Il racconto di Nichi

Di racconti è fatta la storia. O di rappresentazioni, che non sono la stessa cosa ma hanno a che vedere col racconto. Si nutriva – quello di sinistra – di idee e parole, gesti, incontri e discorsi, simboli e anche riti. E miti e figure e vicende eroiche. Rappresentazioni, insomma. Soprattutto era radicato in un’idea forte del mondo e della società, delle relazioni umane e della responsabilità pubblica. Un’idea strutturata come granito nella società, che, comunque la si declinasse, alludeva sempre al cambiamento dello stato di cose esistente, a valori grandi e grandi passioni umane. Rivoluzione mon amour. Lo attraversavano anche contraddizioni e tensioni, talvolta dubbi, ripensamenti e punti di fuga, via via che si dipanava la trama, spesso aspra e dolorosa, della vicenda storica e si susseguivano le generazioni. Ma si nutriva per lo più – per tutta una fase continuò a nutrirsi copiosamente – di coinvolgenti suggestioni emozionali e di radicali convincimenti intellettuali: un tutt’uno con la vita e con l’esistenza di migliaia e migliaia di uomini e donne, in una pratica militante che scrisse la storia della sinistra e disegnò via via negli anni le coordinate del futuro.Emancipazione? Giustizia sociale? Progresso? Conflitto capitale lavoro? Democrazia progressiva, riforme o rivoluzione? Era il lessico della grande narrazione della sinistra, motore della politica e degli scenari nazionali. Il sol dell’avvenire disegnato sulle bandiere o la falce e martello o quello che volete voi. E una proiezione internazionale esaltante, sconfinata come un’utopia ma a portata di mano quando, in forma di inno, risuonava nei cortei o nelle feste sociali. Il racconto era tutto questo e stava in questo complesso intreccio di cose, nella sua capacità di arrivare dritto al cuore.

Passione e ragione, corpo e intelletto non sono mai separati nell’esistenza di noi umani e la politica, allora, se ne nutriva come di un insieme indivisibile, prima che il prevalere del “politico” ovvero il freddo calcolo strumentale del potere – la prosciugasse completamente, riducendola a mero strumento del potere stesso e banale inclinazione “all’amministrare”, l’esistente. Sempre più al ribasso e  stroncando definitivamente ogni idea di cambiamento.

Fino a un certo punto la rappresentazione o narrazione o racconto stette però là e resistette, come una muraglia cinese, a dispetto di ciò che non andava o cominciava a scricchiolare, e resistette a lungo, mentre quel mondo che aveva fatto da contesto si sgretolava e si perdevano parole, idee, suggestioni, oltre ai principi e ai programmi. Implose un mondo di fronte alle implosioni della geopolitica di Yalta e agli sfondamenti strutturali del turbo capitalismo globalizzato.

Come all’improvviso la scena mutò e la metamorfosi – quella radicale e irreversibile, vero e proprio mutamento antropologico –  avvenne quasi senza spiegazioni, senza ripensamenti, senza appello, mentre nuove rappresentazioni del mondo prendevano il posto e occupavano la scena. Allora un racconto alieno irruppe come una fiumana nel nostro infelice Paese, tracimando da tutte le parti. “Tutti desiderano essere come me” cominciò a recitare un entusiasta Berlusconi, ormai inopinatamente “sceso in campo” e sul punto di diventare re della scena pubblica, subito mescolando gli affari nazionali con i suoi personali. Re della scena e nello stesso tempo attore protagonista dei sogni degli italiani. Ci riuscì con la perizia di un illusionista, di un giocatore d’azzardo, di un impudente frottoliere, dipanando le filastrocche del racconto infinito di cui sono piene le cronache degli ultimi vent’anni – un altro fatale ventennio.  A molti immemori uomini di sinistra sembravano innocue filastrocche di un ciarlatano e invece costruivano senso e immaginario. Egemonia, avrebbe detto un grande del passato. Il popolo beato divenne sognatore di sogni che avevano lui al centro e lui fu l’abile burattinaio che induceva i sogni nel popolo sognatore. Ed essendo il protagonista del sogno, divenne anche colui a cui tutto è concesso per volontà del popolo che lo andava sognando estasiato. Un cambio di passo epocale che passò senza quasi che dall’altra parte ci si rendesse conto di quello che stava avvenendo, mentre il Paese andava allo sbando, avvelenato dai disastri di Tangentopoli e imploso nella capacità della sinistra di ricordare almeno i capisaldi della democrazia costituzionale. Che la sinistra cambiò, come fosse una bazzecola, in un punto essenziale: Titolo V e via al leghismo secessionista. Captazione dei desideri e incarnazione di quei desideri: Berlusconi seppe imbastire bene il suo racconto, con le parole, le televisioni, i reality, gli scenari di Arcore e i fondali di plastica, le corti al seguito e i cortigiani, uomini e donne, a disposizione. Berlusconismo, ahinoi,  e non solo Berlusconi. La sinistra nel frattempo discettava sulla fine della storia e si liberava forsennatamente della sua storia.
Cessione totale di sovranità intellettuale e ideale, oltre che pratica, di fronte a mercato, impresa, neo-liberismo, idea del mondo come fortezza occidentale da difendere. Il migliore dei mondi possibili? Il migliore, anzi l’unico.

