Rifondazione comunista: Congresso di Chianciano 2008

Farò un intervento non retorico perché amo lo stile sobrio e perché so che la ridondanza retorica – ce n’è veramente troppa in questo dibattito – è spesso un inganno della politica ed è stata sempre uno strumento di potere e del potere, in particolare di quello maschile, che proprio sulla potenza del logos ha fondato il suo dominio e sugli artifizi del linguaggio i suoi inganni. E userò i congiuntivi non solo perché amo la lingua madre, che ne è così intrinsecamente segnata, ma perché in epoca lontana, quando ero politicamente impegnata in quelli che chiamavamo “gruppi di intervento operaio”, imparai a conoscere la passione degli operai comunisti per la scuola, la cultura, la lingua colta. Lo sforzo e la fatica del conoscere, così connessi ai processi di emancipazione umana, così lontani dal plebeismo di maniera che ho colto con fastidio, lo confesso, in alcuni degli interventi. Uno stucchevole e insopportabile compiacimento di maniera.
C’è molta indignazione in questo congresso per le cose più diverse. Ogni intervento esprime indignazione, sottolinea con sdegno le cose che non vanno. Ma è quasi sempre indignazione da ripiegamento interno, polemica che enfatizza lo scontro per chiamare a raccolta gli animi. A me sembra che il congresso, al contrario, non abbia reagito con la necessaria indignazione politica alla notizia dello stato di emergenza sull’immigrazione deciso ieri dal governo Berlusconi. Credo che la permeabilità a farci scuotere da quello che succede oggi nel mondo debba essere di nuovo la prima attitudine politica da recuperare, per uscire dalla trappola dell’autoreferenzialità in cui rischiamo di cadere, in cui, a me così pare, siamo già caduti. Lo stato d’emergenza deciso dal governo  non è soltanto un atto grave e intollerabile di lesione delle regole democratiche, dei diritti delle persone, delle convenzioni internazionali. Un altro episodio insomma di quella strategia securitaria che ha contribuito grandemente alla vittoria delle destre e che così palesemente  si fonda sulla costruzione del nemico interno, del diverso come “l’Altro” che porta disordine e insicurezza, il capro espiatorio di cui diffidare in radice e cacciare. E, ancora, non è soltanto l’ennesima conferma del carattere autoritario e dispotico dell’attuale maggioranza, della sua inquietante vocazione a rompere senza ritegno le regole della legalità costituzionale in ragione della legittimità politica che il voto popolare le ha attribuito. Uno snodo questo – il rapporto tra legittimità e legalità del potere – da cui dovrà ripartire qualsiasi ragionamento che si voglia fare sulla democrazia. “Posso fare tutto quello che voglio perché il popolo mi ha eletto”, dice ormai apertamente il capo del governo e scimmiottano i suoi ministri. E l’opposizione che dice? Noi che diciamo? Come riaffrontiamo il grande tema della democrazia nell’epoca del disincanto democratico, della smemoratezza costituzionale e della messa in rottamazione del nesso tra questione democratica e questione sociale?  Dovrebbe essere un allarmante campanello d’allarme non solo per ricordarci che la destra ha vinto ma per capire di che natura sia questa destra – potenzialmente eversiva – e che cosa comporti la sua vittoria per il nostro Paese. Questo è soprattutto l’aspetto dell’ultima trovata di Berlusconi che dovrebbe interessare e appassionare questo congresso. Le dinamiche sociali,  le suggestioni psicologiche, i dispositivi simbolici che hanno reso possibile la vittoria della destra possono oggi uscirne tutti rafforzati, contribuendo all’assuefazione sena scampo dello stravolgimento delle regole fondative della democrazia repubblicana e dello stato di diritto.  Proprio intorno a cui questo destra sta lavorando con accanimento. L’accettazione o la convivenza afasica con questo stravolgimento, come potente strumento di affermazione dell’egemonia della destra nel nostro Paese, è il punto vero che il congresso avrebbe dovuto mettere al centro del dibattito. Un punto assente invece dalla discussione o presente di sfuggita o affrontato come se la vittoria del quarto governo Berlusconi fosse una qualsiasi vittoria dell’alternanza tra un polo e l’altro. Invece siamo di fronte a una vittoria già da tempo arrivata a maturazione, cresciuta nelle pieghe profonde del corpo elettorale, nei processi di trasformazione strutturale della società italiana, per l’impatto devastante della globalizzazione capitalistica. Un impatto che ha colpito e stravolto la vita materiale, il senso delle cose, l’antropologia del vivere sociale.  E una vittoria resa possibile dallo svaporamento della sinistra, dalla sua incapacità di stare alla realtà, dal suo progressivo distacco dalla parte sociale che una volta rappresentava. E tutto questo non soltanto per una vocazione al tradimento intrinseca e ricorrente in quella sinistra che non è più sinistra, come troppo semplicisticamente in certi ambienti della sinistra radicale si teorizza. Certo, anche per un cambiamento di rotta politica e di campo sociale di riferimento, per un adattamento al capitalismo e alle logiche dei poteri e dei modelli dominanti, un progressivo abbandono di ogni discriminante fondamentale. Colaninno e gli operai della Thyssen Krupp. Anche questo, ovviamente. Ma anche perché era (è, per quel che ne resta e per come vuole nominarsi) una sinistra di un’altra epoca, cresciuta all’ombra di altre certezze ideologiche, di altre legittimazioni storiche, di altri contesti politici. Ed anche di altre opportunità del capitalismo.
