Stare alle cose. Innanzitutto.

Frammenti di riflessione sulla sconfitta elettorale e il congresso di Rifondazione

La meta e i mezzi
L’ambizione di concorrere alla rinascita della sinistra in Italia – una sinistra europea, che non si arrenda alla globalizzazione capitalistica e ai disastri umani e ambientali che ne conseguono; che contrasti la guerra e la logica di guerra in tutte le forme aperte o subdole in cui oggi si manifesta; che dica no alla cancellazione dei diritti, al razzismo e alla xenofobia – un’ambizione di questo genere non solo deve sopravvivere alla sconfitta elettorale ma da quella sconfitta deve trarre ulteriori e fondamentali motivi. L’intreccio concreto e operativo – non solo letterario – tra questa ambizione, tra questa prospettiva politica, e la salvaguardia di Rifondazione comunista, il rilancio della sua presenza, della sua capacità di iniziativa, della sua credibilità innanzitutto sul terreno della ripresa di un politica di opposizione unitaria e molteplice, a tutti i livelli, è la vera posta in gioco del congresso che Rifondazione si appresta a svolgere. Ma non sarà facile perché lo scacco che abbiamo subito genera ripiegamento, senso di isolamento e sentimenti di autodifesa. E perché, tra le molte cause dello scacco, ci sono anche scelte sbagliate, spesso gravemente sbagliate che Rifondazione – soprattutto i suoi gruppi dirigenti – ha fatto. La responsabilità del disastro è di tutti? Ovviamente sì ma a gradi e livelli diversi. Spesso molto diversi, come è inevitabile che sia in un partito che funziona ancora secondo rigide verticalità di ruolo e che per di più ha conosciuto un progressivo svuotamento della sua democrazia interna, con la conseguenza di un restringimento crescente e di una informalizzazione di fatto delle sedi in cui vengono prese ( sono state prese fino a ieri) le decisioni che contano.
Fare i conti con la sconfitta elettorale e cercare di sbrogliare la matassa del “se” e “come” rimetterci in cammino non può prescindere dall’intreccio di questi nodi. Il rischio che incombe su di noi presenta due facce: da una parte il ritorno a casa di tante/i di noi, dall’altra il ripiegamento politico.
Non se ne esce senza un’operazione di verità a tutti i livelli. Io la chiamo la “scelta di stare alle cose”.

