Quando le parole non corrispondono alle cose

La sconfitta elettorale che la sinistra ha subito è di tale portata che richiederebbe un autentico sforzo di riflessione, un’autentica attenzione alle cose e, soprattutto, uno sforzo responsabile, ostinato, collettivo per mettere a fuoco le ragioni del disastro. Per non usare le parole soltanto come fuga dal disastro e dal disagio che provoca in noi il doverci fare i conti. Per usarle invece nel modo più appropriato possibile: per stare alle cose, ricollegarci alle cose. Le cose del nostro sentire interno e del nostro sentire il mondo. Che cosa non ha funzionato, che cosa non funziona più? Che cosa si è rotto o che cosa non si è mai solidificato in tutti questi anni di presenza della sinistra nel panorama italiano? Di quella sinistra di cui Rifondazione è stata parte principale e per molti versi trainante? Quali sono state, nella nostra disfatta, le cause che vengono da lontano, “strutturali” io le chiamo, quali invece le cause derivanti da scelte politiche più contingenti, quelle che hanno fatto implodere un edificio già corroso alle fondamenta? Che cosa va aggiustato, rifatto, ripensato? Oppure, che cos’altro? Serve o no un lavoro di inchiesta, di ascolto, di rapporto stretto con quei terminali del partito che ancora funzionano, di attivazione di altri? C’è bisogno o no di parole nuove, idee, pratiche per “essere sinistra” e “fare sinistra”? Oppure, se già sappiamo tutto, se la presunzione è questa, quali sono le cose e le pratiche per uscire dall’imbuto catatonico in cui la sinistra è piombata, dal silenzio che ci ammutolisce, anche noi di Rifondazione, di fronte al rapido consolidarsi degli effetti nefasti del voto di aprile? Il dibattito congressuale di Rifondazione comunista, nel suo complesso, chi più chi meno ogni mozione, è imprigionato dentro un’ipertrofia della parola maschile che rischia di non concedere spazio alla ricerca autentica, lascia fuori gran parte dei problemi, spesso riduce a slogan anche temi e problematiche che sono invece dirimenti. Non è infatti che non siano affrontate questioni anche importanti. In ognuna delle mozioni c’è una griglia concettuale che dà conto, a coglierla in profondità, di una molteplicità di culture e pratiche politiche e prospettive interne al partito fino a ieri tenute sotto traccia rispetto alla loro portata politica e a cui la disfatta elettorale concede invece l’opportunità di porsi in aperta competizione per la leadership. Un problema non di poco conto, visto che nel partito il riconoscimento delle differenze non ha mai dato seguito veramente a pratiche di autentica condivisione o a autentiche sperimentazioni in tal senso. E si ritorna anche a battere su temi tradizionali in maniera rituale, come se non avessimo alle spalle la storia che abbiamo e l’oggi non fosse quello che è. Per esempio si riparla da tutte le parti di centralità del lavoro, operai, diritti del lavoro e altro ancora. Ma è come se il dibattito fosse fermo a ieri, e, ancora, è come se ieri non avessimo cercato di dire qualcosa di importante sulla composizione sessuata oltre che globalizzata del lavoro, è come se non fosse chiaro fin da ieri che il nesso tra condizione sociale e collocazione politica a sinistra non è il frutto automatico di quella condizione sociale o della forza sovradeterminante dei rapporti di produzione capitalistici ma il risultato di una formidabile costruzione storico-sociale-simbolica non ripetibile, stante perlomeno l’attuale situazione politica ma non solo politica, e che oggi la politica di sinistra non sa nemmeno come ripensare e ri-immaginare la ricostruzione di quel nesso. E se ne dibatte, di lavoro, proprio a prescindere da quello che è successo col voto di aprile, senza pensare che le cose dette fino a ieri sono inadeguate a cercare soluzioni politiche, senza contesto di riferimento con l’oggi. Cioè quasi inutilmente. L’impressione che se ne ricava, che io ne ricavo, è che parlando di questo tema, così “forte”, così tradizionale” molti esponenti politici di Rifondazione, anche della mozione che io appoggio, ne scrivano soprattutto con l’idea di trasmettere agli altri e a se stessi sicurezza. Ed è come se, nel rinserrarsi intorno alla comunità dei maschi – ad ognuna di queste comunità che sono nate nel Prc, in vista del congresso di luglio – si coltivasse l’illusione della salvezza. Un meccanismo antico a arcaico che ci imprigiona. Non è il merito della proposta che appassiona ma piuttosto il sentirsi appartenenti di quell’ area, gruppo, schieramento. Ognuno di questi vocaboli corrisponde a un diverso grado di sentimento di appartenenza ma insomma, sul piano dell’antropologia politica, c’è un innegabile dato di prossimità tra le cose. Invece la salvezza, nella forma di una politica ri-nata, perché solo questa ci interessa, dovrebbe essere soltanto nelle nostre mani e in un modo diverso di costruire nessi tra la libera individualità di ognun@ di noi e la responsabile condivisione con altr@ delle scelte collettive. Ma sembra un obiettivo metafisico. Le ferite, i traumi, gli scombussolamenti della vita, le sconfitte, soprattutto quelle brucianti che lasciano il segno, attivano meccanismi diversi a seconda che si tratti di fatti che accadono nell’ambito privato o se il lutto riguardi il ruolo pubblico dei soggetti. Nel primo caso prevalgono riservatezza e silenzio, oppure pianto, cioè sconnessione del silenzio, e sono le donne che amministrano la scena del trauma. Nel secondo invece prevale la parola e sono gli uomini che tracciano le coordinate di senso del dramma pubblico, anche quando sono stati i massimi artefici di quel dramma.

C’è una terza via tra le due? Ci deve essere, altrimenti la politica non ha più futuro.

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