Corpi in transito, corpi sul limite. Prime note sparse

Gaza. Su “E Polis”, free press di Roma, il giorno dopo la proclamazione della tregua a Gaza, è stata pubblicata una fulminante fotografia di giovani militari israeliani, incamminati sulla via del ritorno a casa. Corpi in un gruppo di uguali, in un gruppo-corpo, corpi guerrieri in un corpo di guerra. Corpi maschili che continuano a fare corpo anche nel “rompete le file”, in quel momento che forse sarebbe dovuto essere di relax post bellico e invece non perdeva il segno della guerra. Nella postura dei corpi, nell’incedere, nell’abbigliamento mimetico, nelle armi indossate. La foto li ritrae nel loro avanzare verso l’obiettivo, nel loro incedere compatto e ostentato. Sorridono complici tra loro, sembrano rilassati e appaiono splendidi nella loro aitante giovinezza, che evoca i canoni della supponenza occidentale. Noi e loro. La civiltà e l’ “altro”, il barbarico. Loro di qua, gli altri di là. Il linguaggio dei corpi. Sembrano ignorare la scia di sangue innocente su cui procedono. La strage degli innocenti, che loro – corpi del corpo di spedizione punitiva contro la Striscia – hanno provocato. In patria sono eroi. La fotografia li fissa per sempre, così li rappresenta, li consacra come in Israele vogliono che siano percepiti, perché i corpi e il loro fare corpo raccontano, rappresentano, esaltano, trasmettono il senso delle cose del corpo sociale a cui appartengono, dei dispostivi simbolici di quel corpo. Dall’altra parte. I funerali dei caduti di Gaza, l’esposizione dei corpi insanguinati dei bambini uccisi, il fare corpo anche nel campo degli offesi, allestendo scenografie del supplizio subito e dell’ esaltazione collettiva dei miliziani di Hamas, nelle manifestazioni di piazza e nella rappresentazione continuamente mimata del loro odio verso il nemico: anche qui i corpi raccontano e rappresentano il corpo dei corpi, il corpo sociale, la comunità identitaria di appartenenza.
In quella comunità, come in ogni comunità, i modi dei corpi trasmettono anche l’intimità della vita e degli affetti, i legami parentali, i dolori, i lutti. Tutto viene raccontato attraverso il modo dei corpi e di stare ai corpi. In mezzo al disastro, foto rubate dall’obiettivo di bambini in preda all’angoscia e uomini e donne che cercano di proteggerli, come si protegge un cucciolo indifeso. Lì viene fuori una dimensione della vita che nessuno vuole più raccontare, ridotta a nuda vita che l’obiettivo coglie come frammento di una violenza qualsiasi, senza storia. Un frammento di violenza che vale quanto un altro frammento, senza nome e senza storia. Un tentativo di narrazione diversa invece in una foto pubblicata sul settimanale “Internazionale”: la scena di un funerale palestinese sottratto alla retorica e ai rituali guerrieri. Funerale ridotto all’osso, essenziale come in un antichissimo rito mediterraneo dell’inumazione. La foto ritrae dall’alto la scena: due uomini che consegnano il corpo di una bambina a un terzo uomo, un anziano che sta giù, nella fossa scavata e protende le mani verso l’alto per accogliere la bambina, Lei è avvolta in un lenzuolo bianchissimo ed è proprio piccina (aveva quattro anni, dice la didascalia, ed è stata uccisa dalle bombe mentre giocava per la strada con la sorellina di cinque anni, anch’essa uccisa) ed è bella come una piccola dea. Gli occhi sembrano socchiusi e ha del sangue che le macchia ancora un po’ il viso.  Uno scatto che vuole rappresentare e raccontare. Ma tutti quei corpi di bambini uccisi non sono riusciti a inchiodare la coscienza, rimangono segni senza storia di immagini di guerra: non corpi da raccontare ma nuda vita da esibire.
Devoto Oli: Dizionario della lingua italiana, edizione del 1990. Corpo: 1) quantità di materia limitata da una superficie e definita da una o più proprietà che le conferiscono una individualità. In chimica qualsiasi porzione limitata di sostanza. Corpo semplice o corpo composto. In anatomia termine generico di alcune formazioni in vari apparati. E poi: corpi celesti, corpo del reato. Dare corpo, prendere corpo, avere corpo. Corpo di voce. Pittura a corpo.  2) Il fisico dell’uomo (contrapposto ad anima).
