Convegno a Trieste su Violenza e Patriarcato organizzato da El Fem e Forum delle donne del Prc

Intervento per presentare il  Workshop su Violenza e Guerra  – Assemblea plenaria di apertura del 6 ottobre 2006 – Aula Magna

Voglio innanzitutto chiarire nell’affrontare questo complesso argomento che mi è stato affidato, l’uso che io faccio di alcune categorie interpretative dell’analisi del patriarcato. A mio giudizio quando parliamo di patriarcato dobbiamo analizzare un assetto sistemico e funzionale, di potere tra i sessi, di gerarchie di valori e dei riferimenti  simbolici, di esercizio del potere politico, economico, e sociale che ha storicamente subordinato la parte femminile della società. E presiede in larghissima misura ancora oggi al funzionamento dei gruppi umani, delle comunità, delle popolazioni, degli Stati. In secondo luogo è un sistema di contesto, non un sistema metastorico sempre uguale a sé stesso, ma un sistema che subisce trasformazioni, piccole, graduali, secolari, o improvvise e sussultorie della società nel suo complesso. Se mettiamo a confronto il patriarcato tribale, che penalizza ancora le donne con le mutilazioni genitali e il patriarcato moderno, che presiede all’ordine sociale in paesi come il nostro, evidentemente ci sono delle differenze, ma ci sono delle contiguità di fondo. Vedere le differenze vuol dire analizzare l’evoluzione dei contesti storici,  per poter vedere le contiguità e per poter aprire ponti e dialoghi in una società globalizzata, dove l’estremo ravvicinamento delle differenze tende ad accentuarne la portata in ragione di una funzionalità politica generale,  che obbedisce oggi  all’impulso di creare i presupposti per lo scontro di civiltà e a mettere la sordina a tutto ciò che invece può aprire dialoghi tra differenze, ponti e riconoscimenti reciproci. Voglio mettere l’accento sulla questione dell’assetto sistemico e funzionale, che a mio modo di vedere è molto importante:  io contesto una frase ricorrente che riguarda il tema del rapporto tra donne  e guerra che è quello della “naturale estraneità delle donne alla guerra”. Io  non credo affatto che ci sia una naturale estraneità delle donne alla guerra, c’è un’internità purtroppo delle donne alla guerra, esattamente perché il patriarcato è un assetto sistemico e funzionale e ciò vuol dire che ambedue i sessi concorrono,  sono funzionali al e nel sistema, c’è una reciprocità della loro funzione, del loro ruolo, ancorchè una funzionalità che è costruita sulla subordinazione,  spesso portata fino alle estreme conseguenze,  in forme feroci,  di un sesso, quello maschile, sull’altro,  quello femminile .Tutto questo che cosa ci dice in ordine al rapporto guerra-violenza? Lo affronto in maniera generale, ma è importante tracciare un quadro di analisi entro cui poi confrontarsi e discutere.

