La guerra dimenticata

Il 20 marzo del 2003, cinque anni fa, le armate statunitensi e britanniche scatenarono l’attacco militare contro Baghdad, misero a ferro e fuoco l’intera Mesopotamia  – crocevia della civiltà umana, come in pochi, con passione, ricordammo nelle aule parlamentari e in molti, con la stessa passione, nelle piazze – e aprirono una nuova era politica: quella segnata dal diritto della superpotenza americana e dell’Occidente  all’aggressione preventiva di un altro Stato. Il che causò, tra le altre cose, anche la pressoché finale liquidazione dell’Onu.
Si scrisse e si disse in quei giorni che era stato definitivamente cancellato il principio fissato tre secoli e mezzo fa con la pace di Westfalia, quello secondo cui gli Stati si riconoscono tra loro e non interferiscono nelle faccende interne l’uno dell’altro. Lo Stato aggredito, l’Iraq di Saddam Hussein, era colpevole di essere nelle mani di un regime dittatoriale, iniquo e violento fino al massacro perpetrato contro i Kurdi e gli Sciiti, che costituivano una parte importante, numericamente maggioritaria, della popolazione irachena. Ma era lo stesso regime che gli Stati Uniti avevano apprezzato e aiutato quando il rais sunnita di Baghdad, venti anni prima, si era impegnato nella lunga e sanguinosa guerra contro l’Iran sciita della rivoluzione komeinista.
Anche questo venne ricordato, da pochi, in tutte le salse e in tutte le occasioni in cui fu possibile dirlo. Vanamente, come è ovvio.
L’Iraq, nel 2003, non possedeva armi di distruzione di massa, come dimostrarono gli ispettori dell’Onu e dichiararono in varie occasioni le stesse agenzie dell’intelligence statunitense; né offriva ospitalità alle reti terroriste legate ad Al Qaeda – la forza del regime era ancora tutta nella sua impenetrabilità alle pressioni dall’esterno – né soprattutto preparava alcun attacco ai Paesi occidentali. Subiva ancora duramente le conseguenze – in primis l’embargo – della prima guerra del Golfo, quella del 1991, quando Saddam Hussein, sperando incautamente nella benevolenza ormai venuta meno degli Usa, aveva tentato l’avventura di prendersi il Kuwait e aveva subito invece una durissima batosta da parte di un vasto schieramento di forze guidate dagli Usa di Bush senior.
Anche una bambina avrebbe capito che, nel 2003, l’ipotesi di un attacco iracheno al mondo costituiva un’assurdità.
Ma il gioco era un altro. E fu giocato fino alla fine.
Dal 2001, con il primo mandato presidenziale di Bush junior, la teoria della guerra preventiva e la catalogazione di alcuni Stati come “rogue states” (Stati canaglia) hanno rappresentato gli elementi di fondo, non solo teorici ma operativi, di una strategia di dominance globale di tipo unilateralista e apertamente bellicista, già da vari anni elaborata negli ambienti della destra statunitense e fatta propria da George Bush. Il nuovo presidente infatti di quella destra estremista e cristiano-fondamentalista si è alimentato ideologicamente così come la sua politica interna ed internazionale si è fondata sull’appoggio dei grandi gruppi dell’apparato industriale-militare  del Paese. Alla clintoniana politica del “containment” – il nuovo ordine mondiale deve essere a stelle e a strisce ma va perseguito con metodo multilaterale e dunque in accordo con gli alleati (do you remember Belgrado 1999?) –  subentrò la strategia della guerra in senso assoluto – la politica è tout court guerra e, viceversa, la guerra è politica – da gestire in proprio, senza perdite di tempo e ripensamenti, nel disprezzo e nella delegittimazione di tutto ciò che abbia a che fare con le regole, il diritto, il ruolo delle Nazioni Unite. Inutile ciarpame di un’altra epoca, ingombrante e fastidioso: questo più o meno ciò che è stato detto più volte del Palazzo di vetro. La guerra preventiva sia come risposta a una per altro non dimostrata responsabilità diretta del regime dei Taliban nell’attacco alle Torri gemelle, sia come atto di prevenzione contro il pericolo di un attacco nucleare da parte di Baghdad, messo spudoratamente in scena per giustificare la guerra. “Stati canaglia” e organizzazioni del global terrorism furono portati e continuano a essere portati a giustificazione dell’illegalità internazionale così a largo raggio dispiegata. Tra gli “Stati canaglia” primeggiava allora l’Iraq, e non per caso, dal momento che chi decideva (e ancora decide) il grado di canagliaggine di un Paese è Bush in persona. E l’Iraq era il primo della lista, quello che più facilmente poteva fungere da capro espiatorio del nuovo nemico globale e più facilmente poteva implodere sotto l’attacco. Come successe e continua a succedere, tra azioni di resistenza contro le truppe occupanti e scontri all’ultimo sangue tra opposte fazioni,  ritorsioni delle armate occupanti e massacri indiscriminati di civili a opera dei gruppi terroristi affiliati ad Al Qaeda, che hanno avuto finalmente in Iraq un nuovo terreno di pascolo.
