Conflitto di libertà e appuntamento del 19 settembre

Berlusconi è al declino? Forse un dio ci aiuterà. Nel frattempo lui, il premier, mena fendenti e di questo dobbiamo seriamente preoccuparci. E’ in atto un attacco senza precedenti alla libertà di stampa e di opinione pubblicamente espressa: libertà che è pilastro fondamentale delle libertà civili e fondamentale strumento di libertà politica, contro il dispotismo dei monopoli mediatici e le esercitazioni “di” e “da” regime autoritario che Silvio Berlusconi e i suoi stanno da tempo mettendo in pratica. Ben venga dunque la manifestazione indetta per il 19 settembre dalla Federazione nazionale della stampa. Ben vengano e si moltiplichino gli appelli, i messaggi, i richiami, i segnali dai luoghi pubblici e privati, i tam tam, gli appuntamenti, gli impegni di ogni tipo a far circolare la l’appuntamento. Ben venga tutto quello che concorrerà al pieno successo della manifestazione, a riempire strade e piazze, animare le reti, fissare qualche paletto contro la bulimica volontà di potenza del premier. Ma non sarà sufficiente. Il Paese ha cambiato pelle e cuore. Assiste ormai impavido alle tragedie del mare; tace di fronte al moltiplicarsi della violenza razzista e omofoba; lascia soli e isolati quelli che devono difendersi il posto di lavoro e non si scandalizza se un ministro della Repubblica si vanta di essersi inventato la “mini naja” volontaria, affinché i giovani facciano l’apprendistato di una verace “esperienza atletico-culturale-militare”. Ci mancava davvero! Ronde e milizie, trash e schifezze, di tutto di più esce dal caleidoscopio a sorpresa di questa maggioranza, mentre i fondi della ricerca-università-formazione decrescono, la precarietà e la disoccupazione si allargano, i giovani si devono letteralmente arrabattare. Mini naja per tenerli su.
Libertà di stampa? Interessa a qualcuno? Che cosa ci stanno a fare allora Mediaset e anche Rai, pagata da noi ma sotto le stesse grinfie? Non ci dicono loro tutto quello che c’è da sapere? Non ci rassicurano loro sulla crisi che non c’è, sull’Italia che ce la fa, sull’onore di Gheddafi nel mantenere fede agli impegni contro l’emigrazione dalle libiche coste agli italici approdi?
Attacco alla libertà di stampa significa oggi il tentativo dichiarato di imporre a tutti i livelli una stampa in tutto e per tutto embedded, complice e cortigiana, subalterna e oziosa, che contribuisca a costruire siparietti per il capo e, alla bisogna, scacciare il malocchio che insidia i suoi ministri. Parlare della crisi economica porta male, non lo sapevate? Mortifica il sano impulso a spendere i risparmi di famiglia, che in Italia ancora resistono. E il mercato si deprime. Sdegnarsi per i morti nel Mediterraneo? Serve soltanto a mettere la sordina sull’efficacia dei provvedimenti, a disconoscere i risultati eccellenti, a screditare l’esecutivo. Peccato mortale. Dunque attacco alla libertà di stampa, nelle forme forsennate e compulsive a cui abbiamo assistito in questo scorcio di estate. Attacco al cuore delle libertà civili e al cuore della convivenza democratica secondo Costituzione. Il fatto che un giornalista, ex articolo 21 della Costituzione, scriva, esprima pareri, interroghi senza velami e diplomazie un premier, è innanzitutto una sua sacrosanta libertà. Ma la cosa non riguarda soltanto lui. Riguarda tutti, la qualità della nostra vita democratica, la responsabilità di ognuno verso il bene pubblico. Riguarda me, come cittadina della Repubblica. Riguarda te, lei, lui, tutti. Per lo stesso motivo, perché quella libertà è un costitutivo modo di essere di uno Stato democratico. E’ riguarda l’opposizione tutta, di qualunque colore sia, perché l’attacco a questo caposaldo delle libertà civili si trasmuta istantaneamente in un conflitto politico, mette sotto scacco la libertà politica, atrofizza le regole del gioco. E riguarda, dovrebbe riguardare, anche chi, al di là del voto e delle simpatie politiche, ha consapevolezza del valore di una tale libertà.
Ma l’Italia è radicalmente mutata. Assuefatta a convivere con tutto o a sopportare tutto, ipnotizzata dal mondo di cartapesta delle fiction, dai gossip di palazzo, dal paternalismo autoritario e volgare dei capi, che osano fare cose fino a ieri impensabili. E’ un cambiamento che si respira, che si manifesta nell’accettazione acritica e cortigiana di troppa parte dei media del dispotico sistema di potere mediatico del capo, dell’ingordigia invereconda del comandare – del rappresentarsi nel comandare – che fa di Silvio Berlusconi una figura grottescamente inquietante, in qualche misura anche patetica ma non per questo meno pericolosa. L’Italia è oggi il laboratorio, come altre volte è accaduto nel nostro infelice Paese, di una accentuata sperimentazione di regime tutta particolare, tutta dannatamente dei nostri tempi, dove la politica si nutre di biopolitica e mescola gli ingredienti più diversi e apparentemente contrastanti: il piglio burbanzoso e borbonico del potere ministeriale e i dispositivi performativi della comunicazione mediatica, il gossip edulcorato e stucchevole sulle vicende del sultanato – l’impareggiabile “Chi” in testa e tv di ogni tipo a seguire – e le minacce di sfracelli giudiziari contro chi osi oltraggiare il capo. E soprattutto il simbolico dell’artefatta costruzione virtuale della vita, l’isola che non c’è che invece c’è e ti riempie l’esistenza. E’ un regime che svuota dall’interno ciò che resta della democrazia, intesta – questo il trucco dei trucchi – la verità al potere e alimenta a non finire le filiere dell’adattamento sociale, costruendo i set della rappresentazione secondo copioni dettati dall’alto. La verità l’ha in mano il capo, tutto quello che dicono i giornali – soprattutto quelli a lui ostili – è falso. Tutto quello che lui e i suoi non fanno vedere non esiste. Semplicemente non c’è. Viene occultato quindi diventa invisibile quindi non è raccontabile quindi chi lo racconta mente, chi lo denuncia oltraggia il governo. Maroni, ministro delle Repubblica, non uno qualsiasi, osa affermare, all’indomani dell’ultima tragedia sul mare, che il suo dannato pacchetto sicurezza è di grande efficacia e che la politica dei respingimenti va alla grande. Può dirlo perché il silenzio stampa è calato sulle vittime e quelle vite non sono rappresentate da nessuna parte. Sul mare piatto si allestisce il set della sicurezza. I morti non si vedono, nessuno si strappa i capelli. Regime oggi è questo: la continua costruzione di set di falsa verità che non possono essere messi in discussione, il potere come fonte di autorità in grado di stabilire il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto. Una volta restaurazioni e regimi abbattevano i ponti e spargevano sangue. Oggi succhiano mediaticamente l’anima, l’amalgamano nella realtà del reality e nel reality della realtà, la riducono alla mucillaggine sociale di cui a proposito del nostro Paese ha parlato più volte De Rita, presidente del Censis.

Le cose stanno così e l’opposizione – tutta – continua a giocare alle figurine. Ma la manifestazione del 19 è importante come poche.

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