Io e il mio corpo. Il rapporto tra me e il mio corpo. Oppure io come un tutt’uno col corpo, io impensabile, impensata al di fuori del mio corpo.
Un doppio movimento – inquietante a rifletterci su – presiede al pensare il soggetto corporeo che pensa il corpo ed è esso stesso il corpo pensato. Pensiero nel e dal corpo. Pensiero sul corpo. Pensiero del corpo.
Il soggetto percepisce il proprio corpo come esternità. Io vedo il corpo che sono io ma in uno scarto si spazio, di sensazione, di percezione. Come cosa non coincidente con quell’io che pensa. Io vedo il corpo riflesso, lo vedo negli altri corpi, lo percepisco col tatto, l’olfatto, l’udito. Lo avverto nella malattia e nel procedere dell’età. E’ il corpo il pentagramma dei sentimenti, delle emozioni, del coinvolgimento erotico: lacrime, rossori, tremiti, umori.
Ma senza quel corpo che vedo e avverto come esterno, io non ci sono; io percepisco il mio corpo come un fuori da me ma sono del tutto interna a quel corpo e so che il destino dell’uno, il mio corpo, è lo stesso del destino dell’altra, quel me che esercita il pensare come fosse una funzione indipendente. C’è una contesa tra me e il corpo perché io voglio rubare spazi di indipendenza dal corpo, voglio essere quello che corrisponde alla rappresentazione di me, alla costruzione pubblica e privata che le vicende, il desiderio, il caso hanno fatto di me. Ma via via quella corrispondenza o supposta corrispondenza si affievolisce. Sei una farfalla, mi diceva mia madre che era sempre stupita di quel mio incessante girare da una parte all’altra. Me lo diceva anche negli ultimi tempi, per vezzo, affetto, lessico familiare, mentre la contesa tra l’internità e l’esternità di me cresceva. Uno scarto che si allarga. La farfalla fa sempre più fatica a volare, scherzavo con a mia madre. E avvertivo, avverto che è sempre il corpo che mi concede lo spazio dello scarto, che, finché può, corrisponde al mio desiderio. Prima non l’avvertivo quel potere del corpo.
A misura del corpo. Bulimia, anoressia, medicalizzazione estrema e accanimento terapeutico, ma anche estetico, e sfinimento del rimodellare ogni parte del corpo secondo canoni trendy; viagra, immortalità, intanto presto il traguardo dei 120 anni di vita. Assillo del corpo e corpo assillato, come metafora di un rapporto perturbato del genere umano – soprattutto la parte maschile ma non solo quella – in primis con il “proprio” corpo e quindi, di conseguenza con il mondo. Perché sei e costruisci ciò che il tuo corpo diventa e costruisce. Corpo come significante della forza, del desiderio, della saggezza ma anche dell’incapacità, dell’ansia, della paura di subire il limite delle cose, del tempo, della vita. E’ paura che modella la vita individuale e sociale e ne modella il senso. Limite del corpo: involucro di vita e limite della, alla vita. Corpo come metafora di un modo sociale, culturale, identitario di stare al e nel mondo.
Le virgolette poste prima e dopo l’aggettivo possessivo “nostro” vogliono significare l’aspetto distorcente che presiede di norma, come per una “naturale” – in realtà molto costruita – attitudine umana, al rapporto di ognuno (ognuna) con il corpo in quanto organismo fisico separato e separabile dal soggetto che lo possiede. Il possesso del corpo come altro da me. E’ proprio in questa attitudine di artificiosa “naturalità” del possesso che risiedono molti problemi.  Io e il mio corpo: come se fossero due distinte entità. L’anima e il corpo, la mente e il corpo.  Ma anche l’io e il corpo, il soggetto e il suo corpo. Il corpo strumento del soggetto. Strumento per la forza, il potere, la seduzione, l’emulazione…
 “I corpi sono l’atto stesso dell’esistenza” (Jean Luc Nancy), ed è atto di tale pregnante forza di auto identificazione da diventare dispositivo di certificazione di qualsiasi altra esistenza/appartenenza, riproducendo  nello stesso tempo, in quell’altrove, anche distorsioni e aporie del rapporto col corpo primario.