Un conflitto, quello globale, una guerra, quella preventiva, che hanno ormai largamente annientato le regole faticosamente messe a presidio dei rapporti internazionali, cancellato la funzione di terzietà delle Nazioni Unite, affogato il diritto internazionale.
Sarebbe il caso che, a cinque anni da quel disastro, se ne parlasse seriamente e ampiamente nelle sedi politiche, parlamentari, di governo. Nei luoghi in cui si forma l’opinione pubblica. Nei partiti. Si tratta di un punto dirimente e essenziale, che dovrebbe obbligare la politica, soprattutto quella di sinistra, a non dimenticare o sottovalutare o annoverarla tra le tante, la guerra dell’Iraq; a non considerarla soltanto un “errore”di Bush, un incidente di percorso da sistemare in qualche modo e voltare pagina. Forse i marines torneranno a casa nel 2009, come promette qualcuno, forse si arriverà a un modus vivendi tra Sunniti e Sciiti, forse quelli del Baath, il partito al potere all’epoca dell’odiato rais, accoglieranno l’invito del generale Petraeus a rientrare nei ranghi, a fare la loro parte per portare un qualche ordine nel Paese devastato. Insomma un mucchio di chiacchiere che nascondono il punto vero, che impediscono di capire la portata di quello che è avvenuto e avviene nei teatri di guerra compresi tra Kabul e Baghdad, tra la Palestina e Teheran, il Libano e la Siria. C’era e c’è in gioco il controllo delle risorse energetiche. Fin troppo evidente e anche dichiarato. C’era e c’è in gioco la necessità per gli Usa di una strategia a vasto raggio e penetrazione, in grado di tenere sotto osservazione, militarmente ravvicinata, le dinamiche di aspirante grande potenza mondiale in cui è impegnata la Cina nonché le nuove ambizioni di grande potenza regionale della Russia. E c’era, c’è ancora, poi vedremo che farà chi vincerà le elezioni d’autunno, la corsa degli Stati Uniti a conquistare sul campo, manu militari, la leadership del sistema mondo, imponendo le nuove regole della competizione tra le grandi potenze, la destinazione delle risorse, il destino del mondo.
Insomma in tutto e per tutto quella contro l’Iraq è stata una guerra imperiale all’interno di una strategia imperiale, come chiaramente spiega la mole di documenti ufficiali della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato – dal Defence Planning Guidance del 1992 al National Security Strategy del 2002 – che negli anni Novanta hanno definito il punto di vista strategico della potenza americana, rimasta sola dopo la fine dell’impero sovietico e dell’ordine mondiale stabilito a Yalta.
Ora Baghdad è una città senza speranze, devastata e invivibile. L’Iraq è di fatto diviso in tre segmenti: a nord i Kurdi che hanno un governo sempre più autonomo; al centro i Sunniti, con una Baghdad irriconoscibile nei suoi quartieri etnicamente ripuliti; al sud gli Sciiti, protetti dalle loro milizie e filo-iraniani. E i cristiani, una comunità fiorente al tempo del rais, oggi in fuga e perseguitati. Un numero impressionante quello delle vittime irachene. Quattromila, fino ad oggi, i marines morti. E le spese di guerra alle stelle.
A cinque anni dall’annuncio trionfante di Bush “Major combat is over”, e dall’immediata smentita dei fatti, il silenzio su questa guerra, con qualche eccezione da anniversario dei cinque anni, è diventato totale. La politica internazionale è la grande assente di una campagna elettorale per lo più senza anima. Come se non fossimo in un mondo globale, a dispetto delle tante chiacchiere sulla globalizzazione.

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