Camera in grigio per un’altra Repubblica

Gianfranco Fini, sdoganato fin che volete ma sempre lui, è stato eletto presidente della Camera dei Deputati. Si è avviata con lui la sedicesima legislatura, tra continui proclami bossiani inneggianti al martirio padanico, saluti romani in Campidoglio per l’elezione a sindaco del celtico Alemanno, ghigni compiaciuti del patron dei patron Silvio Berlusconi, l’uomo del destino che ritorna. In mezzo a questo bailamme Gianfranco Fini ha celebrato, col suo discorso di investitura alla terza carica dello Stato, l’ultimo funerale di ciò che resta della Repubblica italiana. Quella nata dalla dura lotta antifascista e dalla resistenza al nazi-fascismo – cerchiamo di stare ai fatti, senza retorica che non serve proprio a nulla, ma ai fatti. La Repubblica fondata guarda caso sulla Costituzione del ‘48, che è stato il lascito più prezioso della lotta antifascista, la testimonianza del valore grande, civile e morale, della Resistenza. La Repubblica che, proprio con la sua Costituzione, ha offerto l’indiscutibile, ferrea cornice di legittimità alle lotte e alle mobilitazioni dei difficili decenni del dopo-guerra, all’affermazione dirompente dei diritti, alla libertà di donne e uomini. Quella Repubblica è stata seppellita definitivamente, in un discorso costruito ad arte con l’unico obiettivo di destoricizzare la storia, strappare le vicende storiche alle ragioni che le hanno mosse, collocare in un grigio e indistinguibile altrove concetti e parole della nostra storia nazionale, modificando al cuore le parole stesse, per costruire una rappresentazione delle cose a misura di quella “memoria condivisa” di ispirazione finiana che significa soltanto estirpare dalla storia quello che lui, Fini, non vuole, non può proprio condividere.
Elezione a presidente della Camera nel mezzo di due feste simbolo della Repubblica: il 25 aprile e il 1 maggio. Qualche imbarazzo? Per carità, Fini sa come cavarsela, non aspettava altro, si è allenato con ostinazione in tutti questi anni. Il primo maggio ormai non dà più fastidio a nessuno, tanto gli operai votano Lega e si iscrivono in massa al sindacato di Renata Polverini. E il 25 aprile? La data è ingombrante ma, nel gelido e burocratico eloquio del neo-presidente, diventa la festa della libertà. Libertà da tutti i totalitarismi. Bello, no? Un colpo di clava alla storia e un tributo al Popolo della libertà ( tutte le libertà, quindi anche quella destoricizzata e metamorfizzata del 25 aprile, che volete di più?). Celebrazione di un funerale col consenso di tutti, per di più: è la memoria condivisa, bellezza! Questo il punto inquietante – ma qualcuno si inquieta ancora? Fini tra applausi, ovviamente bipartisan e con l’aplomb di chi ha avviato la pacificazione nazionale, conclude così la lunga marcia intrapresa quindici anni fa per arrivare alla legittimazione democratica della destra post-fascista. Post-fascista ma in che senso non fascista? Boh.
Così si avvia questa nuova stagione della vicenda italiana. Ma non ci aveva già pensato Luciano Violante, eletto presidente della Camera alla tredicesima legislatura, a sdoganare i “ragazzi di Salò” e a fare tutte le concessioni possibili alla pacificazione nazionale? Appunto. L’occasione fa l’uomo ladro, dice la saggezza popolare. E di occasioni a Fini ne sono state offerte a gogò, da tutte le parti, in tutti questi anni di infinita e indefinita transizione italiana, mentre la sinistra andava a carte quarantotto, Berlusconi scendeva in campo, Bossi metteva le tende nei territori padanici. Soltanto D’Alema, in altre stagioni teorizzatore della necessità di “un’Italia normale”, ha fatto notare che l’espressione “tutti i totalitarismi” utilizzata dal neo presidente della Camera non spiega nulla di quello che è avvenuto in Italia in quegli anni terribili e che Fini avrebbe fatto bene a ricordarsi dell’antifascismo. Ma a chi importa ormai? Acqua passata. L’Italia “normale” è oggi questa. Aspettiamoci di tutto dal nuovo presidente della Camera. Fini ha omaggiato il papa, le radici cristiane dell’Europa, i valori fondanti della destra: dio patria famiglia. E ha messo in guardia contro il relativismo culturale. Che vogliamo di più?

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