Banalità del male nei territori del rancore

Era una rom? Oppure una clochard, una poveraccia senza mezzi né tetto sotto cui rifugiarsi? Oppure una donna persa per i sentieri della vita, sola e borderline, con la disperazione nel cuore? Non si sa con certezza, non è stato raccontato nulla della sua esistenza, nella breve cronaca televisiva che ne ha parlato. Neanche il nome è stato detto, niente di lei. Il fatto risale al gennaio scorso, così hanno detto. Ma solo in questi giorni la notizia è arrivate alla ribalta delle cronache. Era inverno, c’era la neve, abbondante in quel periodo e in quella zona. La donna era soltanto una paria, questo è sicuro. Una paria: usiamo le parole per dire le cose. Indegna di avere un nome da menzionare e degna invece di essere trattata con sprezzante cattiveria, con inumana ferocia a pensarci bene, abbandonata come un mucchio di stracci di cui liberarsi. Faceva accattonaggio all’angolo della strada, in una città di quell’ordinato e laborioso laboratorio del rancore padanico che è la Lombardia, dove la Lega stravince e la pietà non c’è più. Accattonaggio, senza sapere forse che un’ordinanza del sindaco vieta questa “antiestetica” attività, davvero incompatibile col contesto locale: come non capirlo? Ma forse lei semplicemente non poteva fare altro per campare e non poteva capire certe sottigliezze estetiche. L’ordinanza – c’è da supporre – dà disposizione alla forza pubblica di provvedere. Provvedere a che, come, entro quali limiti, con quali modalità? Anche questo non è stato detto. Un’ordinanza su questa materia, già odiosa in sé, dovrebbe forse essere precisa, escludere ogni abuso, oltre l’abuso in sé di prendersela con chi chiede l’elemosina. Anche “i sindaci del rancore” sono in grado di trovare la misura, nelle loro ordinanze tutto “ordine e decoro”. Siamo in Italia o no? Quella però è la terra delle ronde. Che c’è da aggiungere? Forse nulla. Solo che a fare l’operazione punitiva non sono state le ronde ma agenti regolari della regolare polizia municipale, quelli che vanno in giro con le macchine bordate di verde. Verde come le valli lombarde in primavera, le colline infiorate, l’età della giovinezza. Invece era inverno e quella donna non suscitava in quegli uomini in divisa – due racconta la cronaca – nessun sentimento di umanità. Solo fastidio, astio, rancore. Così l’hanno costretta sulla macchina bordata di verde, condotta fuori città, in una zona isolata e completamente innevata. Là l’hanno fatta scendere, le hanno tolto le scarpe che hanno gettato in una scarpata, in modo che lei non potesse riprendersele, e l’hanno abbandonata. Sola e a piedi nudi in mezzo alla neve. L’hanno punita, insomma. Da non credere: due regolari agenti della polizia municipale. Punizione in piena regola. Punita per l’accattonaggio? No evidentemente, un’ordinanza non può arrivare a prevedere un tale misfatto. Punita perché povera, cenciosa, antiestetica alla vista di quei due agenti. Di loro due. Giustizia fai da te, a misura di quello che ti senti. Punita perché specchio vivente di tutte le inconfessabili paure del rancore padanico, di cui quei due agenti si nutrono quotidianamente. Punita perché le regole che tengono insieme la dimensione della nostra umanità non ci sono più ed è morta la pietà per chi non ce la fa a reggere le sfortune o i soprusi della vita.
Sembra che tra i due agenti ci siano stati poi dei problemi sulla verbalizzazione dell’accaduto, che uno abbia parlato col comandante, che il comandante non abbia proprio gradito la cosa. E la cosa è diventata pubblica. Che dire di più? Chissà se e come andrà avanti questa vicenda. Il sindaco, intervistato da un giornalista, ha parlato confusamente di disagio. In che senso? gli ha chiesto il giornalista. Nel senso, ha confusamente cercato di spiegare il primo cittadino, che i due agenti hanno interpretato il disagio dei cittadini. Non hanno fatto bene, intendiamoci, ha aggiunto, ma c’è un disagio, capisce? C’è un disagio, che possiamo aggiungere?
Quella donna lasciata scalza in mezzo alle nevi è tornata indietro a piedi scalzi. Anche questo la cronaca ha avaramente raccontato di lei.

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