Occorre non dimenticare – scrive Hegel nella Introduzione alla Fenomenologia dello Spirito – “la serietà, il dolore, la pazienza, il travaglio del negativo”.
Oggi, dopo il cataclisma della sconfitta elettorale, il “negativo” è per noi la crisi di Rifondazione e della sinistra, un tutt’uno che sembra arrivato al punto di non ritorno. Crisi di un’idea, un programma, un agire politico che sia oggi di sinistra. Di un senso, oggi, del cercare ancora in quella direzione. Provare e riprovare. Come molte, molti di noi hanno continuato a fare. Ostinatamente. L’esistenza di Rifondazione comunista, sopravvissuta, almeno fino a ieri, alla lunga transizione italiana e protagonista di Genova 2001, era, innanzi tutto e al di là di tutto – vizi arretratezze ritardi arroccamenti, nostalgie identitarie e suggestioni ideologiche – la conferma di un’ostinazione – che in molte abbiamo giudicato negli anni altamente positiva – e insieme la verifica, concreta, di un ancora possibile rapporto tra l’ ostinazione del voler “fare sinistra” e il mondo. Un pezzo di mondo non secondario, che oggi, con il voto di aprile, sembra scomparso.
Voglio partire da questo primo dato di realtà. Da quello che abbiamo o forse sarebbe meglio dire avevamo. E dalle scelte che hanno dilapidato il patrimonio prima che fosse trovata davvero la strada per un investimento redditizio. Voglio fare proprio come una donna, che fa il conto delle cose di casa in epoca di crisi.
Nell’invito a “fare presto”, che è venuto continuamente dal vertice del partito, in quelle dinamiche accelerative impresse sconsideratamente attraverso messaggi mediatici, in quel costruire uno su l’altro eventi e annunci, prefigurazioni e suggestioni epifaniche della “cosa”, e mai discussioni serie nel partito e fuori del partito, con quanti quante hanno a cuore come noi le sorti della sinistra; e nel turbinio di un lessico novista, succubo del virtuale, che ha vanamente riempito siti e blog della sinistra in incubazione, io questo soprattutto ho letto e criticato nei mesi che ci sono alle spalle: l’ansia e l’impazienza per un tempo che ci sfugge e la presunzione demiurgica della politica maschile di risolvere le cose mettendo scena quella che una volta era la Parola e ora si è fluidificata in parole che girano a vuoto, un blablare inutile e dannoso che conduce a scelte astratte e senza verifica di niente. E ho letto lo smarrimento di una generazione di fronte a una durezza delle cose, a un mutamento della fase che non si mettevano in conto. Genova è sembrata di un’altra epoca, quando la faceva da protagonista un movimento no-global corsaro e radicale che sembrava non dover mai avere fine.
Invece delle suggestioni e delle fughe in avanti, ci sarebbe servita la capacità di stare alle cose, senza enfasi e senza retorica e sarebbe stato necessario il rigore della ricerca e della sperimentazione. Muoverci con fatica ma anche con l’autenticità e forse l’entusiasmo che si ritrova quando la politica è nelle nostre mani.
La crisi della politica ha conosciuto in questo smarrimento, essa sì, una nuova accelerazione. La politica di sinistra non ha saputo più stare alle cose ed è implosa.
“La meta senza mezzi”, come dice il filosofo. Forse peggio: la meta distruggendo i mezzi che hai a disposizione. Se non partiamo da qui non c’è nessuna ipotesi che tenga sulle prospettive della sinistra.
Il “qui” è proprio la necessità di preservare i mezzi che abbiamo a disposizione. Rifondazione comunista, tanto per cominciare. Mettendo a disposizione questi mezzi – Rifondazione in primo luogo – per costruire le condizioni, individuare le tappe di avvicinamento, agire le pratiche politiche di un processo di fase complesso, non facile, che richiede basi nuove a partire da un’assunzione grande di responsabilità.
La scommessa del prossimo congresso di Rifondazione sta in questo. Trarre le lezioni necessarie dalla catastrofe politica in cui siamo attraverso un congresso che sia esso stesso pratica di innovazione, apertura al mondo, sobrietà del confronto interno. Avvicinamento a misurarci col tema dei temi: l’utilità e l’efficacia della nostra esistenza.

L’azzardo delle scelte
L’Arcobaleno si è presentata alle elezioni come a un appuntamento con sconosciuti. Sembrava ignorare o forse ignorava davvero quanto l’inasprimento delle contraddizioni sociali, le conseguenze della crisi economica, l’insicurezza della vita pesino oggi concretamente sui bisogni e sulle scelte delle persone. Ne parlava, quando lo faceva, come in un’accademia di studi sociali. Non è stata in grado di misurare l’impatto dell’antipolitica e del disincanto politico sull’elettorato di sinistra; non aveva idea dell’insofferenza crescente, dell’antipatia sempre più marcata che i ceti popolari nutrono per la sinistra nel suo complesso, percepita come sempre più lontana e oligarchica, sempre più chiusa nei riti mediatici della propria auto-rappresentazione. Soprattutto non ha saputo cogliere l’effetto deflagrante della combinazione tra contraddizioni e problemi che vengono da lontano e effetti negativi del governo Prodi. La disfatta elettorale ha infatti ragioni strutturali di lungo periodo e cause politiche vicine, legate a scelte e responsabilità precise dei gruppi dirigenti. Le seconde hanno fatto precipitare in un effetto a valanga le prime.
Perché anche noi di Rifondazione non abbiamo capito nulla di questi cambiamenti, di quello che è successo in questi anni e che si è coagulato come precipitato negativo durante il governo Prodi? Perché abbiamo continuato a parlare delle solitudini operaie come di un argomento da accademia, senza discutere della nostra lontananza da quelle solitudini e del come tentare di colmarla, qui e ora? Perché abbiamo affrontato il grande tema strategico della ricostruzione di una forte sinistra in Italia in termini di messaggi per addetti ai lavori, accordi di basso profilo con chi ci stava, segni grafici fasulli e trastulli virtuali sui siti, liste elaborate nel chiuso delle segreterie? E con niente di proposta concreta che in campagna elettorale trasmettesse l’idea di una presenza utile e necessaria, dietro quel simbolo che nessuno conosceva e in cui nessuno si riconosceva?

