Il corpo delle donne come luogo pubblico

“il corpo delle donne come luogo pubblico”  di Barbara Duden (prima edizione italiana 1994) rientra a pieno titolo nella complessa genealogia del pensiero femminista sul corpo femminile e sulla gravidanza, il parto, la maternità. Costituisce quindi, ancora oggi, un punto di riferimento importante rispetto all’evoluzione che le problematiche del corpo femminile hanno avuto di fronte allo sviluppo sempre più sofisticato della scienza e delle tecnologie riproduttive. Il libro di Duden offre  anche materia  per meglio  capire gli  spostamenti di senso –  in una direzione o in un’altra (di apertura o chiusura, per dirla in breve) –  che il ricorso a questo tipo di tecnologie alimenta, in particolare in Italia, prima con la spesso derogata legge 40, oggi con l’ancora fuori legge Gpa (Gestazione per altri).

Parla di questo groviglio di questioni l’ennesimo  acceso dibattito che si è sviluppato intorno all’ordinanza delle giudici di Trento sul riconoscimento del secondo padre di due gemelli nati in Canada tramite Gpa, già riconosciuto il secondo padre come tale nello stesso Canada. “L’ordinamento minorile, dice la legge italiana e sostengono accesamente gli accusatori e le accusatrici dell’ordinanza, è da sempre basato sul dato naturale della duplicità maschio femmina della figura dei genitori, e questa ordinanza lo sostituisce con la duplicazione della stessa figura e quindi impoverisce il minore perché lo priva della ricchezza di una crescita e di un’educazione che provengono dalla completezza delle due distinte figure.” La legge e le vite delle persone: c’è sempre da discutere su questo, come il femminismo ci ha insegnato. Il dato naturale e la concretezza delle relazioni umane: anche su questo come femministe  abbiamo detto molto. E per quanto riguarda sconnessioni e dilemmi che la vicenda storica ci pone di fronte, abbiamo imparato a farci i conti, a cercare i punti di guadagno e di sfida. Il punto di guadagno, nell’ordinanza di Trento, non è   che i due gemelli vengono rassicurati nella conferma della loro rete affettiva e nel modo di rappresentarla dentro e fuori la loro famiglia? A me così pare. Quindi una scelta giusta delle giudici. Ma oggi lo stesso femminismo è attraversato da  grandi differenze politiche, in particolare proprio sul terreno delle tecnologie  riproduttive, e il dibattito tra analisi e posizioni diverse è spesso reso difficile dall’indisponibilità  al confronto. Il che rende tutto più difficile.

Siamo a un dibattito che ancora una volta  diventa emblematico, perché mette in chiaro le linee di radicale frattura che ci sono nell’opinione pubblica e che attraversano senza sconti il femminismo. Al centro incombe la problematica relativa al rischio, che viene evocato da più parti, della ormai imminente scomparsa della madre dalla scena riproduttiva e/o della perdita della dimensione simbolica del nascere da una madre che sia riconoscibile come tale  in tutte le sue funzioni. Gestazione, parto, maternità. E che rechi in sé, in quel suo dare alla luce, il suggello del rapporto sessuale maschio femmina, “come da natura”. Un tema che è diventato per una parte del femminismo il focus di una riflessione a fondo sull’insieme di queste problematiche ,  che i cambiamenti dell’oggi rendono oltremodo necessaria, e per un’altra parte il punto polemico di una battaglia politica tesa soprattutto a risolvere i dilemmi secondo la logica  del  vietare  o dell’ inibire, mentre il ricorso  a tecniche riproduttive come la Gpa diventa il male assoluto del nostro . E questo in nome del fatto che mantenere integro il nesso tra tutte le funzioni del diventare madre sarebbe la sfida di civiltà che le donne si trovano oggi di fronte. E per chi nasce la sicurezza di essere quello che è. E’ infatti il tema della campagna per il divieto – e intanto per la moratoria a livello mondiale – della maternità surrogata che una grande parte del femminismo francese, con l’appoggio del governo socialista, porta avanti da molto tempo e che in questi giorni è stata anche ospitata dalla Camera dei deputati qui in Italia