Nel 1991 Massimo D’Alema, nella transizione appena conclusa dal Pci al Pds, da dirigente politico scendeva col figlio in spalla per protestare contro la prima guerra nel Golfo. Nel 1999, da presidente del Consiglio dei ministri, sosteneva con determinata e determinante convinzione la guerra della Nato contro la Serbia. Articolo 11 della Costituzione addio per sempre. Cambio di scena e cambio di racconto. La scena è il racconto. Il racconto sta nella scena e dice che la  sinistra del 1991, già sull’orlo del capitombolo, quel capitombolo, otto anni dopo, l’ha fatto e non si torna indietro. Perché una guerra come quella, per andare alla sostanza delle cose, è una guerra, e l’abbandono senza rimpianto di un punto saliente di ciò che eri ieri – con quella Costituzione nel tuo pedigree – non lascia mai le cose come sono state fino a quel momento. E il tuo pedigree non c’è più. Come tu hai voluto, d’altra parte.

L’incapacità della sinistra a narrare, a partire da sé, fu il sintomo più evidente del suo declino senza appello. Cominciò la sinistra a fare le pulci agli altri, ad avanzare distinguo rispetto al racconto alieno di Arcore, via via però adattandosi al fondo limaccioso dei nuovi paradigmi che i racconti altrui mettevano in scena, dimenticando da dove veniva e non riuscendo a trovare la strada per mettere al mondo un’altra idea di sinistra, un altro progetto, un’altra proposta. Un altro racconto? Anche, ma perché non c’era nulla da raccontare di diverso da quello che andava imbastendo Berlusconi. Competizione, merito, governabilità sopra a ogni cosa, guerra per esportare la democrazia e difendere i diritti umani, arido sguardo sui migranti, e tutto quello che dall’altra parte tracimava senza difese in questa. Cupio dissolvi della sinistra che non c’è più. E infatti siamo a questo, mentre una pletora di “giovani” quarantenni, cloni degli anziani nelle pratiche spartitorie e personaggi senza storia, senza pensiero, senza passione, si candida a un ricambio generazionale che non cambierà nulla. Né nella società né nella politica.

Nichi Vendola, che viene da una storia dove la rappresentazione delle cose  era alimento essenziale del cimento politico e dove il narrare le coordinate del proprio mondo era pane quotidiano dell’attività politica, ha capito bene che la crisi tombale della sinistra affonda anche, e in parte non secondaria, in questa abissale dispersione delle proprie ragioni e tenta di rimettere in scena il racconto del mondo possibile per cui lui si batte, molti ancora si battono. Di un’altra sinistra possibile, che può nascere però non soltanto dalla radicale trasgressione di ciò che è stato. Nessuna nostalgia del passato potrà salvare la sinistra. Ma neanche potrà salvarla la mimetica del sogno, degli “we care”, “we can” e via discorrendo, fino al niente dell’esangue veltronismo. Trasgressione e insieme radicamento nella realtà, nella durezza delle cose, dei problemi, delle risposte da dare, delle sperimentazioni da provare e riprovare. Ritrovare la strada della strada? Ritrovarla. Così Nichi, con una passione autentica che è la sua forza, evoca la magnifica Otranto dalle braccia aperte sul Mediterraneo per dire di un’altra politica verso i migranti e racconta le schegge  di un’Italia ferita e gli incalcolabili traumi che si accumulano nel mondo e le tensioni e le contraddizioni di cui sempre più è piena l’esistenza di uomini e donne e a cui la politica sembra non offrire più alcun rimedio. Ma racconta anche le pratiche di una buona politica in atto là dove lui amministra, buona politica che è ancora possibile e racconta la lezione grande di senso della dignità umana e della libertà che viene dagli operai di Pomigliano – perché il lavoro deve essere questo – e gli entusiasmi delle molte ragazze e ragazzi che hanno voglia di mondo, in un mondo che sottrae loro il futuro. Perché il futuro delle generazioni che vengono è la sfida oggi della politica senza futuro che impera. E i beni comuni, l’acqua, la conoscenza, la ricerca, la scuola pubblica, il rispetto rigoroso della legge che deve essere l’altra faccia del rigoroso garantismo, la responsabilità pubblica a prova di personale onestà. E la quotidianità della vita, le relazioni e gli affetti umani restituiti alla responsabilità delle persone. E’ questo il racconto di Nichi. Spesso irto di non detti – perché la crisi ha mandato a carte quarantotto tutte le certezze, in certe occasioni straordinario, soprattutto quando si avverte la voglia contagiosa di far capire che la scommessa per la sinistra è innanzitutto quella di non adattarsi. Derive e approdi? Derive e approdi della sinistra: le prime ripetutamente certificate, i secondi incerti e imprevedibili, come nel racconto di Nichi, che non racconta un sogno ma una sfida affinché la politica riprenda vita. E i sogni fanno parte della vita. Non sono la vita.

Pubblicato da Elettra Deiana sul sito nazionale di Sinistra Ecologia Libertà

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