La politica del possibile e la passione della politica

Di ritorno dal Congresso americano, passando per le femministe del Pink code in presidio davanti alla Casa Bianca
Note di viaggio di Elettra Deiana

“Si potrebbe cercare di avere un incontro con Nancy Pelosi”. La proposta venne fuori quasi per caso, per un’idea di Lalla Trupia, durante uno scambio di valutazioni nell’aula di Montecitorio, dopo l’assenso che Prodi aveva dato da Bucarest alla richiesta americana. E dopo le polemiche, i contrasti, le critiche che quella decisione aveva suscitato. Il presidente del Consiglio, avendo detto sì con sconsiderata leggerezza alla costruzione di una seconda base statunitense a Vicenza, non soltanto aveva voltato le spalle al grande movimento del “no al Dal Molin” ma senza tanti complimenti aveva sconfessato l’impegno profuso da diversi parlamentari della sua maggioranza per sostenere la protesta e scongiurare l’affronto al patrimonio artistico, al profilo urbanistico, alla sicurezza ambientale e alla tradizione pacifista di Vicenza. Aveva anche confermato, Prodi, un insopportabile atteggiamento di subalternità nei confronti degli Stati Uniti, per di più su un terreno – quello delle basi militari – su cui l’Italia avrebbe molto da ridiscutere e rinegoziare con gli Usa. Vicenza ha già dato, avrebbe potuto dire Prodi sull’esempio del presidente della Regione Sardegna Soru, quando parla delle basi collocate nella sua isola. Nella città veneta c’è già infatti una prima base, quella di Ederle, che è là da decenni, a pochi silometri dalla città ed è punto di estremo valore strategico per le nuove politiche di guerra preventiva dell’attuale amministrazione americana. Parte da là la 173°, corpo di combattimento di eccellenza destinato oggi ai teatri di guerra dell’Iraq e dell’Afghanistan. Ci sarebbe quindi già molto da discutere su questa disponibilità italiana a continuare a ospitare basi e unità militari destinate a svolgere un ruolo fondamentale nelle nuove guerre. Con che coraggio allora dire sì anche a un secondo insediamento, questa volta proprio nel cuore delle città, a ridosso di quel centro rinascimentale palladiano che fa di Vicenza un gioiello dell’architettura italiana tra i più preziosi, al punto che l’Unesco l’ha dichiarata città d’arte patrimonio dell’umanità?

Siamo partite per incontrare Nancy Pelosi per tutto questo. Soprattutto per fare qualcosa che rendesse evidente il nostro desiderio di mantenere legami e responsabilità con il movimento di Vicenza, straordinario come pochi; che segnalasse quanto le contraddizioni suscitate dalla decisione di Prodi all’interno della maggioranza fossero tutt’altro che risolte, restituendo così alla politica un carattere che dovrebbe esserle preminente e peculiare: la vocazione alla responsabilità pubblica rispetto al bene comune e l’obbligo a rispondere punto su punto sui propri impegni davanti a chi ti vota.
La politica è l’arte del possibile, dicono molti politici ed esperti della materia. Soprattutto uomini nutriti alla scuola di Machiavelli. E’ così? Forse sì, mi dico, forse qualcosa di vero c’è in questa affermazione ma a patto che ci si metta d’accordo su che cosa si intenda per possibile. Per Prodi il possibile è stato cedere ai pesanti ricatti dell’ambasciatore statunitense a Roma Spogli e addurre a pretesto della sua decisione il calendario dei lavori del Congresso americano, perché – così ha dichiarato – se non si fosse detto sì in quel preciso giorno in cui lui l’ha fatto da Bucarest, il Congresso avrebbe perso l’appuntamento messo nel calendario dei suoi lavori per approvare il bilancio destinato al Dal Molin.
Può il governo di un Paese sovrano come l’Italia farsi condizionare dal calendario delle votazioni parlamentari di un altro Paese, sia pure quello più potente del mondo, sia pure per gran parte del mondo politico nostrano l’alleato per eccellenza?
Noi siamo partite per gli Usa contro quel sì, con l’idea di trovare il filo di una possibile rimessa in discussione del progetto. Nancy Pelosi può offrire una sponda, abbiamo pensato. Perché è una donna? Una democratica? Un’italo-americana convinta, come ha dimostrato festeggiando la sua elezione a speaker del Congresso nella bella sede dell’ambasciata italiana a Washington? Forse per tutte queste ragioni messe insieme ma soprattutto perché è una politica di primo piano, come la sua decisa virata in politica estera, con i suoi viaggi diplomatici nel cuore “dell’impero del male” ,, ha subito messo in evidenza, al punto di suscitare l’ira del presidente Bush e di un’altra donna potente, la sottosegretaria di Stato Condoleva Rice.

