Rifondazione comunista: Il caso Liberazione

 I modi come la nuova maggioranza del partito ha impostato i rapporti con Liberazione e il suo direttore testimoniano l’irrimediabile conclusione di una storia. Quella che mi legava a Rifondazione comunista e che oggi è finita. Forse ne comincia un’altra ma a me non interessa. Quei modi sono l’esito di un congresso che io non ho esitato, in più occasioni, a definire di restaurazione dell’ortodossia comunista e di chiusura burocratica e autoreferenziale di fronte alle grandi questioni politiche del nostro tempo, a cominciare dall’urgenza di porre mano alla ricostruzione di un rinnovato campo della sinistra, di una nuova sinistra, di un nuovo soggetto di sinistra. E un congresso, anche, di liquidazione del patrimonio di innovazione a cui abbiamo lavorato per anni, di cui Liberazione è stata una voce rappresentativa. La piccolezza dell’orizzonte strategico che viene fuori dalle relazioni del segretario Ferrero stringe il cuore. Il deficit di politica delle sue proposte mi fa chiedere ogni giorno a che cosa serva un partito come questo, che ho considerato per anni una voce essenziale del panorama politico del nostro Paese e che oggi mi appare del tutto inutile. Vi auguro che non sia così ma a me sembra inevitabile che vada così. Sono stati fatti richiami anche aspri, da parte di alcuni compagni dell’attuale maggioranza, alla mancanza di democrazia che ha caratterizzato la vita del partito in passato. “Che volete voi, che avete adottato metodi anche peggiori?” Questa la domanda più o meno esplicita contenuta in molti interventi.
Non esito a dire – perché è stato uno dei motivi di fondo della mia costante critica alla segreteria di Fausto Bertinotti e alla passata maggioranza – che le pratiche di partito di Rifondazione sono state, sul lato della democrazia, tutt’altro che innovative e partecipative. Anzi il contrario. Tutti i difetti i vizi le torsioni negative della degenerazione della forma partito novecentesca sono state anche di Rifondazione comunista. Ho detto spesso: la crisi della politica ci riguarda non come oggetto di studio e indagine da parte nostra ma come dimensione costitutiva di quello che anche noi siamo. Parliamo di noi, partiamo da noi, ho detto spesso. Avremmo forse capito più cose. Fatto meno errori Lo svuotamento delle istanze democratiche elettive e la loro riduzione a sede di procedure burocratiche, per legittimare decisioni prese altrove, in sedi segnate dal prevalere di relazioni interpersonali; la corsa alla personalizzazione della politica e dei ruoli istituzionali; la pratica della cooptazione e della promozione dall’alto. L’ho detto e lo ridico: non mi dipingo una Rifondazione a misura della nostalgia che avrò di ciò che è stato. E non voglio neanche passare all’esame del sangue democratico – non l’ho mai fatto per nessuno – i modi adottati dalla maggioranza per vincere il congresso. O per condurre la fase post-congressuale, tenendo ostinatamente la barra su quel risultato. Altrimenti, caro Paolo, implodete. Più che una pratica burocratica tipica del diffuso clanismo maschile  – l’accordo tra gli esponenti delle varie minoranze e la radicale messa in mora della minoranza di maggioranza – voglio sottolineare la ferrea logica  che ha guidato la politica della maggioranza in questi mesi. Quella del fine che giustifica i mezzi. Il fine è stato ed è quello di occupare il potere camuffandolo con l’ideologia della “salvezza del partito”. Quale partito avete salvato, quale partito volete salvare? Un partito che torna a guardare al passato, che si carica degli orpelli del passato come santini da riproporre, preghiere da rirecitare, olio benedetto da ridistribuire. Guardate i manifesti che affiggete, gli slogan che proponete, le diatribe che sollevate. Conservate l’acqua sporca dei metodi, che insieme o in molti trasversalmente avevamo messo in discussione alla Conferenza di Carrara, – vero canto del cigno di Rifondazione – e buttate il bambino che la politica di Rifondazione era riuscita a mettere al mondo. Anzi la “bambina” della rifondazione. Alcuni snodi di pensiero, alcune pratiche sociali e di movimento,  un modo di competere sul piano delle idee e degli orizzonti di senso. Recuperare e rinnovare. Provare e riprovare. Una scia positiva. Niente’altro forse ma già molto, già molto, nel disastro della sinistra.
Ho scritto che una democrazia ridotta alla registrazione di una maggioranza è un’idea riduttiva, sterile e anche pericolosa della democrazia. Il voto a maggioranza che oggi prenderete in questa sede per sfiduciare Piero Sansonetti è un voto che esprime e rappresenta una democrazia deforme, di quel tipo. Per questo e per tutto quello che ho detto sul Congresso e le sue derive negative annuncio le mie dimissioni dalla Direzione nazionale.

(Intervento alla Direzione nazionale del 12 gennaio 2009)

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