La rappresentazione delle vittime di guerre ruota,  per lo più attraverso le immagini, le informazioni, la quantità enorme di comunicazioni che ci provengono dal mondo dei media e dell’informazione, intorno alla figura femminile, oggi come mai ma anche storicamente, se andiamo indietro Donne in fuga dai luoghi del conflitto, incolonnate sulle vie dell’esilio, ammassate nei campi profughi, ammazzate e violentate, strappate alle loro case. Donne, bambini, vecchi, il lato debole della società, reso più debole e indifeso dalla violenza militare, dalle armi e dal venir meno da ogni rete di protezione. In questa rappresentazione c’è un’evidente elemento di verità. Le donne da sempre subiscono le conseguenze della devastazione bellica. La subiscono nel corpo, nell’esistenza, nei meccanismi della sopravvivenza, la subiscono a livelli diversi e incrociati, perché sono loro, le prime vittime, quelle che devono riavviare per sé e per gli altri i meccanismi della sopravvivenza, i tentativi di curare le ferite della guerra, la volontà, la vocazione a riaccendere la speranza del futuro per la loro comunità. Abbiamo esempi continui: le guerre taciute dell’Africa talvolta, per  qualche immagine molto rara  e molto carsica attraverso la televisione e i giornali,  ci parlano di questa realtà, ma tutte le guerre che si sono sviluppate in questo periodo hanno questa rappresentazione delle vittime della guerra: le donne e le parti più deboli della società. Io credo,  però, proprio  in ragione del discorso precedente  sull’assetto di potere sistemico e funzionale del patriarcato,  che non possiamo soffermarci soltanto a indagare la violenza della guerra sulle donne e/o alla fenomenologia della sofferenza femminile. C’è una violenza più di fondo, per così dire costitutiva e funzionale, che è connessa alle guerra, intrinseca, e in qualche modo imprigiona le donne. Questa violenza si manifesta  nei modi come le relazioni tra i sessi e le relazioni tra la parte femminile della società e l’ordine sociale nel suo complesso, entrano in gioco e si rappresentano nell’evento della guerra, nella fase di gestazione, mentre è in atto, e nella fase successiva. E’ a questo livello, credo vadano cercate le radici profonde storico- antropologiche e simboliche della violenza che le donne subiscono, ma della quale le donne sono complici  in parte più o meno grande – dipende anche qui dal contesto storico.  Io credo che intorno a questo nesso, tra l’essere le donne, le vittime, ma nello stesso tempo le complici della guerra, bisognerebbe sviluppare un’analisi molto più approfondita e un discorso pubblico molto più audace e coraggioso di quanto sia stato fatto fino ad oggi. E’ stato fatto, ma io credo sia ancora inadeguato. Io credo che le donne non cesseranno di essere vittime della guerra se non cesseranno di esserne anche complici. La complicità femminile, nelle forme più diverse, è parte essenziale, per esempio, nelle dinamiche sociali, culturali e simboliche che permettono nel potere maschile di incubare le ragioni della guerra che si prospetta; di arrivare alla guerra, di farla col consenso del corpo sociale, e di farla col consenso di quella parte del corpo sociale, le donne, che più alla radice dovrebbero essere contrarie alla guerra, perché le donne mettono  al mondo quei figli che la guerra strappa loro e consegna alla morte. E’ questa  l’incubazione della guerra, il processo di preparazione psicologica, di adattamento. Noi viviamo in un’epoca come questa, in un’epoca, direbbe Hanna  Arendt,  di adattamento del corpo sociale all’eventualità dello scontro con l’altro. Assistiamo giorno dopo giorno alla costruzione del nemico: il nemico interno -l’arabo, l’immigrato, il rom, il poveraccio -, e il nemico esterno – l’islamofobia del presidente americano Bush. Noi viviamo un contesto di questo genere, che nel secolo scorso  ha devastato l’Europa, ha creato tragedie inenarrabili, che abbiamo alle spalle. Tutto questo avviene col progressivo adattamento del corpo sociale, con la progressiva complicità di quella parte della società, la parte femminile, che non soltanto è destinata  a subire le conseguenze più devastanti, ma porta in sé la contraddizione più grande: quella tra l’essere  disponibile a sopportare l’adattamento alla guerra e sapere/verificare di doverne pagare il prezzo più alto. Evidentemente nella preparazione delle guerre  o delle missioni di pace – peacekeaping, peace enforcing e tutta la fraseologia militare guerriera dell’oggi – ci sono ragioni economici, geopolitiche, strategiche che autorizzano il potere maschile e i gruppi al potere maschile di veicolare le ragioni della guerra, ma c’è un progressivo adattamento sociale,  una lenta predisposizione della società, dei suoi meccanismi di lettura delle cose e di percezione del pericolo. C’è un bellissimo libro di una studiosa americana, Barbra Angrike, intitolato chiama Riti di guerra, che  spiega in che modo sin nelle epoche più  ancestrali, il meccanismo  della paura, del timore, del nemico, dell’altro genera un risvolto di autoreferenzialità, di autocentratura e di autoriconoscimento, nel gruppo, nella comunità.  In pratica  si fa blocco contro l’altro. E in questo blocco  si perde ogni identificazione e autonomia personale, ci si disumanizza, le donne in maniera particolare perché non hanno potere, diventano funzione, diventano fusione identitaria, corpo contro l’altro corpo. Le  donne perdono qualsiasi loro autonomia, a partire dalla contraddizione più grande con l’ordine a cui appartengono: la potenza procreativa di  mettere al mondo i figli  viene annullata, disumanizzata, ridotta anch’essa a funzione, funzione di  mettere al mondo i combattenti della difesa collettiva.  L’adattamento della società alla guerra, alla percezione del pericolo, ad accettare  il ricorso alla violenza, e soprattutto ad accettare la costruzione del nemico, dell’altro, di un altro – perché il nemico è un altro ma è sempre diverso- varia a secondo dei contesti, dei contesti storici, delle urgenze, delle emergenze. L’altro è anch’esso funzionale, non ha mai un’identità sempre uguale a sé stessa, l’essenziale è che ci sia un altro su cui costruire la paura e quindi la giustificazione della guerra.