La preparazione del viaggio è stata lunga e meticolosa. Siamo partite per New York il 13 aprile, dopo una complicata trafila di contatti a cui in particolare hanno lavorato Lalla Trupia e Laura Fincato, attivando contatti e relazioni, e dopo che avevamo preparato materiale di ogni tipo: libri d’arte su Vicenza, pesantissimi e ingombranti, da regalare ai nostri interlocutori, poi dossier sullo scempio urbanistico e ambientale in programma, omaggi vari e quant’altro. Soprattutto una lettera in inglese indirizzata alla speaker del Congresso dalle donne di Vicenza, quelle che hanno capeggiato e diretto la lotta. Siamo partite in cinque: quattro della camera e una del Senato. Lalla Trupia, Laura Fincato, Luana Zanella, la sottoscritta e Tiziana Valpiana.
Ci hanno prestato il loro appoggio durante la nostra trasferta il console italiano di New York Antonio Bandini, l’ambasciatore a Washington Castellaneta, funzionari e personale delle due sedi diplomatiche, con competenza, disponibilità e gentilezza. A tutti abbiamo esposto le ragioni del nostro viaggio e illustrato i motivi della mobilitazione che ha scosso la città di Vicenza.
Un aiuto decisivo ci è venuto da Mr Mico Nicastro, presidente della IUNA (Italiani Uniti del Nor America) per gli incontri con le rappresentanze della comunità italo-americana. Da New York Mr. Nicastro ci ha accompagnate nel New Jersy, a visitare la radio italiana “INC” e il quotidiano in lingua italiana “America Oggi” che viene distribuito in 80 mila copie con “la Repubblica” inserita dentro. Abbiamo parlato con i rappresentanti della comunità, siamo state intervistate dal direttore della radio, abbiamo dato in omaggio i nostri libri d’arte alla redazione del quotidiano e ci siamo impegnate a inviare corrispondenze dall’Italia sui futuri sviluppi del problema base. Il tema, in tutti i nostri incontri, è stato sempre quello del Dal Molin, della mobilitazione popolare di Vicenza, del negativo impatto ambientale di cui parlano gli esperti qui da noi e dell’insopportabilità di una tale scelta per la comunità vicentina. Insomma abbiamo tentato di aprire una finestra americana sul Dal Molin.
Anche uomini e donne del nostro Paese hanno fatto la storia di quel Paese, in tutti i sensi, positivi e negativi, in cui questo umanamente avviene.
Abbiamo incontrato, la sera della domenica 15 aprile, un gruppo di agguerrite signore del Consiglio di Amministrazione della National Organization of Italian American Women, tutte estremamente e negativamente colpite dal progetto americano della seconda base a Vicenza, tutte sorprese dalla richiesta del Pentagono ma anche dall’estrema disponibilità mostrata dal governo italiano. La tutela del patrimonio di memoria, lingua e cultura italiane è la ragione della loro organizzazione. Molte di loro sono convintamene democratiche e sostenitrice della speaker Pelosi. Durante il nostro incontro le signore della NOIAW ci hanno anticipato una notizia poi comparsa poi anche sui giornali italiani: il forte incremento degli studi di italiano che riguarda le ultime generazioni di italo-americani ma anche più in generale la società colta statunitense.
Un fatto positivo. Ma nessuno, negli Usa, sa niente di niente di quello che succede concretamente in Italia, al di là di qualche stereotipo della vita politica o del costume nostrani che rimbalza su media. Se arriva qualcosa è come un punto lontano in uno spazio siderale, estraneo e indicibile. Bisogna far vedere le foto del centro di Vicenza, lo spazio dell’attuale area del Dal Molin rinserrata tra il centro storico, la basilica palladiana e la villa di Coldogno, l’area dove dovrebbe arrivare la colata di cemento in “puro” stile palladiano della nuova base. E bisogna far vedere la rappresentazione del luogo che invece forniscono gli stati maggiori statunitensi, uno spazio assolutamente vuoto, riempito al centro dal previsto insediamento, come un’isola nel deserto. Perché, come ha disegnato e scritto ironicamente la vignettista Elle Kappa su l’Unità, sono i vicentini ad aver sbagliato luogo avendo voluto costruire la città intorno alla base. Abbiamo raccontato anche questa battuta al vetriolo durante il nostro viaggio negli Usa. Se si fa tutto questo forse si smuovono perlomeno le acque, si accende l’attenzione degli interlocutori. Non è automatico ma può positivamente succedere. E’ un altro modo, penso io, di mettere in scena la politica del possibile. Le signore della NOIAW hanno ascoltato i nostri discorsi, fatto domande, chiesto ulteriori spiegazioni. E si sono impegnate a far girare la notizia e, soprattutto, a promuovere qualche iniziativa mediatica che faccia parlare della base e dell’indignazione della città contro il progetto made in Usa. Di sono impegnate con determinazione. Le bellezze artistiche italiane sono nel loro cuore, ne sono orgogliose come di un segno di identità. Le preoccupa poi che una tranquilla città veneta possa veder crescere al suo interno l’antipatia e l’ostilità per gli Stati Uniti e il suo popolo.

