Lo spazio e il soggetto

Scritto per Giorgio e Luca

Dedicato alle compagne e ai compagni che sanno che quello che tentiamo di fare non è l’invito a una festa né un pranzo di nozze.

Ma ci proviamo lo stesso.

Perché niente di ciò che è accaduto può considerarsi sprecato per la Storia (Walter Benjamin)

E perché domani è un altro giorno, e il presente è pieno di tante cose che  ci riguardano.

Abbiamo condiviso, sulla riva dell’Arno, lo  spazio del congresso di Firenze. Spazio grande ma racchiuso e circolare come una conchiglia, sobriamente ed efficacemente allestito e intensamente attraversato da passioni, suggestioni, richiami. E anche preoccupazioni, qua e là, per lo più tra le righe. Disagi e sofferenze. Critiche e perplessità. Come nell’incontro tra donne che inopinatamente si è tenuto sabato 23 novembre, la mattina.

E non so che altro. Ma il prevalente era la gioia.

Lo spazio del congresso era proprio uno spazio, tutto intorno a noi, protettivo e complice, con i ritmi, le aspettative, i rituali di sempre. Tre giorni di congresso. Fondativo? Fondativo, è stato detto, con tutti i suoi riti, dunque, e le sue ritualità. A cominciare dal saluto del sindaco di Firenze, accogliente e solidale, quasi uno di noi, a sentir lui. E l’accoglienza della platea è stata calorosa, come sempre, in occasioni simili, accade con un ospite importante.

Ma Renzi, il giovane sindaco della rottamazione, abilmente mostrava nel suo discorso un di più politico, una sentimentale propensione alla reciprocità, una più evidente suggestione a condividere un percorso. Quale sia questo percorso, però, non è chiaro. O non è ancora chiaro e poi diventerà chiaro. Chissà. Oggi capita anche che la politica sia soltanto allusione ed ermetico rimando a qualcosa che si spera accada, senza sapere bene che cosa possa essere; a un movimento dei sentimenti o desiderio o ansia che qualcosa avvenga. Speranza nel buio? Speranza. Non se ne può fare a meno. Forse.

La logica interna dell’assise era ispirata a ritmi antichi ma era soltanto apparentemente quella di sempre, perché in realtà quel sempre non c’è più e al più, oggi, si può mettere in scena l’epifania, non la sostanza di un rito fondativo. E, insieme a quell’apparenza, si può dare rappresentazione al desiderio/speranza che qualcosa infine accada, nell’intenso snodarsi del racconto globale del mondo, con cui Nichi Vendola ha aperto il congresso. La sua relazione d’apertura è stata davvero una grande apertura: nell’impatto mediatico che ha suscitato, nelle speranze centripete che ha condensato, nella messa a punto di snodi di pensiero che possono costituire l’alimento identificativo di una nuova politica del cambiamento. Politica concreta e fattuale, ci auguriamo, di nuovo animati dalla speranza; politica che disegni i contorni, le scelte, i passi di uno scarto di qualità rispetto allo stato di cose esistente. Lo ha detto con chiarezza e impeto Maurizio Landini, mettendo in scena, tra applausi infiniti, il lavoro oltraggiato ma non piegato, la precarietà senza futuro dei giovani e il diritto dei giovani al reddito. Compreso quello di cittadinanza, la base di una nuova idea di welfare. Un altro grande passaggio di Firenze, l’intervento del segretario nazionale della Fiom. Bisognerebbe oggi misurarsi di nuovo con questo aspetto – il “che fare”, si sarebbe detto nel Novecento, sulla scia di uno che con la prassi non ci scherzava; con questo aspetto,  più che con la mimetica del racconto, che i troppi mimanti mutuano da quello di Nichi, perdendone però il senso di restituzione di un senso – senza di cui la politica non rinasce – e di radicale rilettura del mondo e, dunque annacquando, nel mimare, l’insostituibile funzione di ricostruzione di un ordine delle cose che è la forza politica del racconto di Nichi.

Racconto e temi in veste di racconto. Insostituibile il primo, troppi e più o meno vani i secondi, a inseguirsi e mettersi vanamente in mostra sul palco del congresso.

“Non sono la stessa cosa”, “non sono la stessa cosa”, avrebbe strillato un mio eccentrico professore di liceo, che mi trasmise la passione della lingua madre e insieme il rovello di decostruirne gli imbrogli e gli inganni.

Lo spazio di Firenze è stato l’agone dello scontro tra qualcosa che muore e qualcosa che nasce ma non ha ancora le parole per dirsi, le forme per manifestarsi, le pratiche per affermarsi.