La guerra è un grande fatto sociale. Noi siamo abituati a considerare la guerra come un fatto economico, militare – le ragioni economiche, l’apparato industrial-militare,  le risorse petrolifere, la Cina più o meno vicina e la nenecessità di contenere la potenza cinese in crescita.  Non analizziamo abbastanza l’aspetto sociale, la costruzione sociale della guerra, la partecipazione  sociale a questo clima, a questa formazione, a questa incubazione della guerra. La guerra crea essa stessa  le condizioni della propria accettabilità e legittimità, le condizioni sociali, culturali e di senso,il dispositivo sociale dell’appartenenza a quel campo  – nell’800 e del ‘900 i campi erano quelli del nazionalismo: la nazione francese, la naziona tedesca, anche il nazionalismo italico, insomma era la nazione e il capo della nazione. Oggi il campo è diverso, il campo – lo dice il Presidente Bush -è la civiltà cristiano-occidentale contro la civiltà islamica, sostanzialmente. Se noi analizziamo, in questi anni, dall’11 settembre ad oggi quanto questa cultura della costruzione del campo di appartenenza , dell’identità di appartenenza sia andata avanti, leggendo i giornali etc. constateremmo che ci sono stati grandi passi avanti,ma nel silenzio delle donne. Negli anni ’80e’90 c’era una grande voce femminile contro le guerre. Oggi c’è molto più silenzio da questo punto di vista. Allora questo spirito di appartenenza, la tentazione identitaria ha una radice sessuale,e questo è un altro punto essenziale che io consegno alla nostra riflessione. Le donne svolgono, nella costruzione del campo di appartenenza e del campo identitario, una funzione essenziale,  perché sono loro il marchio di denominazione autentica, poichè controllare la sessualità e la capacità riproduttiva delle donne significa avere la certezza della filiera di discendenza di sangue. Se la donna è controllata la sua prole appartiene sicuramente a uno dei maschi – ovviamente quel maschio dev’essere padrone di quel corpo -, appartiene sicuramente alla filiera della discendenza della comunità, del gruppo, del clan, del paese e quindi di conseguenza si ha la certezza dell’identità e dell’appartenenza identitaria. E’ un meccanismo terribile che in questo contesto  del noi e del loro, costruisce ancora processi di identità. Da una parte c’è questo e dall’altra c’è la violazione del corpo femminile attraverso gli stupri di guerra, che non vengono soltanto dalla violenza maschile – i maschi omicidi che pretendono di avere a disposizione dei corpi, guerrieri che a un certo punto vogliono manifestare la loro carica di bestiale libido – ma sono un atto di guerra  esattamente perché  la violazione di quel corpo significa violare quella pretesa di controllo dell’altro campo sulle certezze identitarie della comunità nemica. Quindi è, di conseguenza,  un atto di violazione  estremo che ben racchiude questo meccanismo della identità e della contrapposizione identitaria,  che rappresentano i punti più estremi: significa introdurre l’elemento bastardo, la violazione della purezza di appartenenza nell’altro gruppo.
Voglio consegnare questi elementi di riflessione su temi così complessi  alla discussione e al confronto perché ci sia un approfondimento e un contributo.

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