Per tentare ancora a sinistra: il lato più desolante e quello più complicato

Il lato più desolante è di non avere più luoghi politici in cui la priorità sia quella di “prendersi cura del mondo”, come direbbe Hannah Arendt, o mettere insieme il “che fare”, come direbbe Vladimir Ilich Lenin, o elaborare un piano di intervento politico, come direbbe la sinistra che non c’è più. O, semplicemente, decidere sei mesi di volantinaggio quotidiano e martellante, di iniziativa politica a vasto e articolato raggio, di invenzione di strumenti comunicativi e messaggi inchiodanti, in tutti i luoghi del territorio nazionale – territorio na-zio-na-le, come scelta politica di riconnessione territoriale, contro la disgregante etnicizzazione del territorio. Sei mesi: ma su un punto. Un punto solo, solo un punto. Uno di quelli “senza se e senza ma”, che fanno emergere con nettezza e scandalosamente, scan–da-lo-sa-men-te, un altro modo di guardare il mondo, di stare alle cose, di proporre vie d’uscita.
I morti sul lavoro? Perché c’è dietro un’altra idea dei rapporti tra chi lavora e chi utilizza – sfrutta – il lavoro e un’altra idea delle responsabilità pubbliche su questo rapporto?
Le spese militari, in libera e incontrollata espansione? Perché c’è dietro un’altra idea dell’utilizzazione delle risorse pubbliche e del modello di produzione e consumo e dei rapporti tra i popoli?
La criminalizzazione dei migranti ex pacchetto sicurezza? Perché c’è dietro un’altra idea della dignità umana e dei rapporti interumani ma anche delle responsabilità occidentali rispetto agli abissali divari del mondo e quindi dell’obbligo che ci compete – come europei ed italiani in Europa – nella ricerca di una risposta’?
La pessima politica della ministra Gelmini, perché c’è dietro il futuro dei giovani? Il nucleare che ritorna, perché c’è dietro tutto? Il terremoto che non se ne va, perché c’è dietro il rapporto con i territori e il territorio? La precarietà della vita, perché abbiamo fatto dell’infelicità della vita un’inerte formula intellettuale ma quello è il problema? Il “che ci stiamo a fare in Afghanistan? La guerra?”, perché la guerra è la guerra?
Un punto, un punto solo. Per sei mesi. Parlando solo di come va la sperimentazione dell’agire, dei punti in avanti, delle difficoltà all’indietro, rompendo i timpani e invadendo tutti i luoghi possibili, accendendo falò sulle spiagge e gridando sui tetti come l’onda verde a Teheran, facendo parlare solo di quel punto chi di noi arriva ai tg, discutendo solo di quello con chi, di sinistra, ha ruolo e spazi nelle istituzioni, allargando forze e attenzione. Un punto, un unico dirompente punto, per spezzare la sindrome dall’autoreferenzialità ormai patologica che affligge la sinistra, uscire dall’infinito parlare e parlare e parlare di percorsi, forme, modalità, sentieri plurali o raggruppamenti prioritari, senza mai fare nulla. E sperimentare se c’è davvero la possibilità di fare politica di nuovo, mobilitare chi ci appoggia elettoralmente, inventare una nuova politica senza mezzi, scenari, set mediatici, televisioni complici e giornalisti accondiscendenti. Se non c’è questo salto di paradigma concettuale e soprattutto, soprattutto, pratico, continuare a parlare di sinistra è soltanto un gioco da illusionisti, una pia illusione, l’illusione al posto della realtà. O no?

Il lato più desolante è che mentre la destra al governo, in tutte le sue varianti e accoppiate, fa terra bruciata del Paese che faticosamente, dopo il fascismo e la guerra, eravamo riusciti a essere, l’opposizione, in tutte le sue varianti, compresa la parte che ancora vuol essere di sinistra, se ne stia in contemplazione di se stessa, parli di se stessa, armeggi intorno a se stessa. Scontri e duelli, ritorni in campo e mosse strategiche (si fa per dire: la strategia, a sinistra, è morta da quel dì), furbizie tattiche e messaggi obliqui, “I have a dream” e largo, per finta, ai giovani, che, con tali maestri, non possono che pensare che la politica sia più o meno far professione del nulla: un piatto rimescolio delle carte che occupa e spreca intere pagine di carta stampata e che non si capisce perché avvenga. Se non per allocare qualche personaggio di sempre, occupare o mantenere qualche postazione, fare atto di presenza nelle prime file della fiction politica. Il congresso del Pd occuperà le cronache da qui all’autunno, il dopo congresso andrà oltre. Ahi, marzo delle regionali! Le aggregazioni a sinistra, la federazione dei partitini o il processo costituente che deve venire, o il nuovo partito che viene invocato – qui e ora, è una promessa che abbiamo fatto all’elettorato – polarizzerà sine die l’attenzione del residuo popolo di sinistra. Ahi, marzo delle regionali! Ma se resta il deserto che la sinistra ha prodotto intorno a se stessa anche quel popolo si disperderà. O no?

