Lettera alla mia giovane amica Francesca Ferrucci

Cara Francesca,

ho portato nel cuore in questi mesi estivi le cose che mi scrivesti all’inizio di luglio a proposito di quanto penso – e ho scritto – sulla fine della sinistra. Scrivi di condividere le mie analisi ma ti mette a disagio l’appello, che ho firmato con altre donne, sul “coraggio di finire”. Non hai conosciuto, per evidenti ragioni anagrafiche, la “politica alta” del Novecento – o quella che a noi pareva tale e così l’abbiamo raccontata. Se non, dici ancora, per via indiretta, per contiguità e simpatia con l’esperienza di adulti del tuo mondo. E temi oggi di restare a mani vuote, senza orizzonte di senso e col cuore colmo del rimpianto di non poter vivere una “grande” esperienza di sinistra, di fronte a una realtà che invece ne avrebbe quanto mai bisogno. Anch’io provo disagio, talvolta molto aspro, quando vedo perdute o tumefatte e irriconoscibili le tracce di una storia che è stata anche la mia storia, e di tante e tanti, e fu capace, quella storia – così a me sembra ancora – di lasciare un segno positivo così profondo nella vita delle persone, delle relazioni sociali, delle regole dello Stato e del senso profondo delle cose da esigere oggi, da chi, fin dall’inizio o via via, col tempo, non l’aveva accettata, un’opera – col linguaggio politico di una volta si sarebbe detto “una strategia” – di vera e propria restaurazione a tutti i livelli. Le restaurazioni una volta abbattevano i ponti e spargevano sangue. Oggi succhiano l’anima. Una restaurazione che dura ormai da tempo e ha cambiato la pelle del Paese, trascinando la sinistra in un generale stravolgimento, fino al midollo. Un disagio, il mio, che dico “dell’estraneità”. Non so come altrimenti nominarlo. So infatti di non poter vivere ormai che da estranea questo mio essere ancora contemporanea al presente, presente “al” e “nel” presente di questo mondo, come ho sempre fatto, forse per vizio e retaggio della politica. Perché non conosco altro modo di essere che continuare a essere contemporanea, cercando di capire quello che accade intorno a me, vederlo per quello che è: agli antipodi spesso, distante per lo più da come a me piacerebbe che fosse. Non conosco altro modo anche per fare tutto quello che posso – pochissimo nelle mie mani – perché la fine non sia solo fine e la mia estraneità non diventi indifferenza o lontananza da quello che accade.
L’ansia di stare al mondo e la distanza dal mondo: il mio amore per la politica comincia qui, ha sempre avuto le sue radici in questa distanza, si è sempre alimentato del contrasto tra l’amore per il mondo e la critica del mondo, tra il voler cambiare il mondo e il sapere la durezza del mondo. La politica è stata per me il modo concreto di vivere questa sfasatura, di stare con libertà in questa “sconnessione”, come la chiamerebbe qualche filosofo, fin dai tempi “eroici”, cercando di concorrere a colmare o almeno diminuire la distanza. La spinta a guardare le cose da un altro punto di vista, gli scarti di consapevolezza continuamente prodotti da questa attitudine, la coscienza di non sentirmi quasi mai in sintonia col mondo, neanche col “mio” mondo politico, allora e per molto tempo ancora non produssero in me estraneità ma anzi crescente voglia di politica. Perché la politica cambiava le cose, a partire da noi, e prometteva di cambiarle ancora. E i vizi della politica, connessi a un’antropologia dell’agire politico che la sinistra non ha mai saputo indagare e sottoporre a critica, neanche di fronte all’impatto della grande stagione femminista che ne aveva portato alla luce e criticato in modo fulminante pubblici vizi e private inadeguatezze, tuttavia potevano ancora essere corretti quei vizi, ci illudevamo, dalla politica stessa, da “quella” politica, di cui ci sentivamo ancora protagonisti. Il refrain di Rifondazione comunista sull’innovazione, i movimenti, il femminismo, Genova e quant’altro. Da un certo punto in poi fu chiaro che le cose, in generale, non solo andavano per il verso sbagliato ma avevano imboccato l’ultima china. La crisi della sinistra era anche la crisi del Prc e la inadeguatezza del Prc nasceva dall’esaurirsi di qualcosa di molto più strutturale, profondo, generale. Pesò più questo che le inadeguatezze politiche del partito che pure furono sempre consistenti.
La politica e l’esistenza, come un insieme inestricabile: anche tu la vivi così, è evidente da quello che mi scrivi. Un rapporto stretto, simbiotico, di reciprocità. Ma se la vivi così e non vuoi rinunciare a questo, come io mi auguro che tu faccia, il problema è fare i conti con la sconnessione dell’oggi, con la sfasatura tra quello che si vorrebbe fare per una nuova sinistra “all’altezza” e la realtà che viviamo. Anche io non voglio rinunciare al possibile da farsi, anche se so che quel possibile è pochissimo oggi e che i miei tempi per verificarne i frutti sono altri dai tuoi. Affrontare il tema della fine, e scegliere di parlarne pubblicamente in relazione con altre donne, è stata per me una scelta politica, e non di poco conto, perché è dal centro di quella sfasatura, dalla radicale consapevolezza di quella sfasatura, che possono scaturire gli stimoli necessari a rimettere in piedi la questione per il verso giusto. Il parlare chiaro contro il dissipato blablare dei palazzi, che travolge e sfigura anche ciò che resta della sinistra: ci dovrà pur essere un punto di rottura, dove la politica ritrovi dimora e parli di nuovo la sua lingua? Non è forse la politica anche nella costruzione di spazi pubblici di discussione franca e trasparente, dove le cose si affrontino per quello che sono e non per come ognuno degli attori le vuole rappresentare?
