Ma come è possibile che sia accaduto?

Ciò che non è previsto spesso all’improvviso  succede, e allora  accade che l’inaspettato generi  stupore, lasci attoniti e senza parole. Ed è su questo generale stupore per la vittoria di Donald Trump  che la maggiore attenzione andrebbe posta oggi, perché è il segnale di uno scollamento già in atto da tempo, quanto mai  corrosivo – anche in Italia e in Europa – di quel che rimane degli assetti e delle regole democratiche.

Leggendo gli editoriali  di molti importanti quotidiani statunitensi, il giorno dopo il fatidico 4 dicembre, lo stupore appariva il sentimento prevalente di ispirazione di chi aveva scritto della vittoria a presidente degli Stati Uniti  dell’outsider Donald Trump.

Il Wall Street Journal parlava di terremoto e sottolineava che nulla di peggio poteva succedere. Il New York Times puntava ad analizzare l’incredibile scacco subito dal sistema mediatico, dagli istituti di sondaggio, dal gruppo dirigente democratico. Non c’è scampo, è successo un disastro, veniva sottolineato un po’ ovunque. Un’ondata si è scatenata per opera degli elettori delle zone rurali e della rult best, deindustrializzata e furibonda per essere stata da troppo tempo abbandonata.  Da una costa all’altra degli Stati Uniti i commenti si rincorrevano, mettendo il risalto il cambio di passo, l’ira rancorosa dell’elettorato bianco lavoratore, le rischiose complicazioni che sorgeranno  tra non poco tra gli Usa e gli alleati occidentali.  Usa Today ricordava che Trump, in qualità di Comandante supremo, avrà accesso ai codici nucleari, mentre il New York Post ne metteva in evidenza la spiazzante mossa  di occupare la scena pubblica a mo’ di parodico punk, senza freni né regole di comportamento, e così via a seguire, il Los Angeles Times, il Chicago Tribune, il Boston Globe.

E poi ha fatto la sua parte in commedia anche l’italiana Giovanna Botteri, da molti anni inviata negli Usa del quotidiano La Repubblica, la cui stupefatta incredulità si è manifestata nella stupefacente  osservazione che se tutti i media erano contro Trump, persino i giornali repubblicani e neanche così sono riusciti a sconfiggerlo,c’è da chiedersi allora che cosa possa succedere al mondo se i massa media perdono il loro potere di influenzare le masse.Stupefacente osservazione non per la cosa che ha detto ovviamente – che è ciò che pensano i fautori e i servant  dell’ordine costituito, rispetto al quale il grande circo mediatico gioca più o meno ovunque il decisivo ruolo di primo servant – ma per aver perso così clamorosamente la bussola professionale del tenere celati  all’opinione pubblica gli aspetti più smaccati della manipolazione mediatica.

Ma, è bene ricordare, il regista Michael Moore  aveva invece colto nel segno,  ipotizzando una possibile vittoria di Trump, e con mesi d’anticipo, anche quando le statistiche davano  Clinton in notevole e sicuro vantaggio. E, io penso,   questo è avvenuto non certo per capacità divinatoria del medesimo Moore.