Il lato più desolante è che l’orda padanica stia colonizzando i cuori e le menti del popolo, oltre che i territori italiani, e la cosa non inquieti più di tanto chi, tra le file dell’opposizione e anche della sinistra oggi fuori gioco, fa del governare l’alfa e l’omega della politica. Governare che cosa, dopo il passaggio di questo tsunami? L’orda padanica sembra inarrestabile. E’ capeggiata, tra gli altri, da un leghista doc nominato ministro dell’ Interno di una Repubblica che a lui non è mai piaciuta e che non ama. Ministero chiave, l’ Interno, per rivoltarla come un calzino, violarla e sfigurarla – la Repubblica ex quello che sapevamo – e lui non arretra di un millimetro dalle sue posizioni perché, lo dice proprio lui, il ministro, il suo cognome, dalle sue parti (povera Lombardia!) dice la cosa: è un programma, una rappresentazione del suo modo di intendere il governo della cosa pubblica. “Nomen omen” o, volgarmente, nel cognome c’è l’impronta di quel celodurismo che ha fatto la fortuna comunicativa e pratica della Lega. Maroni si irrita perfino delle ovattate critiche che provengono dagli ambienti cattolici. Critiche più che caute e misurate, niente di che. Anche un po’ farisaiche, avrebbe detto quel profeta di Galilea che amava parlare dritto e chiaro e che la Chiesa ha preso a suo archimandrita. Ma lui, il Maroni, tosto, come si compete a tal cognome, non desiste dal fare la facciaccia anche a monsignor Marchetto, che ha osato parlare del dolore dei migranti, e gli manda a dire sprezzantemente che si tratta della “solita litania”. Le elezioni europee sono passate, quindi à la guerre comme à la guerre. Anche con le timidezze cattoliche. Già oggi è un altro giorno.

Il lato più desolante è che si lascino cadere i segni premonitori di quello che accade e la giostra dei predoni della Repubblica continui a girare, girare, girare fino al prossimo colpo dritto al cuore della Costituzione, dello stato di diritto, della dignità umana. Si sono trascurati troppi segni premonitori, si sono fatti troppi occhiolini e occhioloni, si sono lasciati aperti troppi varchi e spalancati troppi portoni. L’orda padanica fa scuola, nessuno l’ha contrastata, fermata. Nessuno ha cercato altre risposte alle spiazzanti trasformazioni e alle crescenti contraddizioni del presente. Le ronde ora le vogliono tutti, anche molte amministrazioni di centro-sinistra, anche sindaci e giunte del Pd. Il cosiddetto pacchetto sicurezza è di Maroni e lui come ministro della Lega ne porta la massima responsabilità ma quel pacchetto è stato alimentato, irrobustito, legittimato, in certi casi anticipato nella logica e nelle scelte, da rivoli, umori, smemoratezze, iniziative che vengono da tutte le parti. Compresa quella dell’opposizione in tutte le sue forme ed in tutti i suoi intrecci. O no?

Il lato più desolante è che cresca l’assuefazione silenziosa. Possono succedere cose terribili. Banalità del male, direbbe Arendt, che dell’assuefazione sapeva tutto. Sulla “Padania”, organo dell’orda, si sente alitare lo spirito di qualche formidabile – in senso strettamente latino – divinità di là, di quelle toste, alla maniera del ministro. Il giorno dopo le parole di monsignor Marchetto, c’era scritto sulla “Padania” che parole come quelle mandano deserte le parrocchie mentre si affollano le moschee. Vi sembra banale? Una spacconata? Una sciocchezza di quello scrivano, scritta tanto per scrivere? A me no. Mi inquietarono, quando cominciai a leggerli sui muri di Milano, i manifesti con su scritto “Roma ladrona” e altre cose del genere. Cominciò così il rancore del Nord. E la sinistra non se ne accorse.

Il lato più complicato è uscire dal lato più desolante. Prendersi cura del mondo ma non a chiacchiere: solo così si può uscire . E’ la scommessa, la sfida, il cimento, la consegna… Le parole non ci mancano. La lingua madre, straordinaria e sontuosa come poche, anzi forse unica, ce ne fornisce quante ne vogliamo. E il ministro Maroni che può fare? Qui proprio niente, anche perché, sinceramente, il suo parlare non è granché. Le parole non ci mancano. Basta non esserne prigionieri. Basta trasformare il grido di dolore o gli ottimismi di facciata o le paure inconfessate in azione politica. Azione, pratica, prassi. Buone pratiche, come dicono le femministe. Tentare, almeno. O no?

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