Che cosa c’era, a Firenze, dietro quella ritualità? E oltre il racconto globale di Nichi? Presidenza, ospiti, commissioni, relazioni, ordini del giorno e statuto, votazioni e via discorrendo. Mosse congressuali di sempre che sono state però, a Firenze, solo involucri presi a prestito perché al momento non ce ne sono altri o non ne sono stati elaborati altri o è indebito metterne in scena altri, perché i processi, a qualsiasi livello si pongano e forse per Sinistra Ecologia Libertà stanno insieme come raramente accade, restano al momento sospesi e in attesa di procedere verso chissà quale meta. Esiti ancora imperscrutabili, chiusi nelle ermetiche apparenze di ciò che deve essere ancora sperimentato, col rischio anche – vale la pena di mettere attenzione alle cose che facciamo –  che sia, questo nostro sforzo, soltanto l’ennesimo deposito della risacca che ci ha travolti. Il partito e la partita. O la partita del partito? O partita versus partito? O partito oltre partita?

Questo o quello per me pari non sono, avrebbe dovuto dire un delegato (o delegata) alla ricerca della cosa perduta ma anche animato dalla determinazione di fare davvero chiarezza infine, col congresso. La politica, nella forma di politica di partito, che cos’è esattamente (o anche che cos’è più o meno), nell’epoca della crisi globale e dell’impazzimento delle semantiche politiche.

Ma invece i corni del dilemma continuano a stare insieme confusamente perché altro non c’è né è possibile oggi stabilire in via definitiva ciò che vorremmo. A meno di non richiuderci entro i recinti della pura testimonianza e della meta o para politica del desiderio di ciò che sarebbe desiderabile. In che senso desiderabile?

Messa in scena di un congresso che non è un congresso a regola di congresso. Ma va bene così, dobbiamo dire, perché ci proviamo con quello che c’è e la crisi tocca in profondità anche chi è troppo giovane per averne esperienza diretta, nelle ragioni che l’hanno prodotta. E dunque nessuno ne è immune perché limiti e deficit, in assenza di una spinta all’elaborazione del presente, “a partire da sé” (ineguagliabile lezione femminista), si riproducono.

Lo specchio si è rotto e le schegge non combaciano. Tentiamo di farlo? Tentiamo. E’ già molto. E’ già molto.
Spazio affollato, il Sasch sull’Arno, in continuazione affollato di delegati, uomini e donne, ad ascoltare. Forma, questa, da sempre preminente della partecipazione ai congressi. I più ascoltano, da sempre, da prassi. La presidenza decide chi parla. Da sempre. Da prassi.

E’ prassi delle assemblee elettive, quelle elette democraticamente dal popolo, che chi si iscrive parli. Ne ha facoltà, dice dallo scranno più alto il presidente. Ma anche là, a ben vedere, sono i capigruppo a decidere chi parla e lo spazio di intervento, per chi voglia dire qualcosa in proprio, è avaro. Da regolamento, punto e a capo.

La democrazia non è rose e fiori né è soltanto, soprattutto, la regola di “una testa, un voto”, come il tam tam tra le righe degli insoddisfatti di Firenze vorrebbe fare intendere. Oggi che essa, la democrazia, è implosa finanche  nell’architettura più strutturata che il Novecento le aveva fornito – quella costituzionale a reggere una nazione – la parola stessa – democrazia – non significa più niente o significa il contrario di quello che storicamente ha significato. Guardate Berlusconi e la sua democrazia sovrana e l’opposizione che riduce tutto al mantra ossessivo della legalità.
L’inganno della democrazia e la sua riduzione alla semplificazione estrema del voto: nell’epoca delle leaderships “ab solutae” – assoluto viene da qui – cioè sciolte “da” (controllo, verifica, mandato), sconnesse e scollegate “da” (vincolanti procedure che le obblighino a tener in debito conto le regole che ci si è dati), slegate e altrove collocate rispetto ai riferimenti legittimanti (chi esercita la democrazia del voto). Insomma senza condizionamenti né formali né informali che non siano le squadre dei consiglieri, i team degli esperti, i gruppi scelti di sostegno. I comitati elettorali e, perché no? gli amici di una vita. Anche Nichi Vendola, in un passaggio finale ma non irrilevante della sua apertura, si è soffermato sul problema, individuandolo come tale. Un problema, appunto. Non può non averlo chiaro, uno come lui, che sa andare così al cuore delle cose.
Io lo chiamo il problema delle leadership monocratiche. Partiamo da qui o da dove, per parlare di nuovo di democrazia? Si può continuare a menare il can per l’aia delle dirigenze autoreferenziali e delle basi espropriate senza collocare quel cane dove deve essere collocato? La crisi delle rappresentanze democratiche, dei partiti di massa ma anche non di massa, delle forme politiche come forma di organizzazione democratica dello spazio pubblico e della società ha prodotto esiti estremi e la democrazia si è rovesciata nel suo contrario. Da questo rovesciamento nascono quelle leadership. Anche nel campo democratico e di sinistra. Ma come cambiare le cose è un problema ancora maggiore del problema stesso. Perché le regole democratiche – se messe in lizza con le dinamiche dominanti – valgono oggi quanto l’oro di Bologna e le dirigenze politiche non si costituiscono per volontà soggettiva e calcoli a tavolino, visto che la crisi della politica è anche, appunto, crisi fino all’esaurimento delle dirigenze politiche. Punto e a capo.