All’Onu abbiamo parlato con una piccola rappresentanza della delegazione italiana al Palazzo di Vetro. Libri sul Palladio, documenti, spiegazioni, l’Unesco, Vicenza città d’arte, patrimonio dell’umanità, il divieto di vicinanza a basi militari: tutto quello che potevamo dire abbiamo detto. La vicenda entrerà nei dossier dell’Onu, ci è stato assicurato. Si farà il possibile, ci è stato ribadito. L’aplomb del funzionariato onusiano non va oltre.
Poi un salto a Washington, capitale dell’impero, dove c’è tutto: dal Pentagono, misteriosamente colpito anch’esso l’11 settembre senza che se ne sia saputo nulla di veramente chiaro e definitivo, al Congresso, attraversato e riattraversato di continuo da file infinite di visitatori che vengono da ogni lato degli States; dalla Casa Bianca alla National Reserve, dalla Corte Suprema a tutte le ambasciate, a tutti i musei e altro ancora. Città bianca di marmi e inappuntabile, con un decoro urbano che sicuramente fa morire di invidia il sindaco Veltroni quando capita da quelle parti. Washington si presenta proprio come il salotto buono del globo. Per mancanza di tempo non siamo riuscite a visitare le sue zone degradate e povere, lontane dal centro Ci sono anche quelle ma non si vedono se non le cerchi.
L’ambasciata italiana è un grande, elegante edificio, opera dell’architetto Piero Sartogo che l’ha disegnata come un quadrilatero immerso nel verde, attraversato da un varco diagonale che lo divide in due parti uguali, come il fiume Potomac divideva l’area originale del distretto di Colombia.
Il giorno del nostro spostamento nella capitale federale, al campus di studi tecnico-scientifici della Virginia un giovane studente coreano si scatenava in quella terribile strage che è rimbalzata rapidamente su tutti i media del mondo e che negli Stati Uniti ha polarizzato per giorni e giorni le dirette televisive, i commenti, i servizi speciali, le prime pagine dei giornali. L’incontro con la speaker del Congresso, previsto per martedì 18 aprile è saltato. Pelosi, così abbiamo saputo, si è dovuta recare per compiti e obblighi istituzionali alla cerimonia di commemorazione al campus. Una ragione obiettiva, indiscutibile. Nei giorni trascorsi a New avevamo avuto notizia di uno scontento manifestato in qualche occasione dall’ambasciatore Spogli, contrario a ogni tentativo di rimettere in discussione la decisione sulla base, che lui evidentemente ritiene un successo personale. Anche il presidente del Consiglio Romano Prodi, impegnato negli stessi giorni in un impegnativo viaggio all’estero, aveva inopinatamente valutato di dover di nuovo intervenire sul Dal Molin, con una dichiarazione ispirata più o meno al concetto del “pacta servanda sunt”. Se hanno avuto notizia che le cinque parlamentari italiane partite per gli Stati Uniti non sono riuscite a parlare direttamente con la speaker del Congresso, come era nei loro programmi, non si saranno certamente dispiaciuti.
Come previsto invece, il martedì 17 aprile abbiamo avuto l’incontro al Congresso con una importante e folta delegazione di deputati/e democratici, tra cui Rosa de Lauro, supporter di Nancy Pelosi, da quasi vent’anni deputata al Congresso, anche lei un’italo-americana dall’aria molto ferma e determinata. L’incontro si è svolto nel suo ufficio, colmo di fotografie dei grandi leader delle lotte di indipendenza e per i diritti umani che hanno caratterizzato la nostra epoca. C’erano poi, tra gli altri, Loretta Sanchez, di origine ispanica, membro della commissione Difesa del Congresso – sapeva veramente tutto sulla questione di Vicenza – e Pascrell, originario di terza generazione di una famiglia Pascarella di Salerno, presidente del comitato dei deputati italo-mericani. Tutti hanno ascoltato tutto con attenzione e aplomb istituzionale, italo-americani alcuni, democratici tutti ma rappresentanti del Congresso quindi per ruolo cauti e ponderati, preoccupati soprattutto dei risvolti di antiamericanismo che la seconda base a Vicenza può scatenare in Italia. Ci hanno fornito spiegazioni sulle complesse procedure attraverso cui si arriva a decidere il bilancio delle spese militari e si sono impegnati a verificare puntualmente a che punto sia veramente tutta la partite relativa al Dal Molin e a darcene informazioni.
Il mancato appuntamento con Nancy Pelosi è stato in parte colmato con un incontro negli uffici della speaker con Mike Sheeny uno dei capi del suo staff. Con lui abbiamo avuto un colloquio lungo, dettagliato, utile. Gli abbiamo lasciato missive e omaggi per la speaker e gli abbiamo consegnato la lettera delle donne di Vicenza che si è impegnato a consegnarle personalmente. Da mister Sheeny abbiamo appreso che Nancy Pelosi è ben informata sulla questione di Vicenza e che conosce la città italiana per averla visitata alcuni anni fa. Abbiamo poi appreso, sempre nel colloquio con mister Speehy, che in realtà le procedure per completare la decisione relativa alla destinazione dei fondi per il Dal Molin necessitano ancora di un paio di passaggi, uno a giugno e uno a settembre. Per questo al nostro ritorno in Italia abbiamo dichiarato che, se volesse, il nostro governo potrebbe chiedere una ridiscussione del progetto. Non c’è nulla di irreversibile che ostacoli una simile richiesta. Sarebbe solo una scelta di buon senso.
L’ultimo giorno abbiamo incontrato Ms Phyllis Bennis, pacifista, esponente dell’IPS che è un istituto di studi politici sulle questioni della Pace. Un colloquio molto fitto, con tanti problemi, spunti, impegni. E poi le pacifiste del Pink Code, quelle che in divisa rosa con berretti e fischietti sono arrivate a Vicenza il giorno della grande manifestazione contro la base, per manifestare anche loro da pacifiste irriducibili contro il loro governo. Le abbiamo intercettate e riconosciute davanti alla Casa Bianca, dove ci eravamo recate a conclusione della nostra missione per scattarci foto con lo striscione del no al Dal Molin. Erano anche loro tra i vari gruppi di protesta che presidiano quasi ogni giorno la Casa Bianca, costretti a stare sui marciapiedi, senza occupare la strada, a una grande distanza dall’edificio imperiale, che è visibilmente super protetto da invisibili difese e da poliziotti a cavallo che non scherzano. Appena cerchi di mettere il piedi sulla strada ti puntano con uno sguardo minaccioso e ultimativo e senza tanti complimenti ti costringono a risalire sul marciapiede. C’erano gruppi di tutti i tipi, il tema comune era il “no” alla tortura. Sul marciapiedi davanti a quello dove eravamo arrivate noi un gruppo di giovani incappucciati in tuta gialla mimava i prigionieri di Guantanamo. Le Pink code erano felicissime dell’incontro, una voce anche la loro, nel mare magnum di quanti negli States nutrono idee e sentimenti critici su molte scelte del loro governo.