Stupore e sconcerto si sono manifestati anche  in gran parte dell’Europa, soprattutto quella del meanstream bruxellese, e stupore e quasi ribrezzo sono risuonati nelle parole del presidente della Commissionee  Juncker , che senza mezzi termini e senza nessuna cautela diplomatica ha mandato a quel paese il vincitore americano. Nello stesso tempo qua e là, in articoli, commenti, prese di posizione politiche, si è giù avvertito l’ avvio gattopardesco di un cambio di passo nell’interpretazione di quello che è successo negli Usa,  di come siano messe le cose anche in Europa e soprattutto di come  potrà tutto questo evolvere, vista anche l’imminenza di importanti elezioni in decisivi Paesi dell’Ue, Francia e Germania in particolare.  L’ inaspettato cambio di passo degli Usa,  che resta la prima e ancora decisiva potenza del mondo, allarma ovviamente le élites europee, perché le tocca da vicino e mette in discussione anche in Europa le forme date dall’establishment, la stabilità di un sistema politico tutt’altro che solido, per lo più ancora nelle mani dei vecchi e sempre più indistinguibili partiti del novecento,  impegnati senza appunto sostanziali differenze tra loro, a sostenere le note politiche economiche europee ma già messi sotto scacco da macrofenomeni di rottura del quadro tradizionale. Brexit in primis e soprattutto la drammatica  questione migranti che divide e disarticola le politiche dei vari Stati. L’allarme in Europa è insomma rivolto per il momento  soprattutto verso aspetti che toccano il potere, la governance, i rapporti di forza tra i gruppi di potere, e, per quello che riguarda l’Italia, i rapporti tra Roma e Bruxelles, con Renzi che fa la mossa demagogica di togliere la bandiera europea dal suo studio, lasciando solo quella nazionale.

Rischiano invece di passare rapidamente in secondo piano e di non essere adeguatamente e tempestivamente contrastati  gli  elementi di tossicità culturale e politica che la campagna di Turmp ha diffuso e la sua consacrazione popolare alla Casa Bianca diffonderà ancora di più. Il nuovo presidente non farà tutto quello che ha minacciato, per esempio verso le minoranze? E’ probabile, ma sicuramente farà anche troppo e lascerà un segno velenoso,  rispetto a una situazione di cui i risultati elettorali mettono in grande evidenza le profonde fratture antropologico culturali, geografiche,  sentimentali etniche, oltre che sociali. Per non parlare del revanscismo misogino e vetero patriarcale di cui la campagna di Trump era imbevuta e che non ha spaventato anzi ha sollecitato in misura non piccola la complicità elettorale di settori femminili non piccoli.

Il trumpismo diventa intanto la nuova categoria interpretativa della politica e nuove filiere narrative si affastellano a opera di solerti interpreti che fino a ieri non avevano degnato di nessuna attenzioni fatti e posizioni che, a partire dall’Europa e dall’Italia, già contenevano elementi che avrebbero dovuto attirare attenzione e essere centrali nelle preoccupazioni dei  partiti e del loro sistema politico. E il punto è proprio questo, perché, come ha detto subito Judith Butler – e come da tempopeer altro  andava detto – non era affatto chiaro – prima della vittoria di Trump –  quanto enorme fosse l’astio dei maschi bianchi – di certi settori di maschi bianchi, aggiungo, quelli  prevalenti negli stati del medwest- contro il femminismo e contro i vari movimenti per i diritti civili, e “quanto demoralizzati fossero ampi strati della popolazione a causa delle varie forme di spossessamento economico e quanto eccitante potesse apparire l’idea di nuove misure di isolamento protezionistico, di nuovi muri e di nuove forme di  bellicosità nazionalista.”

Assonanze con quanto succede in Europa.

Trasformazioni profonde che sono avvenute negli ultimi decenni  e hanno modificato profondamente i rapporti relazionali – orizzontali e verticali- nei grandi bacini elettorali e, soprattutto, i rapporti tra il popolo e i partiti, quelli di tipo democratico, progressiste, di sinistra soprattutto.

È successo, a farla breve – scrive, in una bella analisi pubblicata sul blog Giap,  l’italiana Valentina Fulginiti, che insegna in un’università del nord est degli Stati Uniti – che la sinistra (tutta: quella radicale e quella moderata) si è lasciata rubare il semantema della classe operaia. E il principale artefice di questo disastro culturale e politico è stato proprio il clintonismo (così come le varie declinazioni del centrosinistra europeo), nell’illusione che tutti fossero diventati ricchi di colpo grazie all’esplodere dell’economia dot.com e del terziario globale. In questo vuoto si sono fatte strada le narrazioni tossiche, la nostalgia, la paura della complessità, la xenofobia, il razzismo, il discorso esclusivo dei suprematisti bianchi e dell’integralismo cristiano.”

Roba che conosciamo bene anche noi, per diretta esperienza.

 

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