La luna e il dito. Come sempre si guarda al secondo e non si vede l’altra.

E dunque? Sottrarre quello che facciamo alle filiere dei poteri piccoli e grandi, alle consorterie amicali, agli affidamenti di fiducia, agli scambi e alle promesse? Va bene, chi ci riuscirà sarà davvero un eroe, un’eroina (saranno gruppi di eroi e eroine) dello scarto verso una nuova politica che tutti, tutte noi ci auguriamo. Tentare, ognuno per quello che può, ma a patto che non diventi un mantra moralistico e un continuum che sostituisce la politica. Va bene se si ha chiaro che nulla è facile né scontato e neanche acquisito sul piano culturale per quanto riguarda la natura della soluzione che cerchiamo. E nulla va in automatico e non basta solo questo a risolvere il problema. Soprattutto, invece, va messo in movimento, con quello che si ha e per quel che è possibile, l’azione politica, un agire politico che abbia connotati chiari e leggibili e parli direttamente alla gente, faccia opinione, inneschi processi, cambi l’ordine del discorso e l’ordine delle cose sul campo, in ogni campo, dovunque sia possibile. Promuova e alimenti una nuova generazione di responsabili della politica. Una nuova generazione politica che costruisca lo spazio e le forme organizzate della “sua” politica. Compreso il soggetto partito o quello che sarà? Compreso.

Si poteva cominciare proponendo e pretendendo che il trenta o il quaranta per cento dell’Assemblea nazionale fosse sotto i venticinque anni, metà donne e metà uomini. Più donne che uomini. Una bella sfida. Ma doveva cominciare molto prima di Firenze. Sono prevalse altre logiche. I territori, per esempio, mentre non è affatto chiaro a quale idea, progetto, programma si alluda in Sel quando si parla di territorio. La Lega ne fece una categoria eminentemente politica, non solo geografica. La categoria del rancore, della xenofobia razzista, della comunità chiusa, della vocazione secessionista. E per Sel che cos’è, oltre che una specie di patto informale per tenere insieme i contraenti sparpagliati sui territori?
Ma l’ascolto, questa volta, a Firenze  era speciale, aveva qualcosa di magico. Perché intenso, silenzioso, continuo. Niente fughe di massa all’esterno e sala vuota, come da consuetudine di congressi e convegni, niente chiacchiere, al più sommessi focolai di chiacchiere, mai quelle invasive e niente richiami al silenzio da parte della presidenza. Era l’ascoltare dell’attesa, come chi aspetta che il parto si compia. Il silenzio e poi gli applausi, le acclamazioni e i tripudi. Nichi Vendola ne ha suscitato in forma grandiosa ed esaltante, come un arrivo al Nuovo Mondo.

A me, che da sempre non amo gli straripamenti di nessun tipo e sono per una politica under statement, ha fatto impressione quello stare ad ascoltare per ore. Che era il meglio del congresso come momento condiviso e democraticamente empatico, la ricerca, lo sforzo di mettere a fuoco le ragioni di quel ritrovarsi insieme ed ascoltare insieme. E’ una prassi altamente democratica stare ad ascoltare gli altri. Se non si impara a farlo non si procede per via democratica né si reinventano il senso e la forma della democrazia, le sue regole, le sue procedure.  Stare ad ascoltare non è la stessa cosa che lasciare che gli altri parlino. C’è una sostanza che fa la differenza. La democrazia può ripartire, almeno in parte, dalla pratica del saper ascoltare? Un buon punto di partenza, a me sembra. Come se si volesse conoscere un vicinato che non si conosce, una cerchia di sconosciuti con cui si vuole convivere, un paese nuovo e fino a oggi poco esplorato, dove porre in amicizia le tende. Tutte belle cose, che parlano di democrazia.

Lo spazio era lo spazio e ha funzionato, con i suoi limiti di orizzonte, le sue esplosioni di entusiasmo, i suoi colori di buon auspicio.

Il soggetto/partito, se c’era, era incapsulato in tutto ciò, nella complicata trama delle rotte di collisione tra culture diverse che persistono e nella cornice delle condivisioni empatiche che hanno attraversato i tre giorni al Sasch sull’Arno. Inafferrabile eppure presente. Materia di filosofia politica ma anche di passione esistenziale.

Uscirà dalla foschia dell’indistinto, dai malintesi, dal peso di ciò che non serve più ma anche dall’imbroglio di ciò che è inutile promuovere a “nuovo”, se diventerà – per quello che è e per come già è – strumento di una politica che serva al nostro Paese, che concorra al bene comune e alla responsabilità della cosa pubblica. A cominciare dall’interesse e dai diritti di chi lavora, donne e uomini, di questo paese e di altri paesi, dai giovani, dalla scuola, dalla pace, dalla casa comune chiamata natura che da noi si sbriciola e da come utilizzare le risorse nazionali e stare in Europa e nel mondo. E poi da tutti e da tutto.
Auguri.

(Note a margine del Primo congresso nazionale di Sinistra Ecologia Libertà)

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