Una gamba o più gambe? E su quale, se qualcuno pensa che ce ne siano molte, puntiamo? Per aggiungerla o per sbaragliare le altre?

Abbiamo capito, con colpevole ritardo, soprattutto da parte di alcuni che si sono assunti un ruolo di responsabilità nel nostro percorso,che la sinistra non si ricostruisce per prevalente via di tattiche e alleanze elettorali. Almeno in Italia, in questa fase politica. E’ inutile appellarsi ad altre esperienze che per altro hanno alle spalle una lunga incubazione. Né una “Sinistra” punto e basta, si costruisce, né quella nella veste che abbiamo disegnato di “Sinistra e Libertà”, con aggiunta, per far quadrare le tattiche elettorali – perché soltanto di questo si è trattato – di “Ecologia”. Un guazzabuglio, magari geniale quanto a mescolanza di doverose suggestioni ma pur sempre un guazzabuglio di concetti, messo insieme per far quadrare l’accordo intorno al simbolo da presentare alle elezioni. E poi? Boh. Poi è un’altra storia. Ma sempre elettorale, no? Sì, sempre elettorale, nella migliore tradizione iper politicista che ha portato al disastro della sinistra. Nel frattempo in nessuna sede si è aperto un adeguato confronto programmatico e di progetto politico che desse senso e ordine – un ordine approssimativo, come è mia convinta convinzione che si possa fare in questo difficile momento – al guazzabuglio. Che si è rivelato alla fine per quello che era: un marchingegno funzionale al mantenimento in vita di un mal messo patto elettorale, però travestito da costituendo soggetto politico. Nonostante l’evidenza dei fatti. Anche un bambino lo capirebbe, era solita dire mia nonna. Grande, come certe donne di un tempo, che sapevano stare alle cose. Così abbiamo ingombrato di ostacoli anche la doverosa ricerca di scelte e soluzioni utili alla nostra partecipazione alla prossima competizione elettorale. Che non è poca cosa anche a giudizio di chi pensa – io sono tra queste e questi – che oggi la scommessa numero uno, quella che può dare senso legittimità efficacia a quello che facciamo, è provare a ricostruire la sinistra nel nostro Paese. Però guardando all’Europa e al mondo e non soltanto nel buco della serratura delle proprie contiguità e a supposte sbaraglianti prospettive elettorali, tutte concentrate su stucchevoli tatticismi di maniera. Soltanto con l’occhio al mondo si può capire perché i ragazzi del nostro Sud fuggano via dai loro territori e perché i confini del nostro Mediterraneo diventino zone di confinamento e perché, se non si risponde a problemi come questi, non abbia più senso parlare di sinistra. Torniamo al punto. Responsabilità dei socialisti che hanno camuffato le loro reali intenzioni? Forse le hanno un po’ camuffate. Ma mica tanto. Era così evidente che anche un bambino lo avrebbe capito. Responsabilità dunque anche di chi ha voluto fermissimamente credere al mantra che lo ispirava oppure non ha veramente capito le dinamiche. A questo punto, per non piangere sul latte versato – un lago che rischia di annegarci – mi sembra che l’attenzione debba concentrarsi sullo stato di cose presenti. Facciamo un po’ di ulteriore chiarezza. Non affronto la partita delle elezioni regionali. Per il momento. Il disordinato e ambiguo processo di chiarificazione avvenuto in questi giorni ci consegna una prospettiva politica ancora più striminzita e sconfortante, stando al metro di misura fino ad oggi adottato dalle cosiddette forze promotrici del progetto. Secondo questo metro la forza del progetto era direttamente proporzionale alla sommatoria dei pezzetti da incollare l’uno agli altri: Sd, Mps, Uas, Verdi “con noi”, Psi. E c’è chi pensa(va) anche a incollare ai pezzetti il pezzetto dei nuovi iscritti, quelli che hanno soltanto il cedolino di Sinistra e Libertà e non vantano appartenenze pregresse ai frammenti della diaspora. Oggi un pezzetto o pezzone – non conosco i calcoli a questo proposito – non c’è più. Se stiamo al metro di misura dei soggetti dati non c’è effettivamente da stare allegri anche perché, diciamolo con chiarezza, le pratiche di autoconservazione dei soggetti della diaspora trasmettono una visione striminzita e asfittica, soffocano sul nascere gli entusiasmi e disperdono le ragioni del percorso intrapreso, ostacolando la presa di parola e l’emersione di chi, giovani soprattutto – giovani donne e giovani uomini speriamo che siano e diventino tanti – ha voglia di misurarsi, in primis e soprattutto, con la scommessa di una nuova sinistra, non avendo alle spalle storie e percorsi più o meno illustri da vantare. E’ questo l’unica vera gamba che deve interessarci sviluppare. Quella di chi scommette sulla sinistra. Non una gamba in aggiunta ma “la” gamba: gli iscritti, i tesserati, gli aderanti al progetto, quelli che devono prendere nelle loro mani il progetto e la sovranità sul progetto, stabilire le regole, inventarsi i percorsi, eleggere i gruppi dirigenti, dire le modalità di funzionamento, esercitarsi a capire la natura del soggetto. Rappresentarla nel senso di darne rappresentazione prima che rappresentanza. Essere sinistra in questo mondo. Dopo i disastri della sinistra. Ovviamente l’unica gamba non esclude le gambe pregresse. Quelle ne devono far parte, ovviamente, a pieno titolo e con tutto il contributo delle loro risorse. Se ne hanno, come sicuramente ne hanno se sono in grado di metterle ancora a valore. Ma avviando un percorso dichiarato e visibile di “fluidificazione” delle appartenenze, dismettendo come “forze politiche” la pratica del tavolo a parte e pretese di auto rappresentazione e rappresentanza derivate da ieri, abbattendo le paratie stagne tra sé e gli altri. Insomma il 19 e 20 il vero problema è questo, la politica è questa, il cammino da intraprendere è questo: le grandi questioni di sinistra, almeno alcune grandi discriminanti; i grandi intenti: chiari, netti, definiti. E le pratiche e gli appuntamenti perché la gamba sia quella giusta. Forse così un po’ di forze le ritroviamo. O no

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