La cura del corpo, il limite del corpo. Ricordo mia nonna materna e poi mia madre. Entrambe, in svariate occasioni, usavano dire: “Abbi cura di te”. Potevo avere la febbre a 40, un raffreddore da fieno, oppure essere sul punto di partire per Londra o manifestare l’intenzione di un viaggio in luoghi difficili o affrontare lo stress di una interrogazione o di un esame o di una campagna elettorale, quand’ero ragazza soprattutto mia nonna e poi, fino a che è vissuta, mia madre, mi ripetevano quella frase. “Abbi cura di te”. Una specie di consegna più che una sollecitudine. Dentro la quale si avvertiva una suggestione che mi poneva interrogativi: l’idea che l’esistenza e la vita consistano in una inestricabile simbiosi tra il corpo, dotato di forza ma talora affaticato, stressato, febbricitante, a rischio di qualcosa, e quel “te” che ero io ed era il corpo senza distinzione né soluzione di continuità con quel te/io.
Le donne abituate, obbligate, costruite socialmente e culturalmente da sempre al rapporto, cura, sollecitudine e amore del corpo altrui, hanno più facilità di cogliere questo nesso inscindibile?  Anche quando, come mia madre e mia nonna, sono cattoliche e credono nella sopravvivenza dell’anima? Da piccola chiedevo a mia nonna: dov’è l’anima, in quale parte del corpo sta? Lei rispondeva che l’anima sta da tutte le parti. L’anima del corpo. Il corpo con l’anima dentro. Il corpo-anima. L’esperienza rende le donne più vicine all’ineluttabilità della vita tutta prigioniera di quel contenitore, la stessa cosa, in e di quel corpo? Più vicine: forse sì ma come? E anche oggi, in quei processi e percorsi di emancipazione che promuovono omologazione col maschile? In quella libertà femminile che non dà nessuna misura diversa al mondo?
I corpi sono l’atto stesso dell’esistenza ma l’esistenza è scissa proprio a causa dell’ingombro del corpo, del limite di quel corpo.  Di quell’atto che la costituisce e la cui costruzione di senso continua a essere imprigionata negli anfratti e nelle opacità delle nostre contraddizioni.
Il corpo del potere. Sul corpo si esercita il potere, il corpo è forma del potere. Materiale e metaforico. Corpus: raccolta ordinata e completa di opere e di autori. Corpus iuris canonici. Il corpo delle leggi. La legge che sempre più detta le regole sul corpo senza fare i conti con la vita, la realtà dei sentimenti, la materialità dei corpi. L’ossessione della contemporaneità: dal corpo sociale da tenere sotto controllo, addomesticare, subordinare, sfruttare, mettere a valore, al corpo individuale da scandagliare, sezionare, scrutare, definire, regolare, ridurre a strumento di potere. Quello femminile in primis. Aborto, procreazione artificiale. Ma anche stupro e violenza sessuale come occasioni sempre più ricercate intorno a cui costruire consenso popolare e narrare ostilmente la differenza, che niente può colmare, tra noi e l’ “altro”. Rumeni, rom, africani, immigrati, alieni di ogni tipo privati della loro umanità. Razzismo etnico e sociale. Corpo come banco di prova e misura dell’esercizio di un occhiuto e invasivo potere sulle vite degli altri, parossismo ideologico del potere di disporre della vita e dell’esistenza, trafugando i corpi, violando le sentenze dei tribunali, crocefiggendo i sentimenti più intimi delle persone in nome della “difesa della vita”. Come sempre difesa della vita contro le vite. Il carattere totalizzante e inquietante della vicenda di Eluana Englaro riporta l’Italia ai nefasti dell’Inquisizione e alla Caccia alle Streghe. Viviamo ormai tempi molto bui.  L’assenza del senso del limite è dominante: ha segnato parole, giudizi, azioni dei poteri pubblici civili e religiosi confusi tra loro, come un unico corpo dell’autorità che può decidere di noi, in una reiterazione della parola e in una escalation dei concetti che toglie significato alle parole e ai concetti stessi e li priva di adesione alla realtà. Si mostra in tutta la sua interezza l’incapacità di elaborare autenticamente il rapporto con la morte come evento intrinseco al nostro essere umanità, intrinseco alla realtà  sociale che abitiamo, all’esistenza individuale che viviamo. Retorica e indifferenza di fronte alla morte.