Nel libro di Duden  questa problematica  è già adombrata, sia  pure in una dimensione  diversa, nel delinearsi del conflitto tra il feto e la madre, che l’irrompere delle moderne tecnologie – a determinare il modo della maternità –   alimenta già negli snni Sessanta del secolo scorso,. La centralità della madre  sulla scena procreativa viene ridimensionata,perché in gran parte lo spazio simbolico viene occupato da un sempre più incombente e ingombrante feto. Prima non esisteva, ora  che quelle tecnologie slo hanno evidenziato oltre misura.  Si configura per Duden un vero e proprio  conflitto morale  che crea le condizioni del rovesciamento della scena pubblica – il feto che soppianta la madre nell’esclusività dell’attenzione pubblica – con la conseguente polarizzazione intorno alla nuova creatura di cui si aspetta la nascita come di una creatura già in tutto compiuta: persona e fratello dall’inizio, come ebbe a dire Il cardinale Ratzinger. Il feto contro la madre – passaggio che a Duden serve per mettere in scena l’autonomia della madre che le tecniche, evidenziando artificialmente il feto, invece inibiscono.

Ma ridare spazio alla  madre  per Duden significherebbe un nuovo processo di identificazione con un corpo, che riacquisti qualcosa di sostanziale che caratterizza l’essere corpo di donna. Infatti solo la madre, in quanto donna, era in grado, prima elle tecnologie, di percepire ciò che succedeva nel suo ventre grazie alla capacità cinestetica del tatto, fortissima nelle donne, a fronte della fortissima attitudine scopica degli uomini. Ma questa attitudine è stata soppiantata  dalle moderne tecniche di ispezione del corpo. La donna insomma, nell’analisi di Duden,  è   messa sotto scacco dal feto oppure deve essere ripensata solo come corpo, un corpo di un prima storico che diventa metastorico. Quindi ormai impossibile

Manca, in questo modo di trattare il corpo delle donne,  soggettività, relazionalità, processi di soggettivazione, performatività dello stesso corpo,

Rischio sempre più netto di una  scomparsa della madre dalla scena procreativa? Ma qual è il reale contesto storico sociale e simbolico di questo rischio? La globalizzazione che viviamo, se proprio vogliamo esercitarci a concretizzare l’analisi,  dovrebbe indurre a circoscrivere il rischio all’occidente, al piano del simbolico occidentale, all’ansia delle origini che è tipica di questa parte del mondo. La complessa molteplicità globale del mondo attuale, in cui le vite incarnate delle donne hanno ancora molto con cui arrabattarsi in materia di maternità, da diversi punti di vista, ci dice altro,  ci offre materia amplissima per capire come stiano davvero le cose per quanto riguarda la maternità. Compresa la realtà dell’incontro di una disponibilità femminile a stare all’esperienza della Gpa con gli interessi di un mercato sempre più vorace su tutto e di tutto:  e con la realtà di forme di sfruttamento biopolitico dei corpi che possiamo catalogare tra gli aspetti peggiori del dominante capitalismo neoliberista.  che tutto mercifica e riduce a sé. Ma forse c’è  in tutto questo anche la presenza del desiderio femminili di trarre a proprio vantaggio il traibile da quello sfruttamento. E le due cose andrebbero  tenute separate per non ridurre il tutto a una rimozione di tipo etico, che funziona però  a sguardi alterni, delle sgradevoli contraddizioni del mondo.

C’è allora in atto un  vero e proprio corpo a corpo tra tecnologie e corpo femminile? O piuttosto è in atto un corpo a corpo tra tecnologie e  diverse  rappresentazioni che del corpo femminile e della maternità fa il discorso pubblico, fanno le donne e fanno i femminismi?

