Libertà a Teheran

Bene ha fatto Nichi Vendola, aprendo i lavori della prima riunione del coordinamento nazionale di Sinistra Ecologia Libertà, a sottolineare che i fatti di Teheran ci riguardano, ci parlano direttamente.
Perché quello che sta succedendo da mesi a Teheran ha a che fare con la libertà come profonda aspirazione umana; perché quella vicenda parla del bisogno, del desiderio e della speranza di un altro rapporto col mondo e mette in scena, in forma diretta, non solo l’aspirazione alla libertà ma l’azione per la libertà. Ragazze e ragazzi che gridano sui tetti, intrecciano nastri verdi, irrompono con forza – grande ma inerme – nelle piazze, sfidano i basij, armati di tutto punto e pronti alla repressione, mentre loro agitano soltanto il colore della libertà. Costi quel che costi, anche la propria vita. E infatti stanno pagando un prezzo altissimo. Loro, le ragazze e i ragazzi di Teheran, a cominciare dalla giovanissima Neda, caduta per prima sotto la violenza della repressione. L’esistenziale e il politico, il pubblico e il personale, la baldanza degli anni e l’ostinazione di una lunga attesa frustrata: questo soprattutto guida i passi e anima le giornate di Teheran. Poi ci sono ovviamente i discorsi e le tattiche dei leader dell’opposizione, gli appelli a resistere e a non abbandonare la scena pubblica, le contraddizioni del regime e i conflitti che squassano l’establishment e l’idea diffusa che qualche breccia, in un futuro non troppo lontano, potrà aprirsi. Ma il cuore pulsante dell’onda verde sono i giovani, con tutto quello che questo significa: le loro dirompenti aspirazioni, il coraggio temerario della loro stagione, il loro inedito protagonismo. E sono le donne soprattutto, al centro non da oggi delle contraddizioni di quel Paese. Basta guardare le immagini scompaginate e scombinate che continuamente ci arrivano dalla rete per capirne qualcosa e quel grido dai tetti di cui ci parlano le cronache: “Allah Akhbar”, e quella lettura dei versetti del Corano che ragazze e ragazzi recitano sulle tombe dei martiri e quell’invocazione osannante a Hossein, il terzo leader sciita. Giovani, molti dei quali laici, che compiono la mossa sapiente di separare simbolicamente la religione dal regime, di sottrarla all’uso politico e violento che ne fa il potere dei mullah.
Quello che succede a Teheran ci riguarda, parla direttamente a noi. Certo, come dovrebbe parlare a chiunque abbia ancora a cuore un’idea di sinistra connessa col mondo. O più semplicemente un’aspirazione democratica e sappia ancora indignarsi per le troppe violazioni e sopraffazioni contro la libertà che avvengono nel mondo e ormai, oltre misura, in Italia. Ma parla a noi, in particolare, di Sinistra Ecologia Libertà, che abbiamo voluto segnare il nostro progetto di sinistra col nome della libertà, con l’idea che questa parola riacquisti senso e significato in un’epoca che l’ha ridotta a mero e insensato significante.
Bene ha fatto dunque Nichi Vendola a voler precisare che le vicende di Teheran non sono burocraticamente riducibili e rubricabili sotto un capitolo del nostro programma intitolato “Questioni internazionali”. Al contrario, devono entrare con forza a informare e orientare la nuova grammatica politica che vogliamo elaborare, per fondare una nuova idea della sinistra che sappia trovare la sua forza innanzitutto dalla capacità di guardare radicalmente al mondo. Cercando innanzitutto di capirlo.
Una campagna nazionale a sostegno dei giovani dell’onda verde: questo ha proposto Nichi Vendola e questo sarebbe per Sel un bel passo da compiere nelle prossime settimane. Per la libertà che abbiamo messo nel nostro nome, per misurarci con le strade complesse e diverse su cui essa cammina e con le differenti radici che la alimentano, guardando al mondo globalizzato, oltre le rappresentazioni di comodo che ne vengono fatte dall’informazione embedded e addomesticata di televisioni e stampa.
Gli strumenti fondamentali della rivolta che sta segnando il trentennale della rivoluzione islamica sono quelli della modernizzazione globalizzata: i social network, Facebook e Twitter. L’Iran è uno dei Paesi mediorientali col maggior numero di utenti di internet (23 milioni) e di cellulari (60 milioni). Repressione e censura, feroce l’una, solerte e occhiuta l’altra, non riescono ad averne ragione né potrebbero. E poi il cinema, i romanzi, la poesia, le università piene di donne, al punto che il regime deve mettere dei limiti alla loro partecipazione, affinché l’altro sesso non sia scavalcato sul mercato del lavoro, e la storia della Persia antica, a cui l’opposizione di oggi fa riferimento adottando, durante le manifestazioni di protesta dell’estate scorsa, lo slogan “Noi siamo il popolo di Ciro”. Ciro il Grande, re della Persia nel sesto secolo.
Insomma un puzzle veramente tale, non solo mullah chador, pasdaran, Ahmadinejad e nucleare. Un mondo con cui fare i conti. Liberamente e con libertà, in questa Italia dove il provincialismo della politica dei palazzi e il gossip dei talk show riempiono la vita pubblica e privata della gelatinosa assuefazione a tutto. Anche a un’idea della libertà che non si sa più che cosa sia.

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