A condizione

Segue la dichiarazione con cui abbiamo deciso di sottoscrivere la mozione congressuale di cui primo firmatario è il compagno Vendola. Chi la condivide può firmarla insieme a noi inviando una mail a Rita Corneli: lotte@mclink.it

Apertura all’esterno, pratica del dentro e fuori, sperimentazione politica sono da sempre il segno della nostra idea della politica e la misura di giudizio con cui abbiamo valutato via via le scelte che il Prc ha compiuto in tutti questi anni. Pur nell’esprimere spesso la nostra critica a molti aspetti e modalità di quelle scelte, abbiamo però sempre condiviso la molla all’innovazione e alla sperimentazione che le animava, soprattutto l’idea di farci protagonisti come partito di un percorso unitario e plurale di ricostruzione della sinistra in Italia. Oggi come ieri siamo convinte che la ragione di fondo della propria esistenza Rifondazione debba individuarla di nuovo in questa vocazione. Oggi poi con maggiore forza e determinazione, a causa della disastrosa sconfitta elettorale che abbiamo subito, che rischia di rendere ininfluente o assente per chissà quanto tempo una sinistra politica nel nostro Paese e del tutto testimoniale la stessa sopravvivenza di Rifondazione. Per questo sottoscriviamo la mozione che reca come prima firma quella del compagno Nicki Vendola. Essa contiene chiaramente delineato questo indirizzo politico, nell’intreccio che propone tra rafforzamento e rilancio della nostro partito e concreto impegno per una prospettiva unitaria a sinistra. L’uno e l’altro aspetto insieme, reciprocamente dipendenti.
Sottoscriviamo ma senza fanatismi di schieramento, senza preventivi affidamenti politici e senza la presunzione di aver trovato la strada maestra o di aver fatto la scelta risolutiva. Per noi si tratta soprattutto di un primo importante passo di avvicinamento alla ripresa della politica, di un passaggio necessario per lavorare più efficacemente a una prospettiva politica che sentiamo tutta nostra non da oggi, ma che, oggi più che ieri, deve essere tutta sperimentata e verificata con forte senso della realtà e con la consapevolezza che non bisogna dissipare vanamente – come abbiamo rischiato di fare – quello di cui già disponiamo. Rifondazione in primo luogo. Sperimentata e verificata nelle proposte, nelle pratiche politiche, nelle scelte. Per questo ci serve un congresso che segni una radicale discontinuità con tutto quello che abbiamo alle spalle. Discontinuità in tante cose e soprattutto nelle pratiche politiche. Bisogna abbandonare per sempre quelle oligarchiche e autoreferenziali che il Prc, nei suoi gruppi dirigenti, ha adottato e che ci hanno resi troppo simili al resto del mondo politico, col rischio anche di far apparire la grande sfida della ricostruzione della sinistra come un affare da gestire tra ceti politici ristretti, più interessati alla propria sopravvivenza che al progetto.
Pensiamo a un congresso che confermi, nella pratica quotidiana oltre che nelle dichiarazioni ufficiali, la vocazione all’apertura, alla ricerca e alla sperimentazione di Rifondazione comunista. E alla sua unità. A cominciare dalla necessità di mettere a valore tutto il patrimonio di idee, esperienze, risorse di cui il partito dispone. Ci aspettiamo per questo un’apertura reale alle “ragioni dell’altro”, l’ascolto di ciò che anima le diverse mozioni, le motivazioni che hanno spinto compagni e compagne alla differenziazione politica. Vogliamo condividere le preoccupazioni che da diversi angoli di vista ci assillano tutti e tutte e vogliamo affermare la pratica benefica dell’assunzione di responsabilità condivisa. Perché non salviamo Rifondazione e non costruiamo nessuna sinistra senza questa pratica, senza un congresso animato da questa radicale vocazione.

Elettra Deiana, Rita Corneli, Linda Santilli, Antonella Cammardella, Federica Miralto, Isadora D’Aimmo e Francesca Foti

Share Button

3 Responses to A condizione

  1. Avatar emilia lanzaro
    emilia lanzaro says:

    condivido la riflessione fatta dalle compagne e sono pienamente d’accordo con ellettra