Metamorfosi del Paese
I risultati delle votazioni politiche del 13 e 14 aprile e l’elezione di Gianni Alemanno a sindaco di Roma rappresentano insieme una dura sconfitta della sinistra e una secca smentita delle strategie messe in atto negli ultimi mesi dal Pd. E’ un vento europeo che soffia a destra ma ha forti specificità nostrane.
La scelta di “correre da soli” voluta da Walter Veltroni ha favorito una semplificazione della rappresentanza parlamentare che esclude per la prima volta nella storia della Repubblica la sinistra e rischia di creare ulteriori fratture tra parti importanti della società e le istituzioni democratiche. Le conseguenze possono durare nel tempo, logorando ulteriormente la sinistra e lo stesso centrosinistra e favorendo il consolidamento per chissà quanto tempo di un’egemonia culturale dichiaratamente di destra.
Nei prossimi mesi, se non si svilupperà un’opposizione degna di questo nome, l’Italia cambierà completamente pelle. Già ne vediamo i segni a pochi giorni dall’insediamento della nuova maggioranza.
I risultati elettorali ci consegnano la mappa di un Paese in rapido e inquietante mutamento, che non corrisponde più alle categorie interpretative che noi ci ostiniamo a utilizzare, che sfugge ai tradizionali rapporti tra condizione materiale della vita e rappresentazione/ rappresentanza delle vite. Per altro tutto o quasi tutto era già noto, analizzato, studiato. L’ampiezza, l’impatto, la radicalità del mutamento è però tale, nella verifica del voto, da far apparire improvvisa la trasformazione, perciò stesso indicando un salto di qualità dei processi, l’imprevisto e imprevedibile di questo appuntamento elettorale. In incubazione da tempo ma venuto a maturazione durante i due anni del governo Prodi, che hanno esacerbato gli animi e alimentato la ricerca di una risposta altrove? Che hanno dimostrato l’inutilità di affidarsi a Rifondazione e alla Sinistra? Che hanno finito col logorare in ampi settori dell’elettorato popolare gli ormai desueti riferimenti culturali e politici? Sono snodi di ricerca non più aggirabili né rinviabili. Gli operai del Nord con la Lega, e in un numero mai visto prima; l’Emilia Romagna che premia la Lega e diffusamente ne subisce la fascinazione; l’asprezza della critica da parte “di gente di sinistra” a Rifondazione per aver sostenuto l’indulto e essersi occupata soprattutto di immigrati e gay. “Gente di sinistra” che, come indicano i flussi, quest’anno ha votato Lega o premiato l’Italia dei valori, il partito che ha più raccolto dalle campagne dell’antipolitica di Grillo. Siamo risultati lontani dal Paese: così dice la vulgata dell’antipolitica ma così dice anche la dura realtà dei fatti; lontani da quello che avviene nella società, nella pancia e nel cuore della gente. E’ fin troppo evidente. Il conflitto sociale, la lotta di classe. Che cosa vogliono dire questi concetti nell’epoca in cui quella lotta l’hanno vinta, non solo nei fatti ma nel cuore dei lavoratori. Montezemolo, Calearo e compagnia cantando? Che cosa dicono agli operai di sesso femminile e alle loro doppie, triple solitudini? O agli operai venuti dagli altri lati del mondo? Che valore hanno per quegli operai che votano Lega, oppure, come alla Pirelli Bicocca, in massa passano dalla Cgil all’Ugl? Come misurarsi col comunitarismo territoriale e politico della Lega, che imprigiona il destino degli operai in quello dell’impresa, in nome del comune interesse del luogo di appartenenza?

Dobbiamo lasciarci interrogare in profondità dall’impatto di ciò che è avvenuto, dallo spiazzamento che ha prodotto, dalla cacofonia dei suoni e delle voci che cercano di rabberciare una “versione dei fatti” su cui rilanciare la politica di sempre.