C’è sicuramente una narrazione sulla materia, che è nelle mani più diverse – del mondo scientifico, della chiesa, di svariati interessi economici, oltre che dei diretti e delle dirette interessate – e in cui ovviamente anche il femminismo nelle sue diverse correnti di pensiero e pratiche ha una parola importante e gioca un ruolo rilevante. C’è la campagna globale per la messa fuori legge della Gpa  promossa dalle femministe del  Collettivo francese per il rispetto del corpo e ci sono le risonanze che continua ad avere, in Italia e in altri Paesi europei questa iniziativa. E c’è chi della campagna dà un giudizio fortemente negativo nel merito oltre che nel metodo. Io sono tra chi esprime giudizi di questo secondo tipo. Per quello che mi riguarda,  mi sono sottratta da tempo all’idea che il dibattito sul corpo e sulla maternità  – dibattito così pregno di tutte le contraddizioni della contemporaneità – abbia bisogno del sigillo di una’ortodossia femminista. Di molto pensiero femminista di molta attenzione e riflessione di donne, sì, ha sicuramente bisogno, ma  di ortodossia femminista no.

Affrontare oggi in modo sensato la discussione su temi come questi – maternità surrogata,  nuove famiglie, nuove forme di genitorialità – fa parte della sfida che la contemporaneità ci pone. Penso che occorra rinnovare positivamente il nostro confronto con il presente, cercando chiavi di pensiero critico che ci aiutino a pensare in termini nuovi lo stesso statuto dell’umano.

A partire da come femministe e donne-  etero o lesbo che siano – si rapportano al proprio corpo, lo percepiscono e lo rappresentano, sentirei solo l’esigenza  di un dibattito libero e di una ricerca del terreno su cui davvero valga la pena di cercare elementi di maggiore comprensione, di maggiore vicinanza all’esperienza odierna delle donne, di intese possibili,  ma per via di  approssimazione, per altro, perché penso che non altro si possa fare oggi, di fronte a un mondo così tumultuosamente in cambiamento. Cercando soprattutto di capire da che punti di vista e di esperienza si muova la riflessione delle ragazze e delle giovani donne. E sono contenta per questo di aver avuto l’occasione di un confronto serio e anche intenso con Angela, che non ci sarebbe stato se non avessimo dovuto mettere insieme le nostre idee sul testo di Duden.

Il corpo delle donne come luogo pubblico uscì alle stampe la prima volta in Italia nel 1994 e fu  poi ripubblicato nel 2007. Per l’autrice si trattava di un filone di ricerca di lunga durata, che l’aveva sempre impegnata come studiosa della storia delle donne – in particolare della medicina femminile nel 1700 –  ponendola però nello stesso tempo anche di fronte a un coinvolgimento sentimentale per la materia  e una forte curiosità intellettuale – curiosità foucaultiana dirà a un certo punto del libro –  di indagare come si sia evoluta la percezione sociale e la rappresentazione simbolica del corpo femminile. Quello di Duden è perciò un preciso e consolidato punto di vista, capace di scandagliare gli universi di senso del passato e trarre alimento da molti studi femministi sulla storia della gravidanza e del parto.

In particolare i saggi di Carol Smith-Rosenberg sulla costruzione della donna isterica negli Stati Uniti dell’Ottocento – o quelli di studiose come Ludmilla Jordanova sulla cultura medica del Settecento e sul rapporto tra identità sociale delle donne e rappresentazione visiva della loro anatomia. E altro ancora.

Il sottotitolo del libro “Sull’abuso del concetto di vita” è oltremodo significativo. L’analisi di come si affermi da un certo momento in poi  il  concetto astratto di vita – a tal punto potente da cancellare la concreta esperienza del corpo –  è infatti il nucleo della riflessione che performa l’itero ragionamento di Duden, risentendo anche degli scambi intellettuali avuti con Ivan Illich, libero pensatore e suo compagno di vita, particolarmente ostile all’astrattezza di quel concetto. Parola ameba, l’aveva definita Ivan Illic, sulla scorta del lavoro di Uwe Porkson nel saggio Plastikworter, parole ameba, cioè senza significati precisi e per questo adattabili a dire tutto e il contrario di tutto. “Vita” è la peggiore di tutte le  parole di questo tipo, aveva dichiarato Illich conversando con Porkson.

