Europa a destra, la sinistra che quasi non c’è più e noi

L’Europa cambia pelle, le sinistre crollano, le destre estreme guadagnano consensi. Jack Lang, socialista francese di lungo corso, osserva sconsolato che la speranza non ha più l’appeal della sinistra. Sarà il caso di partire da qua, dai complessivi risultati europei, per capire dove siamo, per discutere dell’ennesima batosta elettorale che la sinistra ( le due liste) subisce in Italia. Batosta contenuta? Che dire? Dipende sempre dal punto di osservazione di chi parla e da come chi parla mette in gioco le sue previsioni o, più spesso, le famose “aspettative”. Ormai è tutto un gioco di trucchi sulle aspettative. Le aspettative dei politici – per lo più di sesso maschile, come la piramide del potere politico rende inevitabile e forse anche il loro narcisismo facilita – senza distinzione di collocazione politica, sono un po’ come l’elastico. Si aggiustano ex post, a seconda dei risultati. Così va sempre bene e non si fanno mai i conti con le proprie responsabilità. E oggi anche la sinistra – quella di Sinistra e Libertà che ho seguito di più in queste ore – misura i risultati a partire dalle aspettative aggiustate all”ultima ora e parla di risultati “confortanti”. e “incoraggianti”. Hanno voluto incoraggiarci? E’ un voto composito, sfuggente. Forse c’ è qualcosa che assomiglia all’incoraggiamento. Ma sicuramente c’è altro, assai meno decifrabile, da capire. Ma il problema è anche un altro ad altri e più diffusi livelli. La coazione a ripetere il decalogo delle certezze, l’ossessione delle proprie ragioni, l’incapacità di guardare oltre il proprio recinto: si ricomincia così, un’altra volta, mentre si dovrebbe fare proprio tutta un’altra cosa. Questa pessima attitudine non è colpa di nessuno in particolare ma, senza alcun dubbio, di tutti in generale. E quindi anche di ognuno. Soprattutto è il segno più manifesto della crisi della sinistra. Una crisi non qualsiasi ma una crisi che sempre più rischia di assomigliare a una fine. Fine, almeno, di quella sinistra che abbiamo alle spalle, che abbiamo conosciuto, che ognuno di noi si coltiva nel cuore. Il fantasma di una realtà che non c’è più ma che ognuno fa assomigliare a quello che a lui resta di altri percorsi o di estemporanee prefigurazioni della “sua” sinistra. Più o meno due milioni di persone hanno votato a sinistra, quasi dividendosi a metà tra Sinistra e Libertà e Rifondazione comunista. Molti di noi hanno fatto il possibile per mettere insieme tutti quei voti. Non potevamo fare altro. Mi viene da dire così, per la mia storia e le mie pratiche di sinistra. Ma adesso? Si fanno i calcoli. Accidenti: due milioni di voti!. Sono tanti, sono pochi? Ma è questo il problema? Non è questo. Il problema è che la sinistra che noi siamo non è proprio in grado di andare oltre la raccolta del consenso di un’opinione pubblica democratica e sensibile ad alcuni temi. Di donne e uomini che rimangono o si inseriscono ex novo (un po’ di giovani hanno votato a sinistra) nel solco di quella storia, votano. E poi? Quel voto non solo non avrà rappresentanza a Strasburgo, come non l’ha nel Parlamento italiano. Quel voto non avrà rappresentazione, non ne siamo in grado, non avrà luogo sociale per mettersi in gioco e contare, non avrà parole che lo raccontino in uno spazio pubblico, che ne trasmettano senso e sentimento. Non avrà rappresentazione: che è ancora peggio del non avere rappresentanza. Questa può arrivare, a un certo punto. Ma quella se non c’è non si inventa con qualche artifizio. Chi può dargliela: una sinistra che continua a litigare sulle sue residualità ideologiche (e non importa se siano di tipo arcaico o moderno: per come stanno le cose, sempre residuali sono), su chi aveva torto o aveva ragione dentro il Prc come se lavorare per stare insieme fosse una bazzecola, non fosse l’azione politica più impegnativa e forse quasi impossibile nella frammentazione solipsistica che affanna i micromondi della sinistra? Si sarebbe dovuto fare di più per arrivare alla lista unica della sinistra? Si, si sarebbe dovuto, ma l’eventuale unità non avrebbe affatto prodotto di per sé la somma aritmetica dei voti guadagnati dai due schieramenti. Per troppe ed evidenti ragioni. Punto e a capo. La residualità della sinistra è resa più evidente dalla pesante débacle della sinistra in Europa. Che non è soltanto una sconfitta elettorale ma la fine di uno spazio storico-politico, di un’idea di società per la quale impegnarsi, di una configurazione mentale. Sempre più appannato e confuso, il tutto. Ma insomma, ancora, fino a ieri, un ancoraggio di senso, uno spazio di azione. Occorre ripartire da una discussione a fondo sui grandi temi dell’Europa, dalla concretezza di quei temi, dal ruolo delle istituzioni europee, dalle politiche economiche dei governi dell’Unione di fronte alla crisi, dall’affermarsi di un’idea dell’Europa unietnica di cui avere paura. Insomma, almeno proviamoci: costruiamo il confronto territorio per territorio, luogo per luogo, campanile per campanile. Forse l’incoraggiamento di quei e quelle votanti sarà più vicino, più interessato a farsi sentire anche in altri modi. Allargare la platea di chi partecipa, allargarla quanto più possibile: chi si assume responsabilità, vuole condividere le decisioni, inventare i modi perché si rimettano insieme i pezzi di un nuovo progetto. Difficile? Difficilissimo. Ma ci sono altre strade?

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