Abbiamo foto di ogni incontro, ogni luogo, ogni occasione. New York, vista dal suo cuore pulsante, Manhattan, è veramente magica, anche sotto la pioggia e tanto più nei pochi sprazzi di azzurro concessi in quei rapidi giorni del nostro soggiorno newyorkese. I ponti hanno dell’incredibile, opere di ingegneria di straordinaria forza e bellezza, icone dell’immaginario collettivo passate e ripassate davanti ai nostri occhi tra film, fiction made in Usa, flash mediatici, pubblicità. Ponti giganteschi, protesi nell’aria come braccia, un invito ad andare e a essere accolti. La più straordinaria metropoli del ventesimo secolo, quella che incarna e condensa col suo vertiginoso skyline di grattacieli disegnato a mezzo cielo il mito novecentesco del progresso, l’illusoria fiducia nell’espansione illimitata della potenza tecnologica e della conquista scientifica. Ma anche l’umana, secolare fatica dell’incontro tra diversi, che dura dall’altro secolo ancora, con la biblica immigrazione ormai sedimentata come radice della città ma che costò lacrime e sangue, e le avanguardie intellettuali che hanno segnato la storia della Grande Mela, e la logica dell’incontro e dello scontro che continuano a convivere in simultanea, creando effetti distonici, avanzamenti di civiltà e ritorni indietro, derive senza fine, nello sfrangiarsi post moderno del sogno americano.

Per misurare il possibile in politica c’è bisogno di passione politica.

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