Rifondazione comunista
Per quello che ci riguarda più direttamente come partito, va detto che si è logorato nel tempo il patrimonio di legami con la tradizione comunista, il dispositivo di affidamento politico al partito che da lì derivava, il sistema di valori e di identità politica in qualche modo “storica” che aveva permesso a Rifondazione comunista di godere di una diffusa presenza sul territorio nazionale e di conseguire risultati elettorali non irrilevanti, sia a livello locale sia su scala nazionale. Gli innesti successivi, innovazione culturale, movimenti, critica della globalizzazione, centralità di un insediamento europeo della sinistra, hanno ì creato appeal, consenso e voti di opinione, simpatia culturale e fascino mediatico ma non si sono trasformati in strumenti di costruzione di rapporti diversi nel cuore profondo della società, di connessione con gli interessi materiali di donne e uomini, con il bisogno di diritti e di futuro dell’intricato mondo del precariato, con la richiesta di sicurezza – ad ampio raggio – che viene su dai settori più esposti e fragili della società. Con la voglia di domani che le giovani generazioni vanno smarrendo. Il perché di questo fallimento sta soprattutto nel carattere strumentale che spesso hanno avuto, target di facciata piuttosto che fatica della politica di trasformazione delle cose. Cambiamo noi e cambiamo il mondo hanno detto le femministe. E’ l’unica strada del cambiamento che i gruppi dirigenti di Rifondazione non hanno mai voluto mettere in pratica, riducendo l’innovazione a una sterile pratica discorsiva.

Essere sinistra
La necessità di una nuova sinistra, all’altezza della sfide che dobbiamo affrontare in questa lacerata contemporaneità, non deriva per l’essenziale dall’operazione di prosciugamento a sinistra messa in atto dal Pd di Walter Veltroni. Operazione su cui per altro si vanno già addensando contraddizioni di non poco conto, proprio in relazione a quel prosciugamento. Né deriva per l’essenziale dall’opportunità politica di coniugare le culture critiche nuove e meno nuove che abbiamo a disposizione, per meglio rispondere alle istanze dell’oggi. Questi sono sì aspetti importanti e, sul piano politico immediato, molto importanti ma parziali. Se si rimanesse a questo livello saremmo condannati a restare imprigionati negli espedienti tattici, nel tatticismo manovriero di Palazzo, con l’unico obiettivo di riguadagnare spazio nelle assemblee parlamentari o di difendere le presenze istituzionali che non abbiamo perduto. Il che non significa ovviamente (ovviamente) che preoccupazioni di questo genere non debbano guidare fortemente e con accortezza la nostra politica. Significa però che non possono essere l’obiettivo unico e neanche quello essenziale. Il punto fondamentale oggi sta nel capire che cosa significhi “fare sinistra”, “essere sinistra” oggi, nel progressivo dispiegarsi degli effetti nefasti che il capitalismo liberista va provocando a tutti i livelli della vita materiale e psico-fisica delle persone, nell’impatto con la superficie del pianeta, nel cannibalesco saccheggio dei beni primari, nella disintegrazione delle relazioni umane. Racimolare le forze, rimettere insieme le energie della sinistra è necessario ma senza la capacità di ridisegnare le ragioni di fondo – quelle dell’oggi – di una collocazione così asimmetrica, scomoda, senza santi né protettori, come è oggi quella di sinistra, è una scelta destinata a durare lo spazio di un mattino.

I mezzi e la meta
Rimettersi in gioco è innanzitutto fare i conti con questi dilemmi, farci attraversare radicalmente da queste contraddizioni E cercare le risposte con sobrietà e spirito pionieristico. Un nuovo inizio. Perché darsi una meta ci obblighi a fare i conti duramente con i mezzi che abbiamo a disposizione.

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One Response to Stare alle cose. Innanzitutto.

  1. Cara Elettra, concordo con quanto scrivi ma, mi chiedo, perchè la contestazione a quel modo di fare politica,verticistico,maschilista e oligarchico -che abbiamo tentato durante gli Stati Generali- NON ha avuto il sostegno(scusa,ma nemmeno da te) necessario per poter essere efficace? Che cosa ha trattenuto tante di voi dal farne una questione politica e non quasi folcloristica come,soprattutto nella seconda giornata, è avvenuto?Perchè non si è investito il partito del pericolo che si cela nella necessità di avere , comunque, un capo? E ora, ovviamente, ci propongono Vendola!!Il nuovo che avanza.!!!!Da poco partecipo al Forum e lo ho trovato il luogo più stimolante, ricco e intelligente di quanti ci sono in giro. Voi che l’avete fondato e coltivato lo dovete valorizzare e pretendere che in Rifondazione sia uno dei luoghi da cui imparare. Un abbraccio. Anita