Tutto questo però riguarda anche noi che vogliamo continuare a essere sinistra a fronte degli altri che non lo vogliono più essere.  Perché anche noi siamo eredi di quella sinistra che aveva espresso la sua forza al massimo livello e aveva raggiunto l’apice della sua legittimità in un’epoca storica che non c’è più, e possedeva – quella sinistra – come dall’interno i dispositivi di senso oltre che materiali dell’essere forza di sinistra. Innanzitutto un contesto internazionale in cui gli assetti di potere del mondo offrivano – così sembrò per una lunga fase – la rappresentazione visiva delle potenzialità espansive della sinistra, del socialismo, del comunismo e altrettanto visivamente contenevano la potente suggestione di un futuro di progresso. Il sol dell’avvenire non era solo un’utopia identitaria ma anche una passione dell’animo, una forza dell’agire politico per migliaia di uomini e donne. Ancora, per quel che riguarda il nostro Paese, un contesto nazionale in cui la sinistra aveva contribuito grandemente a ricostruire le basi della democrazia, della libertà, dei diritti. La lotta antifascista, la Resistenza, la grande stagione della Costituzione e della Repubblica avevano offerto alla sinistra l’occasione, gramscianamente parlando, di esercitare egemonia, di diventare “Paese nel Paese”, di essere in vicinanza e in sintonia profonda col “popolo”, come si diceva allora, e di attrarre le forze vive dell’intellettualità.
Infine, ma non certo per importanza, un contesto capitalistico caratterizzato sul piano internazionale da strategie di tipo keynesiano, largamente adottate in tutti i Paesi occidentali, che offrivano sul piano nazionale la nicchia protettiva di un capitalismo “benevolo” o che poteva essere reso almeno disponibile a negoziare dal conflitto sociale. E non a caso il conflitto di classe prese sempre più decisamente la via delle politiche redistributive e del Welfare State e l’illusione del progresso sociale amputò a sinistra – nella sinistra che più contava nella società – la voglia di comprensione e di analisi delle radicali trasformazioni del capitalismo. E la stessa vocazione alla critica anticapitalistica.
Una sinistra insomma in qualche modo prigioniera del capitalismo nazionale, del contesto nazionale, della collocazione internazionale, nazionalmente condizionata, dell’Italia. Spiazzata all’improvviso dalla globalizzazione, senza gli strumenti per rispondere a quel livello delle trasformazioni del suo contesto nazionale. La crisi dello Stato-nazione ha generato soltanto panico e adattamento negativo. Non solo in Italia, per altro. I social forum, che sono andati vicino a creare un movimento internazionale, oltre che per una fase un set mediatico di grande risonanza sugli effetti della globalizzazione, non hanno più trovato la strada per andare avanti anche per un deficit di cultura politica. Sono convinta che noi dobbiamo fare ancora i conti a fondo con i cambiamenti intervenuti tra gli anni ottanta e novanta e poi a valanga negli ultimi quindici anni, che hanno cancellato e trasformato il vecchio quadro di riferimento . I conti con ciò che ha significato e significa per chi fa politica a sinistra: per la parte nostra – tutti gli svantaggi – e per la parte delle forze di destra – molte opportunità. Su quali certezze verificate, che non siano invece richiami ideologici ossificati, si fondano i richiami al “fare”, al “tornare alle fabbriche”, all’occuparci di cose concrete,   che affollano i ragionamenti di questo nostro congresso?