  2. Mi dispiace ma non riesco a essere d’accordo con voi.
    Mi sembra che proprio quella parte di gruppo dirigente che oggi si copre dell’intelligenza di Vendola sia quello che più ha peccato di oligarchismo e di autoreferenzialità.
    Le scelte degli ultimi anni di rifondazione non sono state all’insegna del “l’idea di farci protagonisti come partito di un percorso unitario e plurale di ricostruzione della sinistra in Italia”. Non è andata così e ne abbiamo discusso qualche volta (vero linda?). Rifondazione si è messa di traverso a ogni ipotesi unitaria che non la vedesse egemone, in questo dimostrando tutti i limiti della sua innovazione.
    La discontinuità che chiedete ha proprio in Bertinotti, Giordano, Migliore e altri il freno che ha impedito alle innovazioni che il partito ha prodotto a livello di elaborazione, di incarnarsi nel lavoro quotidiano e nelle pratiche di relazione dentro il partito stesso. Tali innovazioni (il femminismo, la nonviolenza, l’antistalinismo) sono state utilizzate strumentalmente per confermare il potere di un gruppo dirigente attraverso la logica barbara e violenta del “o con me o contro di me”, e brandite come armi contro chiunque esprimesse dubbi e perplessità (non solo e non sempre di tipo conservativo, identitario e con lo sguardo rivolto al passato). Questo ha progressivamente svuotato il partito dei suo militanti, anche di quelli che con più entusiasmo avevano aderito alle svolte suddete e che progressivamente si sono sentiti usurpati di ogni potere decisionale.
    Oggi quei compagni e quelle compagne vedono nella principale mozione contrapposta a quella di Vendola l’occasione di riappropriarsi del partito e di praticare quelle scelte innovative fino in fondo. Certo forse la proposta federativa è un passo indietro, una reazione difensiva, ma a mio parere l’unica praticabile a meno di non voler fare a meno di rifondazione, ovvero degli uomini e delle donne in carne ed ossa che a questo partito hanno dato corpo, cuore, sangue, sudore, tempo e cervello.
    Temo che più che la mozione di vendola in se, la qualità e la storia recente di buona parte di coloro che lo sostengono (con qualche eccezione) rischia di produrre una svolta della bolognina, solo con vent’anni di ritardo. E un approdo subalterno in secula seculorum al PD.
    Se vi scrivo care Elettra, Linda, Rita è perchè di voi ho e continuerò ad avere stima e affetto.
    Jones – Maschileplurale

  3. Caro Jones, come sai non ho mai, con altre ma anche con personale esposizione, lesinato critiche né fatto concessioni alle cose che tu sottolinei. Ma il mio punto di vista , il luogo da cui guardo e cerco di capire la realtà, è forse diverso dal tuo. E’ la politica maschile nel suo complesso che è arrivata al capolinea. Ciò è del tutto evidente in un paese come l’Italia, nelle derive che conosciamo e a fronte della politica che abbiamo conosciuto in altre stagioni. Questo io penso, di questo sono convinta. La politica maschile nel suo complesso, negli elementi di fondo che la costituiscono. Gli oligarchi sono tali, soprattutto oggi, nell’epoca della politica spettacolo, del presidenzialismo conclamato, della sovranità mediatica, perché altri uomini fanno loro da corte, in attesa di essere loro gli oligarchi, o perché incapaci di misurarsi a quel livello e dunque accontentandosi di occupare nicchie, controllare porzioni di territorio, mimare i grandi capi. Una volta la politica di sinistra – dominio da sempre del maschile, della società maschile e delle sue antropologie umane – era però attraversata da passioni, da connessioni sentimentali, dalla capacità di leggere “marxianamente” la realtà. Oggi quelle passioni sono raffreddate o congelate. Rifondazione è da sempre dominata da filiere, famiglie, gruppi, logiche di appartenenza a qualcos’altro. Detto e ridetto. Anche nella Conferenza di Massa Carrara, per di più detto da uomini. Ricordi? Tutto inutile perché non c’è autenticità. Non dico questo personaggio è inautentico o quello. Dico come antropologia politica, che inghiotte tutti, quello o questo. A meno che non ci sia l’esodo. Il disastro elettorale avrebbe dovuto imporre un vuoto di parola maschile, se solo gli uomini di sinistra avessero consapevolezza autentica delle ragioni della crisi, di quanto la loro politica ne sia un elemento – tra altri sicuramente ma non inessenziale. Invece abbiamo da tutte le parti una overdose di parole maschili. O no? Parole autentiche quali, dopo imbrogli, silenzi, complicità, attese prolungate di tutti i tipi? Responsabilità che non si dicono, perché non si hanno nemmeno le parole per dirle.
    La mia scelta congressuale è tutta nello scarto tra questa consapevolezza e la passione che conservo che Rifondazione non sia soltanto un rifugio ma un veicolo – essenziale per quello che è, nonostante tutto e per come stanno le cose – per il progetto che non da oggi ritengo l’unica partita da giocare: contribuire a costruire, in un processo di fase, le condizioni, il campo, lo spazio pubblico, la molecolare rete di imput positivi, che rendano possibile il riemergere e l’affermarsi di una sinistra all’altezza della sfida della contemporaneità. La mozione di cui è primo firmatario il compagno Vendola dice questo. Il resto è tutto nelle mani di chi avrà voglia di impegnarsi, dopo il congresso. Anche la sopravvivenza e il rilancio di Rifondazione, che mi sta a cuore al di là di tutto, è nelle nostre mani, di tutte e tutti. Non in questa o in quella mozione, perché nessuna, nemmeno quella che appoggio, è Rifondazione. Un abbraccio.