Faccio questi richiami per mettere in evidenza quanto il sottotitolo sia stato fortemente pensato,  scelto per annunciare già in apertura  la materia più urticante e insieme più importante trattata nel libro. Non solo infatti la “vita” è  l’argomento affrontata diffusamente  nel terzo e ultimo capitolo del libro, ma è soprattutto il focus polemico su cui scava Duden .  Quella “vita” astrattamente intesa  che è arrivata a dominare la scena pubblica e con la sua tirannia morale, scrive Duden, domina il discorso contemporaneo. Vita dell’embrione, vita del feto, che prima erano materia del corpo femminile e che oggi mettono quel corpo sotto scacco.

Non per caso in apertura del primo capitolo Duden pone una citazione dal commento al Genesi dell’Enciclopedia sefardita, in cui si mette in evidenza come  il nascituro stia nella pancia della madre  a mo’ di un chicco di riso ricurvo. Un tutt’uno cioè con quell’ambiente naturale da cui non può prescindere  in nessun momento della sua evoluzione. Materia, la creatura nel ventre, che da una parte era, in passato, scientificamente indefinibile, come quella che veniva espunta in un aborto e non si capiva bene che cosa fosse, dal’altra idea mitologica del un piccolo uomo già formato in quel ventre, che aspettava solo il momento di fuoriuscirne.

Al centro della riflessione di Duden c’è dunque l’idea della progressiva perdita della percezione e del senso del corpo, che è anche in qualche misura perdita della naturalità corporea,  di qualcosa che ha molto a che fare con la natura, qualcosa di totalizzante nell’esperienza del corpo, prima che la moderna medicalizzazione, le tecniche invasive, gli strumenti visivi avessero la meglio.

Del corpo si possono raccontare due storie, dice Duden, una di superficie, che deriva dallo sguardo (medico, artistico, religioso) e fa conto di quello che è esterno alla carne, e una del sentire e dell’intuire ciò che è sotto la pelle, ciò che si muove nell’oscurità del sottopelle. Le donne si sentivano, avvertivano col tatto che qualcosa accadeva sotto la pelle, all’interno del loro corpo, e ciò provocava un sentimento di turbamento, annunciava il tempo dell’attesa. Il nascituro nel passato faceva parte dell’occulto. Era mistero e misteriosa attesa di qualcosa che alla fine sarebbe venuto.

Era questa – cioè la maternità –  l’esperienza fondamentale del  corpo femminile. Ed era anche l’esperienza fondamentale  di ogni esistenza femminile, che poteva ripetersi non poche volte nella loro vita. Centralità della maternità come esperienza consustanziale all’essere corpo di donna, che sarebbe da  sottoporre contestualmente anche  a un’analisi diacronica e sincronica delle condizioni storiche sociali, antropologico-culturali, del peso delle relazioni familiari, dell’ordine patriarcale nel suo complesso. E altro: storia del parto e storia delle pratiche abortive. Storia delle morti per parto e per nascita. Storia complessa quella della maternità su cui  “Il Corpo delle donne come luogo pubblico” mette in luce soltanto l’ aspetto delle trasformazioni di senso subite dal corpo in seguito allo sviluppo delle tecnologie.  Mai come come oggi sarebbe necessaria una seria riflessione su queste problematiche  con le analisi di tipo  intersezionale: classe, etnos, cultura e altro che la dimensione globale e globalizzata del mondo e  delle nostre vite rende necessaria.

C’è, per Duden, una storia del corpo prima dello stetoscopio, dei raggi X, dei metodi biochimici,  dei test ormonali, dell’ecografia e tutto il resto, e c’è una storia del dopo. Alla prima storia corrisponde un’intimità femminile col proprio corpo, alla seconda corrisponde un’invasione strumentale di tipo fallocratico degli uomini per la conoscenza di quel corpo. Le tecnologie hanno comunque  cambiato la scena – la nostra scena di riferimento, voglio sottolineare anche su altri terreni. Mortalità, per esempio.La potenza del vedere – tecnicalità  fallocratica dice Duden – si è affermata con sempre maggiore potenza invadendo illimitatamente il corpo femminile  e questa invadenza  ha fatto sì che prendesse forma e si affermasse in autonomia, rispetto al corpo materno, il feto.