Ovviamente so bene – e lo voglio dire con chiarezza – che la disastrosa sconfitta elettorale che abbiamo subito – per la parte che ci riguarda specificamente – dipende anche da scelte politiche sbagliate, da inadeguatezze di fondo, da improvvisazioni e incongruità che si potevano, si dovevano evitare. Quella sconfitta poteva forse, forse, essere contenuta. E non sarebbe stata la stessa cosa. Ma è la sconfitta generale che pesa, il trend che dura da tempo, il successo a valanga del berlusconismo. Ed è la necessità di fare  i conti con questa sconfitta, con le sue radici, profonde, con le radicali metamorfosi di senso che trascina con sé che dobbiamo mettere al centro. Un grande pensatore del Novecento, a cui tutti in questa assemblea dicono di fare riferimento, Antonio Gramsci, di fronte alla sconfitta epocale subita dal movimento operaio e socialista a opera del fascismo negli anni Trenta, disse che non sarebbe bastata una risposta puramente tattica ma era necessario un ripensamento profondo delle categorie mentali, dei dispostivi interpretativi della realtà. Della politica, insomma.
Dobbiamo, io credo, ripartire da quell’invito fulminante.
Noi, Rifondazione comunista, siamo stati una benefica anomalia dell’infinito “caso italiano”, un’anomalia che ha fatto ostacolo e ha resistito alle avanzanti categorie della restaurazione capitalistica; una forza politica corsara, un frutto di sinistra della crisi della sinistra  che ha tenuto vivo un punto di vista critico  e un agire conflittuale e antagonistico. Per quello che abbiamo potuto e abbiamo ritenuto opportuno. Ma non avevamo strategia politica né forza strutturale né risorse accantonate a cui attingere. Abbiamo scelto di non essere una nicchia resistenziale alla Pdci ed è stato ciò che ci ha consentito di  essere un richiamo, un segnale, una speranza. Abbiamo per questo sedimentato un eterogeneo bagaglio di idee e di pratiche innovative che hanno fatto storia e che rischiamo di perdere dopo la sconfitta elettorale. E con un congresso che vuole, in una sua parte consistente, riconsegnarci al passato. Invece dobbiamo salvaguardarlo, quel bagaglio. Per Rifondazione e per il progetto di concorrere alla ricostruzione della sinistra in Italia e in Europa. Ricostruire il campo della sinistra: per questo dobbiamo lavorare. Una ricostruzione dinamica, senza modelli ideologici e demagogici come qui ho sentito, ma in un processo continuo che promuova condivisione e messa a disposizione di tutti quelli che sono disponibili; un processo  dall’alto e dal basso, innervato di intelligenza  e proposte politiche per rispondere alle questioni sociali e di intelligenza e forza sociale per costruire battaglia politica a tutti i livelli, uscendo dalle secche del moderatismo politico, del perbenismo culturale, del conformismo istituzionale. Soprattutto dal politicismo e dall’ossessione della governabilità. Dobbiamo ritrovare il gusto di ridare radici alle nostre ragioni, ritessere la trama di una autonoma lettura della realtà, reinventare le pratiche di un’agire politico che metta insieme le differenze facendone forza. In questo congresso ci sono state voci forti – mi ha colpito l’intervento della compagna Celeste, fra i tanti – che hanno dato il segno di una ricchezza che abbiamo e che non dobbiamo disperdere Dipende da noi, dal nostro senso di responsabilità, dalla passione che vogliamo ancora metterci. Che viva Rifondazione e che la nostra storia continui ad avere un significato positivo per altre e altri, oltre che per noi, dipende dalla capacità di muoverci insieme in questa direzione. Auguro a noi tutti che il congresso sappia decidere con intelligenza politica. 

(Intervento al Congresso di Rifondazione comunista svoltosi a Chianciano dal 26 al 29 luglio 2008)

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