La gru, i migranti, noi

Il vice sindaco di Brescia più o meno ha detto così: lasciateli là senza cibo. Alla fine vedrete che scenderanno. Parlava dei migranti, quei sei che si sono arrampicati sulla gru del cantiere della metropolitana per protesta contro la legge che li discrimina e li imbroglia, cioè la sanatoria che non sana nulla e lascia sul campo diritti e vite senza futuro. Si sono chiesti loro i soldi per regolarizzarli ma poi a distanza di un anno, le loro domande sono state respinte e non gli sono stati nemmeno restituiti i soldi. Le vite degli altri, di cui al vice primo cittadino della città non importa granché, forse perché pensa che il loro grado di appartenenza alla specie umana sia non adeguato, non consono, non sufficiente. Vite a perdere, migranti in rottamazione, umani, uomini e donne, da respingere oltre le patrie frontiere. Anche se poi la cosa non riesce al cento per cento, molti di loro ritornano indietro, cercano i modi e le forze per sopravvivere, far parlare dei loro diritti, bucare lo schermo, mettere in scena la loro esistenza. La legge contro cui i migranti di Brescia protestano si chiama Bossi Fini e la ispira il principio dell’esclusione. Fini non l’ha mai rimessa in discussione, neanche quando si è voluto misurare con un’impostazione meno razzista ed escludente del problema e avaramente ha parlato di cittadinanza e diritti. Nel frattempo però vige la legge che porta il suo nome, vigono le norme del pacchetto sicurezza, vige il clima di diffuso razzismo che il centro-destra alimenta e le opposizioni poco e debolmente contrastano. Proposte per l’Italia che cambia nell’epoca della globalizzazione: soprattutto da qui si misura la capacità di proporre un’alternativa – al berlusconismo e al leghismo padanico – che sia degna di essere tale. E che cosa più delle migrazioni è il segno di un cambiamento che le metamorfosi strutturali del mondo rendono intrinseco alle cose e che va affrontato con radicalità, sapendo che dalle risposte che si danno oggi dipendono molte cose del futuro?  Tetti, gru, torri, monumenti: il più possibile in alto perché altrimenti nessuno si accorge che tu esisti, parli, esigi giustizia. E tu non vuoi essere cancellato dell’invasiva informazione del niente, che straripa da tutte le parti e nasconde fino all’opacità più completa il mondo e la sua realtà. Somigliano quegli uomini arrampicati pericolosamente sulla gru, in quella mossa estrema, agli umani di qua. Le mosse della sopravvivenza, nell’epoca della mediatizzazione performativa della realtà, si somigliano  e da noi cominciarono anni fa i metalmeccanici dell’era fordista in dissoluzione e dei diritti in via di rottamazione. Cominciarono allora e continuano oggi perché quell’era non è finita e la precarietà del lavoro senza certezza si sposa bene con la fine del lavoro certo e vale per tutti. Per tutti vale la necessità di far luce sulle vite, di sottrarle, per quanto è possibile, al buco nero dell’anonimato e dell’indifferenza, perché il lavoro ha perso per tutti il suo valore e il crisma di dignità sociale che una volta gli era connesso. Ma per quelli che vengono da altri mondi tutto è peggiore perché la lontananza nei loro confronti si chiama anche razzismo. Bisogna saperlo. I sei migranti di Brescia chiedono di incontrare il ministro Maroni, chiedono che uno spazio del diritto si apra per loro. C’è stata solidarietà intorno a loro: a Brescia e a Milano. Solidarietà da parte di chi da sempre la esprime e ostilità da parte invece di chi dovrebbe risolvere civilmente i problemi e invece riduce una vicenda come questa a un problema di ordine pubblico e manda la polizia a sgombrare i presidi della solidarietà.

Chiedono del ministro Maroni. Che il ministro vada, li ascolti, si renda conto dei problemi, li risolva, per quanto è nelle sue mani. Chiediamo troppo?  Chiediamo solo che istituzioni e poteri della Repubblica facciano il loro dovere e funzionino per risolvere i problemi secondo lo spirito della Costituzione.

Elettra Deiana

dal sito nazionale di Sinistra Ecologia Libertà

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