Lo zigote si è configurato come persona, cosa che prima non era neanche per la Chiesa.  E’ il nuovo soggetto giuridico, frutto di un processo di biologizzazione del pensiero giuridico, sottolinea Duden. “Subjectum nostri temporis”, creato artificialmente, diffuso dai media e ingoiato dalle donne senza fiatare, dirà anni dopo l’autrice in un’intervista rilasciata in occasione della presentazione del suo  libro “I geni in testa, il fetus nel ventre”. La fallocratica potenza della strumentazione visiva contro l’attitudine femminile al tatto, al percepire i movimenti dentro il proprio corpo: questo il nucleo del ragionamento.

Le femministe  tedesche hanno descritto negli anni Ottanta il crescente potere che il “vermicello dalla grossa testa” si andava guadagnando nell’arena pubblica, accattivandosi la simpatia crescente della gente, come era successo  con il bambino etiope con il ventre gonfio a causa della fame. In tal modo. Nello stesso tempo la discussione sull’aborto in Germania doveva fare i conto con il contrattacco dei cattolici.

Da qui nasce quello che Duden definisce il conflitto morale tra la donna e l’embrione. La fallocratica potenza della strumentazione visiva ha stravolto  la storia delle donne e la loro specifica capacità di rapporto col corpo.

Tutto vero ma il ritorno al corpo in quanto un prima incontaminato non è certo la via di fuga desiderabile.

Il corpo ha alimentato pensiero e passione femminista, in molte e diverse direzioni. Basti pensare al bellissimo saggio scritto da Luce Irigaray  e raccolto in “Questo sesso che non è un sesso”, relativo all’economia scopica dominante del regime fallocratico, alla quale Irigary contrappone invece la femminilità dell’attitudine al tatto, la morbidezza tatticamente erotica della stessa conformazione del sesso femminile .

E basti pensare  all’attenzione sulla maternità come terreno di conflitto sessuale tra donne e uomini o di smemoratezza maschile dell’origine. Un tema costante, ricorrente, denso di molte e complesse problematiche

Significativo l’ultimo libro di Nadia Filippini “Generare, partorire, nascere” in cui Filippini evoca come sfida del nuovo secolo proprio la difesa della maternità, perché, dice l’autrice, siamo a una svolta epocale che sta cambiando tutto ciò che è relativo ai campi di indagine che definiscono il titolo del libro. Maternità, nascita ma anche paternità. Trento docet: è in questione l’impalcatura della nostra cultura occidentale, scrive Filippini. Ma tutto è in realtà è oggi in questione.

Tema antico del femminismo, quello dell’impalcatura, che è poi quello delle origini. Ne parla nel suo libro “La Passione del corpo” del 2001 Lea Melandri, sottolineando il configurarsi di una contesa tra i sessi che ha come oggetto il potere riproduttivo, quel potere di creare la vita che è sembrato all’origine una prerogativa femminile  e che l’uomo ha cercato di spostare su di sé fin dall’inizio, imponendo la genealogia maschile del nome e oggi agendo sulla potenza della tecnologia.

Ne parlano Maria Luisa Boccia e Gazia Zuffa nel libro “L’eclissi della madre”.  L’uso metonimico della parola eclissi – la madre sparisce alla nostra vista oscurata  dalle bioscienze, come il sole sparisce coperto dalla luna, dice Boccia in un’intervista – segnala soprattutto un limite maschile – è sempre Boccia che parla –  una insipienza di fondo rispetto al punto di saper nominare oggi la madre. La madre, il posto della madre nella civiltà, nella storia, nell’istituzione delle forme del potere, nell’esperienza, nella vita, l’ha data l’uomo: dall’invenzione dei miti, alla filosofia, alla scienza,alla medicina. Ma oggi la madre, nel discorso discorso delle bioscienze, non si trova più: si parla di genitori, si parla di diritto genitoriale in modo interscambiabile, di diritto alla genitorialità, di diritto alla vita come indisponibile. Le donne in tutto questo come entrano? Questo non vuol dire che la madre non ci sia più, sottolinea Boccia, ma che  qualcosa si è frapposto e l’oscura. Il discorso sulle tecnologie fa buio sulla donna, che non può più essere  neanche nominata, mentre si parla di diritto dei genitori indifferentemente, maternità surrogata, riproduzione. Il buio sulla figura materna è un buio più di fondo che oscura l’epoca che viviamo? E’ una domanda con cui fare i conti.

