Silenzio di guerra

Sul minuto di silenzio nelle scuole la penso come Simonetta Salacone. Il tema della guerra in Afghanistan suscita sentimenti diversi e contrastanti. Come è inevitabile che sia. Bisognerebbe interrogarli e interrogarsi su questi sentimenti, ora che Sinistra e Libertà vuole affrontare i temi programmatici e di profilo culturale. Guerra e Pace e tutte le declinazioni e gli ossimori bellici del presente: parliamo di uno dei temi fondativi del modo di pensare o di indurre a pensare il mondo, le relazioni tra i popoli, il ruolo e, prima ancora, la natura della sinistra. E parliamo della cifra costituzionale di una Repubblica nata dalla Resistenza e segnata dagli annientamenti della Seconda Guerra Mondiale. Cifra definitivamente persa, come confermano questi giorni di solennità nazionale per i funerali dei sei paracadutisti uccisi a Kabul; giorni durante i quali l’esaltazione della “guerra democratica” è stata presentata sui media nazionali come una sorta di vocazione unanime della “Nazione”: vocazione in gran parte artefatta e dunque invasiva, insopportabile, proiettata in un misto di lutto pubblico e privato perfino imbarazzante per la sua evidente strumentalità. In un Paese scempiato da secessionismi, leghismi, spiriti anticostituzionali, tricolori vilipesi e quant’altro, accade questo e altro. Perché la memoria è diventata labile, anzi non c’è più e possiamo fare oggi quello che ieri abbiamo dichiarato inaccettabile. Roba da far impallidire tutti i cultori del fine giustifica i mezzi. Sentimento patrio indotto? Certamente sì, indotto in tanti modi. E con un’ispirazione di destra che di più non si potrebbe. Per questo sono ostile a tutte le forme di ossessiva costruzione del mito degli eroi, dei soldati d’Italia caduti per la Nazione, dei ragazzi “ora e sempre pronti a morire”. Che il Parlamento rispetti il silenzio per quei soldati che ha mandato a guerreggiare in Afghanistan fino a morirne, è un suo dovere. Anzi un obbligo. Non parliamo poi del consiglio dei ministri. Un’ora di silenzio, con cenere sul capo.
Oltre che al silenzio quei morti per altro dovrebbero obbligare i parlamentari alla parola, all’informazione, alla documentazione, a cercare di capire quello che c’è da capire prima di votare di far restare ancora l’Italia in Afghanistan. Ma aspetteremo invano, ovviamente. Già oggi è un altro giorno e i morti di Kabul non ci sono più. Memoria labile, in dissolvenza e dittatura dell’istante, come ha argomentato in un bell’articolo sul Riformista la mia amica Rina Gagliardi.
Ma il minuto di silenzio non può essere esteso burocraticamente come obbligo morale ovunque il potere politico dominante – cioè il governo che sappiamo – ritenga opportuno costruire o rafforzare il consenso popolare alla guerra. Nelle scuole per esempio, di ogni ordine e grado. Scherziamo? E’ una mossa da regime a “democrazia” dispotica e disciplinante, come piace al premier, che non a caso ama Putin. Non è un qualsiasi minuto di silenzio, di quelli che si tributano nella comune prassi dell’elaborazione del lutto pubblico. E’ un minuto che segna e rafforza la demarcazione o meglio la soluzione di continuità tra la Repubblica costituzionale dell’articolo 11 e della scuola pubblica che ne dovrebbe essere colonna portante e la Repubblica con Costituzione in via di dissolvimento, dove la guerra si può fare e la scuola pubblica si deve annientare. Il cordoglio – grande per quel che mi riguarda – per i soldati uccisi a Kabul è una cosa. La propaganda a sostegno di una guerra che è sempre più guerra contro la Costituzione è un’altra e assai diversa cosa.

Scritto per il sito nazionale di Sinistra e Libertà il giorno 23 settembre 2009

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