8 marzo: si può confinare il mondo in un giorno? Proviamo invece a sconfinare.

Le donne sono mondo, come gli uomini d’altra parte. Si può confinare il mondo in una giornata? Si può confezionare un mazzetto di mimose e mettere insieme un po’ di frasi fatte per narrare di una festa delle donne che in realtà non narra nulla e che non si capisce neanche in che cosa consista veramente, in quanto festa? Perché è a questo che si riduce, per lo più, l’otto marzo. A una giornata in veste di festa, in cui non si sa proprio che cosa si debba festeggiare, quali donne e perché si debbano mettere al centro della festa. E tuttavia, nonostante tutto, è bene non lasciar correre via l’otto marzo, è bene sottrarlo, per quel che possiamo, alla banalità della festa caramellata. Accendere i riflettori, puntare le luci di scena, alzare il sipario, cercando di .capire come va il mondo a partire da come va per le donne. Tentare almeno. E non solo guardando al lato oscuro del loro essere donne, al lato della violenza, per esempio, di cui sono vittime in tutte le latitudini. Loro sono misura speciale del mondo: partiamo da qui: Misura speciale per la speciale relazione che hanno con esso, per l’ostinato rapporto che instaurano con la vita e con l’esistenza di chi è loro vicino. Le reti di relazioni affettive, esistenziali, di senso che ancora resistono nel mondo, in Italia per quel che ci riguarda più da vicino, hanno loro come cardine. O no? E sono loro, soprattutto, a essere al centro di tutte le contraddizioni di questo mondo globale. Bisognerebbe “pensarla politicamente”, per quel che ci riguarda, questa centralità. Le ragazze in verde di Teheran che salgano sui tetti per la libertà, la loro e quella del loro Paese, e vengono ammazzate per strada dai pasdaran del regime; le intellettuali di religione musulmana che pretendono di interpretare il Corano dal punto di vista delle donne, sfidando la millenaria, totalizzante pretesa maschile in materia. Come nelle altre grandi religioni monoteiste, d’altra parte. Né più né meno. E le migranti di mondi diversi che si mettono in viaggio sfidando il destino e riempiono il nostro mondo col loro lavoro e la loro vita. E così contribuiscono anche a cambiare in positivo il mondo. Nonostante tutto quello che va contro il cambiamento. E le donne di tutti i giorni, sempre costrette ad arrabattarsi tra il “produrre e il riprodurre”, come dicevamo una volta, tra casa lavoro cura degli affetti obblighi parentali e quant’altro. E le giovani donne, le ragazze alle prese con precariato e flessibilità a misura d’impresa, incertezza di reddito e di futuro. Femminilizzazione del mercato del lavoro in tutti i sensi: anche questo un lato che andrebbe “pensato politicamente”, per rimettere in pista un’idea della centralità della condizione lavorativa all’altezza dei mutamenti. Otto marzo delle donne, dunque, per ricordare la fatica dell’essere donna ma anche il coraggio, l’ostinazione, la forza che spesso scaturiscono da loro, dalle donne, e segnano le vicende del mondo, tra contraddizioni laceranti e interrogativi a cui non sappiamo dare una risposta. E anche la gioia, la passione, la libertà che le accompagna quando riescono a essere un po’ padrone delle loro scelte. Otto marzo, dunque, nonostante i passi indietro, spesso disastrosi, e le difficoltà vecchie e nuove che insorgono o tornano e non trovano soluzione. Leggo che in Basilicata, nella competizione per le elezioni regionali di quest’anno, sul numero complessivo di candidati, che è di 430, le candidate sono trenta, di cui tre ospitate nelle liste del Pd e quelle di Sel, cioè nelle nostre. Che dire? E nelle altre regioni? Vale la pena di indagare, tenere sotto la lente della politica questo ritorno all’indifferenza dei numeri. Non sono certo tutto, i numeri, ma qualcosa certo significano. Soprattutto nel rapporto tra i due sessi, quando questo rapporto si rappresenta nella sfera pubblica, perché allora i numeri portano alla luce un’asimmetria ancestrale, dura a morire. E il problema non è soltanto l’avarizia del numero, che fa apparire puro residuato bellico il ricordo delle appassionate discussioni sulla parità e le quote, che fino a qualche anno fa riempivano – spesso vanamente anche allora – i dibattiti politici. Il problema è soprattutto il silenzio della politica, la silenziosa accettazione della quotidiana, normale, domestica esclusione delle donne dalla sfera pubblica o la loro crescente riduzione a ininfluente appendice, quando non l’uso strumentale delle donne da parte maschile. Soprattutto adesso che il potere maschile è in crisi e gli uomini non sanno spesso a che santo votarsi per sopravvivere. Ma ci sono anche protagonismi e spiazzamenti femminili autentici, che si sottraggono all’andazzo e portano forte il segno dei grandi cambiamenti che le donne hanno saputo operare nel secolo che abbiamo alle spalle. E protagonismi autentici, che parlano di vicende di questi giorni. Due donne in competizione per la carica di presidente della regione Lazio, presidenti di regione uscenti di sesso femminile che si sono guadagnate i galloni sul campo e leader dello stesso sesso con ruoli di importanza mondiale. Che dire? Una nicchia e le moltitudini? Come sempre, nella storia delle donne, si potrebbe dire. Le regine ci sono sempre state. Ma non è così. Oggi la vicenda del mondo è segnata in profondità da punti di vista, iniziative e azioni politiche, tattiche di resistenza e cambiamento che vedono moltitudini di donne con ruolo di protagoniste consapevoli di sé. Basta saperlo vedere. E basterebbe che la politica, quella democratica, di sinistra, del cambiamento, sapesse vedere e capire. Sconfinando oltre l’otto marzo. Proviamoci. Auguri a tutte noi, intanto. E anche agli uomini, almeno a quelli riflessivi che sono nati l’otto marzo.

Elettra Deiana (dal Sito nazionale di Sinistra Ecologia Libertà 8 marzo 2010)

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