Tutto del premier lascia di stucco.

Linguaggio, scelte lessicali, allusioni e ammiccamenti: tutto del premier lascia di stucco. Sempre, appena apre bocca, con reazione subitanea e istintiva, il Silvio nazionale si dimentica di essere un capo di governo, non un qualsiasi elettore, con un carico di obblighi e doveri che dovrebbe contare molto più di quello dei diritti e dei privilegi, dei salvacondotti e delle immunità che continuamente invoca. Parole spesso avventate, quelle di Berlusconi, come quell’inquietante verbo “strozzare”, con cui ha rivolto il suo augusto pensiero contro registi e attori della “Piovra”? Oppure no, parole scelte con cura? Io penso che le scelga con teatrale oculatezza, come si addice a uno come lui, che ha costruito un impero mediatico e ne ha fatto la base e l’impalcatura del suo strapotere. Ogni parola un colpo, una dose di veleno che inquina, un mix spiazzante e un po’ terrificante, che fa temere per quello che può ancora accadere nel nostro Paese. Il premier ha costruito e imposto – con una preoccupante accelerazione in questo anno e mezzo del suo nuovo governo – uno spazio sottratto alla storia della Repubblica, alle istituzioni e alle leggi che fino ad oggi, tra drammi di ogni tipo e faticosi riscatti democratici, nel bene e nel male, ne avevano comunque garantito l’esistenza. Cosa non facile, vista la nostra zoppicante storia nazionale. Ma avevamo almeno quell’ancoraggio: la Repubblica, la sua Costituzione, le sue istituzioni e leggi. Ma oggi quella storia sembra di un’altra epoca, un bene perduto, e nulla ha valore, tutto per Berlusconi è da rottamare, come sbraita in continuazione, mentre un gruppo di ministri senza ritegno gli fa eco, gareggiando con lui in turpiloquio e picconate a quello che resta. Ma con l’uso del verbo strozzare – “Se trovo chi ha girato nove serie della Piovra e scritto libri sulla mafia facendoci fare una bella figura nel mondo giuro che lo strozzo” – siamo ben oltre il turpiloquio: siamo alla manifestazione della più assoluta irresponsabilità pubblica. Si dirà domani: “Battute, scherzi, barzellette”. C’è sempre per lui questo comodo retrobottega della politica, l’altra faccia delle cose che lui si è costruito con televisiva sagacia. L’uomo e i suoi camuffamenti. L’uomo e le sue finzioni e ipocrisie. A cominciare dal ritornello sull’assedio in cui l’avrebbero costretto la Corte Costituzionale, negandogli l’immunità confezionata a sua misura dal cosiddetto lodo Alfano, e la magistratura, perseguitandolo con le indagini e processi. Una guerra civile contro di lui, forsennatamente intentata dalle istituzioni (infiltrate dai “comunisti”) che non hanno capito che lui ha vinto le elezioni e ha diritto di governare. Come diavolo vuole? Come diavolo vuole, appunto. Altrimenti che berlusconismo sarebbe il suo? Invece, diciamocelo e diciamoglielo: chi ha il diritto di governare ha anche il dovere di stare alle leggi e di rispettarle. Bisogna cominciare a dirlo pacatamente e diffusamente. A Berlusconi competerebbe oggi soltanto la strada di difendersi non dai processi ma neiprocessi. Come già fece Andreotti. Che cosa c’è di più chiaro di questo e di più definitivo, per cacciare i veleni di congiure e guerre civili in agguato? Tutti gliene saremmo grati e ci augureremmo che le cose gli vadano bene. Se fosse un capo di governo come si deve, farebbe questo passo. Semplicissimo, dimostrando di essere candido come un giglio di campo, oltre che un uomo degno di ricoprire cariche pubbliche. Potrebbe anche dimettersi, perché no? Rientra nelle tradizioni dei Paesi democratici, è una questione di stile, affidabilità, reciprocità. Il clima avvelenato verrebe meno immediatamente. Non ci sarebbero che parole di lodi per lui. Il suo narciso ne godrebbe. O no? E’ inquietante l’idea che non lo sfiori neanche la consapevolezza di questa grande opportunità che ha di fronte a sé. Un gesto magnanimo, di etica pubblica e di forza morale. Invece di stare lì a starnazzare contro tutti, dimenticando che anche Canale 5 – un’emittente del suo impero – è rea di fiction televisive di grande successo sulla mafia. Chi poi pretende di occuparsi della cosa pubblica, di governare e fare le leggi, dalla maggioranza o stando all’opposizione, dovrebbe pensare seriamente a mettere in agenda una richiesta di dimissioni del premier. Sembra una bestemmia ed è un lato della faccenda veramente inquietante. Il mantra del “chi vince le elezioni ha il dovere di concludere la legislatura e governare” lascia stupefatti. In un Paese in cui le legislature raramente si sono concluse nei tempi canonici e i governi continuano a cadere con grande facilità, intorno a Silvio Berlusconi si è creata la leggenda metropolitana dell’inamovibilità del premier. Perché così vuole il popolo? Deus vult? O che diavolo? Ci sarebbe bisogno di una ventata di politica, da tutte le parti. Se la politica riprendesse quota si capirebbe che la partita non è tra il premier e la magistratura ma sul destino di questo Paese. Di cui Berlusconi e la magistratura fanno parte ma come una parte, semplicemente delle parti, non come l’ossessivo focus del dramma nazionale.
Ma viviamo nel 2009, nell’anno del Signore che sappiamo.

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