Corpus domini. Nel periodo della transizione al venti gennaio 2009, dopo la vittoria elettorale e prima del giuramento da presidente degli Stati Uniti, Barak Obama ha vissuto una sorta di interregno istituzionale. E’ previsto dall’ordinamento degli Stati Uniti: dall’elezione all’ufficializzazione dell’elezione, nella cerimonia del giuramento di fronte al supremo giudice della Corte, passano alcuni mesi mentre il presidente che c’era prima si prepara all’addio. Dicono le cronache che Obama, in questo interregno, a differenza di molti suoi predecessori, abbia lavorato molto, preparato le cose, la “squadra” innanzitutto. Abbia immaginato e misurato le mosse vincenti dei primi mesi. Il fatto che oggi, a parte alcuni imbarazzanti incidenti di percorso della sua squadra, non stia perdendo tempo nel prendere decisioni anche scomode dimostra che effettivamente ha lavorato molto. In quel periodo tuttavia, con la famiglia al seguito, ha passato anche un po’ di giorni sulle spiagge della Florida, al sole, in bermuda e faccia al vento. Le sue foto hanno fatto il giro del mondo e le cronache italiane ne hanno parlato diffusamente, mettendo in risalto con ammirazione la prestanza e la compattezza del corpo – del “fisico” – del 44° presidente degli Stati Uniti. Silvio Berlusconi ha fatto del suo corpo, della sua prestanza fisica, della sua esuberanza sessuale, della sua permanente giovinezza posticcia, dei suoi camuffamenti estetici un vero e proprio armamentario da ostentare, un feticcio simbolico da esibire come fonte di seduzione comunicativa e potere politico. Nel corpo risiede la forza umana e divina? Corpus domini, il corpo del re.
Il corpo politico. Il corpo è esperienza totale, misura dell’esperienza, rappresentazione visiva e sensibile dell’esperienza. Il corpo racchiude l’intima essenza di quello che sei, pensi, speri di essere. Sede laica della ragione, religiosa dell’anima, fisica delle forza, etica del coraggio e della magnanimità. Senza il corpo sei senza ciò che dice di te, ti rappresenta, di distingue, ti assegna un ruolo e un ubi consistam. L’esperienza che noi abbiamo del nostro corpo è penetrante, fondativa, incontrovertibile. Il corpo attraversa l’esperienza fin dai primi momenti di vita: esploriamo il corpo, lo misuriamo, lo scrutiamo nell’immagine di noi riflessa nello specchio e nello specchio che gli altri sono per noi. Ci sorprendiamo quando ne conosciamo la complessità e il funzionamento, la forza fisiologica di tenere insieme di funzioni così diverse. Per questo, per analogia, suggestione, metafora, processo di costruzione culturale, è corpo tutto quello che racchiude essenza delle cose, ubi consistam dell’identità, rete degli snodi identificativi e identitari dell’esperienza umana. Insiemi che diventano corpo. Corpo sociale, corpo militare, corpo artistico, corpo ministeriale.  Corpo fusionale, corpo compatto, corpo impenetrabile. La comunità è un corpo. “Siamo una comunità, la nostra comunità, comunità politica”: lessico ricorrente in Rifondazione comunista che ho sempre aborrito. “Come femminista sono fuori dalla vostra comunità – ho sempre detto – come marxista eretica e libertaria, sessantottina non pentita, lavoro qui per condivisione politica, per un riferimento importante che è però  parziale e so di essere in trasformazione. Appartengo, per quello che sono,  a un campo aperto, a un percorso di idee, idealità in movimento: oggi qui per un altrove domani”.
La crisi del corpo politico mima la crisi e le crisi del corpo fisico. Bulimia e anoressia della politica: eccesso di parole, di concetti, di invenzioni verbali e disseccamento delle radici sociali, delle pratiche comunicative, degli scambi di senso e di riconoscimento. Cupio dissolvi e vocazione suicidaria del “corpo politico”, nella riproposizione all’infinito dei modi e delle logiche che hanno portato al disastro. Accanimento terapeutico diretto a rinverdire simboli e riferimenti ormai in declino, che hanno dato un giorno forza all’impresa e che si spera possano tornare a essere quello che sono stati. Il declino di Rifondazione comunista è esemplare. C’è un legame – di costruzione storico sociale, di rappresentazione simbolica e di antropologia umana – tra le manifestazioni in cui si esprime di norma il rapporto tra noi e il “nostro” corpo e quelle che mettono in luce le dinamiche del “corpo politico” – del rapporto di ognuno/ognuna con quel corpo – o di altri corpi di appartenenza che con particolare forza danno senso alle vicende umane collettive? C’è ed è, a mio avviso, fortissimo ed emblematico.
 

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