pozzi avvelenati della crisi

Larghe intese: hanno aperto la strada all’accentuazione del caos politico-istituzionale in cui ci troviamo da tempo. E hanno perso per strada pressoché tutte le ragioni giustificative della propria esistenza, sbandierate all’inizio dal premier Letta e raccomandate come obiettivo salvifico dal Presidente della Repubblica. Si sono riprodotte in misura ridotta – dopo la decadenza di Berlusconi e la scissione del centrodestra – all’insegna della più assoluta autonomia politica e libertà d’azione della maggioranza al governo, ignorando il sentimento popolare e la disaffezione elettorale. Hanno promesso miracolose riforme costituzionali, tentando l’indecorosa strada della deroga all’articolo 138, e hanno prodotto l’avvilente spettacolo dell’IMU mentre nel Paese la questione non soltanto sociale e del lavoro ma della povertà ormai endemica si allargava a dismisura. E non hanno dato risposta all’imperativo politico-morale numero uno che ne aveva giustificato la nascita: la messa in sicurezza del Paese, con una legge che eliminasse il Porcellum e garantisse la possibilità di ritornare immediatamente alle elezioni. Questo se le Larghe intese non avessero retto agli impegni che il Presidente Napolitano aveva loro attribuito, arrivando a fustigare il Parlamento con rimproveri roventi di cui nessuno si ricorda più. Italica, deteriore cultura di radice cattolica: contrizione mea culpa e poi peggio di prima. Speriamo che Bergoglio aiuti il nostro Paese a levarsela da dosso. La sentenza della Consulta mette in evidenza che le ragioni della barocca costruzione acostituzionale ed extra costituzionale dell’inizio – riconferma della Presidenza Napolitano dopo il primo settennato e ruolo di Lord Protettore del medesimo rispetto al governo – hanno prodotto un altro monstrum politico-istituzionale. Tale monstrum sta proprio nella decisione della Consulta non solo di esprimere un giudizio, magari il più radicale possibile, sul Porcellum ma di emettere una sentenza che rischia – staremo a vedere nel testo scritto – addirittura il disegno di una nuova legge elettorale. Essa, da quel che si capisce, sarà in netta contrapposizione a tutto quello su cui nei vent’anni passati la politica ha sproloquiato: maggioritario, indicazione del premier e compagnia cantando. Consulta con poteri legislativi, legge elettorale, con tutta la complessità tecnica oltre che politica che una tale legge comporta, scritta in una sentenza? Siamo alla frutta. Sta qui un aspetto della (vogliamo dire potenziale?)delegittimazione politica del Parlamento, esautorato di una competenza fondativa del suo potere: quella di costruire se stesso. Si conferma lo Stato d’eccezione in cui si avvita il sistema politico italiano e si sbriciolano i dispostivi dell’ordinamento democratico. La Consulta, per rispondere ai veleni prodotti nell’opinione pubblica dal Porcellum, sentenzia a partire da una preoccupazione tutta politica, fuori dalla prassi costituzionale – irrituale la risposta a un cittadino – e interviene direttamente sul prodotto legislativo che produce il soggetto legiferante. La salvezza del governo Letta verrà oggi invocata di nuovo come la via della salvezza e il mantra delle riforme, grandi e piccole, verrà sbandierato di nuovo come la risposta all’emergenza. Dall’emergenza all’emergenza attraverso l’emergenza. Facendo finta di ignorare che la fine delle larghe intese e la sentnza della Consulta rendono impossibile al Parlamento modificare alcunché della Costituzione. Le risse in Palamento rispecchiano il caos del Paese. Non sono un problema di carenza di estetica istituzionale o di buone maniere: indicano una crisi emergenziale della rappresentanza e del sistema della rappresentanza, tale che sfonda i muri dei luoghi della rappresentanza e si rappresenta al centro della scena pubblica, amplificata a dismisura dal circo mediatico che se ne alimenta oscenamente. Ciò che bisogna ritrovare è solo la strada della politica. Banale ma decisivo. Della responsabilità politica. Significa, come primo passo, decisivo passo, l’impegno per una nuova legge elettorale, nello spazio temporale che la Consulta ha messo a disposizione. E significa la chiarezza che l’avere accettato che si arrivasse al punto in cui siamo è acqua avvelenata che la politica ha versato su un Paese in acuta sofferenza. E continuerà a versare se non si arriva al punto, il prima possibile, di restituire la parola all’elettorato.

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