La Palestina è sola

Manifestazioni, ad Assisi e a Roma, per la pace, per Gaza, per porre fine ai massacri e all’accerchiamento della Striscia. Perché la Palestina non sia lasciata sola, perché si riaccenda la speranza di un nuovo dialogo tra le due parti. E perché la speranza chiamata “due popoli due Stati” non si perda nel vortice dell’odio reciproco e nell’accanimento della sopraffazione del più forte sul più debole. Per qualche cosa insomma che aiuti a uscire dalla follia di ciò che sta accadendo in quella parte del mondo. Fortuna che finalmente ci sono, questi due appuntamenti. Sia pure diversi, parlano in qualche modo, entrambi, di un’assunzione di responsabilità pubblica che finalmente comincia a manifestarsi, rompono l’inerzia colpevole del nostro Paese di fronte al massacro e allo scempio della popolazione civile di Gaza, costringono a fare i conti con la terribile, insopportabile uccisione di bambini e bambine. Uccisione che è continuata per giorni e giorni e continua. Dobbiamo dirlo con chiarezza e determinazione: una vera e propria strage degli innocenti si è consumata in quella striscia di terra assediata, sotto tiro, ridotta alla fame. Anche mezzi e sedi dell’Onu sono stati bersaglio dell’indiscriminato tiro a segno delle forze armate israeliane. Assisi e Roma, dunque. Convocazioni su piattaforme diverse, da soggetti diversi, secondo logiche diverse. Una cosa hanno in comune ed è la richiesta che finisca l’escalation di violenza contro la popolazione civile. Ma hanno anche in comune il ritardo, di cui tutti siamo responsabili, della mobilitazione e l’inadeguatezza dell’iniziativa da parte del mondo pacifista e democratico italiano. La Palestina è sola, lontana, da troppo tempo una sconosciuta ai più. “Entità nemica”, come l’hanno definita il premier israeliano Olmert e i suoi ministri degli Esteri e della Difesa, al momento dell’attacco, della vera e propria “spedizione punitiva”, come Massimo D’Alema, senza mezzi termini, l’ha definita. Coraggioso il presidente di Red. Si è guadagnato critiche velate o esplicite da tutte le parti, compreso il suo partito. Noi condividiamo questo suo giudizio, sia pure non condividendo molte altre cose che D’Alema dice. Entità nemica per Israele, scomodo e ingombrante groviglio di contraddizioni per le cancellerie europee, banco di prova della propria inadeguatezza a trovare soluzioni efficaci ai problemi del mondo, per l’Onu. Quante risoluzioni della Nazioni Unite sul problema Israele Palestina sono rimaste carta straccia? Anche di fronte al massacro dei bambini in troppi hanno girato lo sguardo da un’altra parte  Ma intanto bisogna che riescano, queste due manifestazioni, che facciano emergere in forme ampie, partecipate, pacifiche ma ostinate, almeno un po’ di quella pubblica indignazione che sarebbe necessaria di fronte a vicende inaudite come questa. “Piombo fuso”, l’hanno chiamata i comandi militari israeliani, tanto per far capire di che cosa si trattasse. Fisicamente e psicologicamente terrificante per quelli che abitano la Striscia. Ma evidentemente non tanto moralmente e politicamente terrificante per l’opinione pubblica del nostro Paese. Assuefazione a tutto ed è il tarlo che distrugge la politica, soprattutto quella di sinistra. La colpa è di Hamas che ha rotto la tregua, hanno continuato a martellare quotidianamente i media. Hamas è quello che è, in primo luogo l’approdo della disperata deriva politica di un popolo abbandonato. E la sua strategia offre tutti gli alibi  e i pretesti a Israele, Stati Uniti e troppi altri per distruggere le possibilità di una reale soluzione ai problemi del popolo palestinese e alla ineludibile necessità di una convivenza tra Israele e Palestina. Anche questo su Hamas va detto con chiarezza, senza alcuna indulgenza. Ma non solo questo va detto. Non solo questo. Bisogna rinominare i problemi dall’inizio dell’intera vicenda storico- politica, ricostruire la filiera delle responsabilità dall’inizio, far emergere come problema dei problemi, per parlare con giudizio e non per pregiudizio, l’insopportabile asimmetria – di tutto e su tutto – tra Israele e Palestina. Asimmetria che anziché diminuire aumenta a dismisura, senza sosta. E non solo a Gaza ma anche nella Cisgiordania recintata e prigioniera. E fornire informazioni precise e circostanziate sui fatti più recenti.  Il 5 novembre, per esempio, a violare l’accordo è stato Israele che ha effettuato un raid contro dei militanti di Hamas a Gaza, uccidendone quattro. Calcoli cinicamente politici, in vista delle elezioni e dell’aspro scontro politico in Israele? Colpo di mano approfittando della coda della presidenza amica di Bush? Hamas ha risposto con 126 attacchi di razzi, di quelli loro, che seminano molto terrore tra i civili, raramente fanno vittime ma costituiscono una continua provocazione. Ma va anche ricordato un aspetto non di poco conto. Israele  non ha rispettato l’altro principio dell’accordo: l’apertura di tutti i punti di passaggio tra Israele e Gaza. Cioè il punto che avrebbe dovuto garantire la quotidianità delle vita per gli abitanti della Striscia. Nessuno di questi aspetti ha fatto seriamente parte dell’informazione  mediatica in Italia perché l’informazione non deve informare ma formare un orientamento pubblico nettamente e acriticamente a favore di Israele, nettamente e per pregiudizio contro La Palestina. Il Parlamento europeo, il 15 gennaio, in seduta plenaria ha approvato all’unanimità una risoluzione  in cui si chiede l’immediato e permanente cessate il fuoco, la fine dell’assedio, che rappresenta, viene detto, “una punizione collettiva contrario al diritto umanitario internazionale”, la riapertura di tutti i valichi per il passaggio di persone e merci da e per la Striscia e la riconferma della scelta di non procedere al voto per il potenziamento delle relazioni tra Unione europea e Israele. La risoluzione chiede anche  ad Hamas di fermare il lancio di razzi sulla popolazione civile nel sud di Israele e di lavorare per l’unità politica e territoriale palestinese. Una presa di posizione importante, che rafforza le manifestazioni del 17 di Assisi e Roma, tenta di rimettere in gioco la voce  e soprattutto il ruolo dell’Europa, dà forza a quanti, uomini, donne, società civile democratica hanno cercato faticosamente di far sentire una voce di pace. C’è solo da augurarsi che, dopo il 17, non ci si fermi.

Editoriale di Elettra Deiana comparso sul sito di Rifondazione per la Sinistra il 16 gennaio

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