La fine della sinistra non significa la fine di tutto quello che c’è a sinistra. Significa “soltanto” quello che è. E il coraggio di dirlo non è la celebrazione di un funerale ma un atto politico di responsabilità, una rottura di continuità, senza la quale la palude diventerà invalicabile.
Il punto critico oggi è tutto qui: non nel rapporto tra la sinistra e la politica ma nella distanza tra la sinistra e la politica. Questa è oggi la sfasatura da cogliere alla radice e radicalmente colmare, da cui guardare alle cose. La sinistra esisterà di nuovo se sarà in grado di ricostruire la dimensione, la relazionalità sociale, il linguaggio, le pratiche, il simbolico di un nuovo agire politico, che tale sia, che entri come forza coinvolgente nell’immaginario collettivo e sia in grado di mobilitare le vite delle persone, liberandone l’anima. A partire dai molti straordinari punti che ereditiamo o abbiamo elaborato anche nella crisi e che già potrebbero costituire un patrimonio di proposte da rilanciare . Ma oggi quei punti sono resi inerti – una stanca litania di “obiettivi”- dalla distanza tra chi li recita e la politica. C’è bisogno di sinistra? Mai come oggi? Lo sento ripetere, lo leggo nei blog e su ciò che rimane della stampa di sinistra. Ma rischia di essere un ritornello consolatorio e un alibi insieme. Le strade dell’esistenza umana, nel nostro Paese e altrove, possono dipanarsi senza incontrare più la sinistra e, soprattutto, senza che nessuno ne senta la mancanza. Dobbiamo saperlo, dobbiamo ricominciare da qui. Sentire la mancanza della sinistra non è (né mai è stato) né un automatismo culturale né il riflesso di un bisogno sociale ma la conseguenza di una potente costruzione sociale e politica, il segno del lavoro forsennato che la vecchia talpa marxiana sviluppò faticosamente nel tempo e nelle sedimentazioni di fulminanti congiunture storiche. Senza sinistra il mondo andrà avanti lo stesso. Dobbiamo saperlo. Il problema è nostro, di chi pensa che il mondo andrebbe avanti meglio se la sinistra, oggi nelle vesti più adeguate all’ oggi, vi giocasse un qualche ruolo. Importantissimo dovrebbe essere questo ruolo, secondo me. E allora? Non c’è sinistra, neanche quando si dicono cose che possono sembrare o essere davvero di sinistra. Non basta dire morettianamente qualcosa di sinistra. Le parole restano solo vuoti significanti, senza carne né sangue perché senza politica. E le vicende che recano le tracce di una potenzialità politica, come la magnifica lotta degli operai dell’INSE, subito si perdono nel mare magnum della smemoratezza, mentre sui famosi “ territori”, che dovrebbero essere il cuore pulsante della nuova sinistra, si consumano piccole e grandi scaramucce, si costruiscono piccoli e grandi accordi di macro o micro potere, si mettono in scena avvilenti teatrini “del” e “da” ceto politico. Anche la nostra parte ne è coinvolta. La forza della politica, anche oggi, sta invece altrove, sta in quanto siamo capaci di metterci in gioco per qualche cosa che “faccia la differenza”, condividendo con altri questa scelta, che è scelta di libertà, come direbbe Hannah Arendt, scelta di cambiamento. Come ormai sanno fare soltanto forze di destra: la Lega che smantella pezzo dopo pezzo il Paese, Fini e il suo Fare futuro che lavorano per dotare il Paese di una destra “decente”. Ed è accolto, Fini, come una star alla festa di Genova del Pd. Cambiamenti.
Per quel che riguarda noi, in qualsiasi direzione volgiamo lo sguardo, siamo nel pieno di una crisi che sembra non finire mai e genera in continuazione le ragioni del suo persistere. Penso alle convulsioni dell’ex partito Ds nell’attuale aggregato Pd; penso alla flebile latitanza di Sinistra e Libertà in questa estate di fuoco e all’incartapecorita configurazione di sé del Prc. Questo è il contesto. La politica che tu nella lettera chiami “alta” partiva dal contesto, dall’analisi e conoscenza delle cose. Forse non tutte le imbroccava, anzi da un certo punto in poi non ne imbroccò nessuna. Ma la lezione rimane. Il contesto e tu nel contesto. E la differenza del contesto di oggi rispetto a ieri. Si parte da qui o non si parte. Per chi oggi è giovane e ha voglia di politica di sinistra, la sfasatura da cui guardare al contesto riguarda il tempo: la miseria di ciò che è possibile fare “qui e ora” e la scommessa di un progetto grande, come la parola “sinistra” dovrebbe pretendere e i giovani di sinistra pretendere. Piccoli passi per un grande progetto. Ma mettendosi in proprio, mettendoci l’intelligenza e la libertà. Mettere al mondo il mondo, insomma, con la fatica del parto e dei tempi necessari a che esso avvenga. Tentare ancora, come sempre. O no?
Ciao, Francesca, ti abbraccio.
Elettra

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