Donne: la giustizia secondo giustizia

Una donna, una deputa del Pd di nome Sabina Rossa, ha compiuto un passo di giustizia presentando alla Camera una proposta di legge che, se approvata, eliminerà dal nostro Codice Penale il segno – uno dei tanti in quel testo – di alcune tracce dure a morire di una concezione arcaica e storicamente datata della giustizia. “Sicuro ravvedimento”: è quanto richiesto oggi dal Codice Penale per concedere la liberazione condizionale prima del “fine pena” e, nel caso degli ergastolani, dopo i 26 anni di reclusione. Questo comporta che il provvedimento di scarcerazione debba essere misurato anche in base al rapporto instauratosi tra i colpevoli di assassinio e i parenti di chi è stato assassinato e, soprattutto, al giudizio di merito – cioè l’autenticità o meno del ravvedimento – da parte di quegli stessi parenti. Rientrano in questa casistica in particolare i parenti di chi fu ucciso, in una ormai lontana stagione della nostra storia nazionale, dai gruppi armati. Sabina Rossa è figlia del sindacalista e militante del Pci Guido Rossa che, nel 1979, fu ucciso dal brigatista Vincenzo Guagliardo. L’ex brigatista, condannato all’ergastolo, sconta la sua pena da trent’anni e la parlamentare che l’ha visitato ha dichiarato che è ormai un’altra persona e merita di uscire. Ma non si è fermata a questo. Ha messo in discussione, sottoponendolo a critica, il criterio del “sicuro ravvedimento” , affrontando una grande problematica generale a partire dalla sua dolorosa esperienza personale ma volendo sottrarre quella problematica proprio alla misura di giustizia dell’esperienza personale. Quel criterio, dice Sabina Rossa, è aleatorio, elemento discutibile nel giudizio che un giudice si fa del tipo di rapporti che un condannato instaura con i parenti della vittima. Troppo legato, aggiungo io, a sentimenti e risentimenti di chi ha subito un dolore troppo grande per poter poi avere una parola decisiva sul destino finale di chi di quel dolore è stato la causa. La liberazione condizionale è diventata materia delicata da quando hanno cominciato a chiederla ex appartenenti a gruppi armati, di destra e di sinistra, che non hanno usufruito degli sconti di pena concessi a pentiti e dissociati e che hanno già trascorso 26 anni in cella. Sabina Rossa mette al centro della sua proposta di legge la Costituzione, come sempre all’altezza delle questioni più complesse e difficili: “Può uscire dal carcere prima del fine pena e, nel caso degli ergastolani, dopo 26 anni, chi ha tenuto un comportamento tale da far ritenere concluso positivamente il percorso rieducativo di cui all’articolo 27 comma 3 della Costituzione”. La responsabilità della giustizia in mano alla Giustizia, senza sconti e alibi per chi esercita quella funzione e ha quella responsabilità. Vincenzo Guagliardo, nel fare domanda di liberazione condizionale, non aveva addotto come prova del suo ravvedimento l’incontro con Sabina Rossa, considerando il silenzio “la forma di mediazione più consona alla tragicità di cui si è macchiato”. E il giudice gli aveva detto no per questa assenza di rapporti.
A Sabina Rossa è invece sufficiente stare alla Costituzione repubblicana. Un bel passo. 

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