Sono d’accordo con Maria Luisa su un altro aspetto che lei segnala a questo proposito, sottolineando come questa smemoratezza maschile, questo oscuramento della madre, sia anche segno della crisi del maschile. Crisi e confusione, e venir meno della autorità maschile e dell’incapacità degli uomini di fare i conti con un mondo ormai così diverso dall’antico patriarcato.  In questo io vedo però  anche l’incapacità o la inadeguata capacità femminile di stare ai giganteschi processi di cambiamento che viviamo, e  vedo sconnessioni di conoscenza e di riflessione rispetto ai cambiamenti che la libertà femminile ha prodotto. Da questo punto di vista osservo e seguo con interesse le dinamiche nuove di resistenza, ricerca politica, soggettivazione che sono in atto tra le donne, i modi in cui Non Una di Meno è stata capace di costruire un’inedita piattaforma così segnata dalle istanze liberatorie della contemporaneità. Segnali, forse solo segnali, ma a mio avviso importanti.

Come cogliere il passaggio che viviamo per quello che è, senza nostalgie di certezze che pensavamo essere tali e invece appaiono ormai declinanti o obsolete? E come misurarci audacemente – come spesso le donne hanno saputo fare e fanno nei tornanti del cambiamento – con gli spostamenti e le dissoluzioni di senso che la contemporaneità comporta? E, ancora, come mettere in chiaro e farci i conti con le aporie che ci portiamo appresso dal patriarcato, di cui siamo state  affossatrici, ma di cui siamo anche eredi? E come misurarci con l’idea della  maternità come condizione consustanziale dell’essere donna,  per non dire inaggirabile natura dell’essere donna, che il dibattito sulle “origini” presuppone? Qui stanno, a mio giudizio, le radici di quel modo di intendere la maternità che si carica continuamente di richiami ancestrali, prescindendo dalla concreta esperienza di ogni donna e dai modi in cui  maternità si vive prevalentemente oggi, nell’epoca di generazioni di donne che non condividono più nulla o quasi di quello che era ancora il contesto antropologico, sociale e simbolico della modernità borghese ottocento primo novecento, il periodo di quel “in nome del Padre”, che il femminismo radicale metteva radicalmente in discussione, salvando però – come non poteva non essere allora –  l’unicità del corpo materno, l’unicità dell’esperienza materna, l’unicità di tutto ciò che a ciò avesse attinenza. Mater semper certa. E se l’essenza del valore dell’essere donna non era più confinata nel destino della maternità, la maternità continuava a essere l’esperienza completa e complessiva che la storia ci consegnava. Quella insomma che le biotecnologie hanno messo radicalmente in discussione e le nuove generazioni affrontano, partendo dal loro mondo, che si fonda su un rapporto forse meno problematico – non lo so però, e mi piacerebbe capirlo meglio – con gli sconfinamenti pratici, sentimentali, psichici che le biotecnologie producono e che forse più facilmente – rispetto alle generazioni  più legate al passato – le nuove generazioni sono in grado di rielaborare. O saranno in grado.  il che chiama in causa anche noi.

Ancora Trento docet: è in questione l’impalcatura della nostra cultura occidentale’. questo concetto ritorna   in molte variazioni..

Come si configura, ho letto,  una genitorialità che non sia né adottiva né biologica. Che figura terza è questo padre? Su che cosa si fonda la sua paternità?

Io mi sento di dire semplicemente: si fonda sulle trasformazioni antropologico-culturali della nostra epoca, sulle sconnessioni sentimentali e le riconnessioni che sono tipiche dell’epoca di transizioni che viviamo. Sul rinnovato significato delle relazioni paterne e materne. Sulla performatività dei corpi messi a confronto con i mutamenti del mondo.

Muraro ci allerta sul passaggio dall’etero-patriarcato all’omo-patriarcato. E’ una tesi anche questa, importante perché di una donna importante della storia femminista. Personalmente penso che non ci aiuti.

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