Costituzione a rischio di dissovenza?

 

COSTITUZIONE A RISCHIO DI DISSOLVENZA? ‪#‎iovotoNO‬
Perché la cosa ci riguarda —

Il grande circo politico-mediatico, in queste settimane, parla molto – sia pure quasi sempre a sproposito – della Costituzione e della riforma costituzionale. Nel negativo caso di conferma referendaria, la riforma – o deforma, come la chiamano alcuni irrispettosi esponenti del “no”, o controriforma e basta, come la chiamerei io – apporterà mutamenti di sostanza all’intera seconda parte della Carta- ben quaranta articoli – con conseguenze non irrilevanti, costituzionalmente parlando, a vari livelli. Confermando intanto, e in modo decisivo, la già di fatto esistente preminenza dell’esecutivo sulle rappresentanze parlamentari, che diventerebbe pressoché assoluta se la riforma andasse a braccetto con l’Italicum. Ma occorre anche insistere sul fatto che è la tendenza di fatto il vero rischio in atto, anche a prescindere dalla legge elettorale, e che la controriforma sancirebbe questa tendenza come ormai assodata e acquisita, senza che neanche lontanamente si prevedano meccanismi di contenimento e bilanciamento del potere dell’esecutivo. Ma anche sulla famosa prima parte, quella dei “Principi fondamentali”, bisogna mettere in chiaro le cose. Perché se tutti, a cominciare dall’attuale capo del governo, dichiarano che, “ovviamente”, la prima parte non è toccabile, sappiamo invece che proprio quella parte è già ridotta a pura rimanenza letteraria di astratti principi, che non trovano nessun riscontro nella vita concreta delle persone né, politicamente parlando, nella attivazione di meccanismi di reale contrasto alla continua svalorizzazione del lavoro, alle variegate ingiustizie sociali che assillano il Paese, alla crescente pauperizzazione di vaste fasce della popolazione. E mettiamoci anche l’articolo 11, affinché qualcuno ricordi che il “ripudio della guerra” ancora sta scritto in quella pregnante ma ormai dimenticata prima parte.

Che fa la politica se non sta alla Costituzione? Che può fare la Repubblica senza la politica? Un bella domanda, mai come oggi attuale, di fronte alla crisi della politica istituzionale, dei partiti, delle rappresentanze parlamentari.

Leggi e meccanismi di contrasto, dunque, di cui ci parla lo straordinario articolo 3 della Costituzione italiana, e che la Repubblica, se ci fosse una politica costituzionalmente orientata, potrebbe e dovrebbe mettere in atto e invece non può più garantire. Perché non basta un testo, ancorché cristallino su questi problemi, come è la nostra Costituzione. Da tempo la legge fondamentale non costituisce più un vincolo e un riferimento per la politica. La politica l’ha abbandonata, se n’è andata per conto suo. Con la “riforma” boschiana sarà confermata non solo questa mortifera tendenza – già resa evidente e confermata dalle ultime riforme su lavoro, scuola e altro, che l’attuale governo è riuscito a mettere all’incasso – ma risulterà anche evidente che qualsiasi nuovo governo, mai come oggi, mai dopo la prova di forza voluta da Renzi, potrà fare come vuole con quel che rimarrà della Carta. Per adattarla via via alle esigenze sempre nuove del momento, per rispondere a nuove richieste dell’Europa o far finta di niente di fronte a allusioni e sollecitazioni di stampo neoliberale, che società finanziarie come JP Morgan, hanno fatto e fanno, circa l’eccesso di democrazia di cui la Costituzione italiana e altre di tipo antifascista, soffrirebbero. Una ardita ingerenza sempre pudicamente taciuta, lasciata passare – rimossa e dunque banalizzata – dal dibattito pubblico. Hanno probabilmente paura di dover ammettere che sì effettivamente il problema che hanno i governanti italiani, complice il sistema mediatico che ruota loro interno, è proprio di dover “ridimensionare” la democrazia. E dunque non si può dire, ma JP Morgan, vedi un po’, ha ragione.

Un esempio illuminante di questa ormai consolidata tendenza, che il nuovo governo ha solo portato alle estreme conseguenze, è stata la modifica dell’art. 81 della Costituzione, avvenuta sotto i governi di Berlusconi (il quarto) e Monti, nella seconda metà della XVI Legislatura, proprio nel bel mezzo della crisi dello spread e dell’invocato stato di emergenza, che è stata una tappa decisiva nell’affermare la tendenza alla preminenza – senza regole, se non quelle da stato di emergenza – dell’esecutivo. In quella occasione non colpì affatto, ma avrebbe dovuto invece colpire fortemente, la leggerezza con cui una modifica costituzionale di tal peso fu adottata dal legislatore( 90% circa dei consensi), e tutto avvenne in tempi da record, alla faccia degli ingombri insormontabili del bicameralismo perfetto che ci vengono continuamente ammanniti per spiegarci la giustezza della, per altro falsa, cancellazione del Senato nonché l’egualmente falsa riduzione delle spese che dalla cancellazione deriverebbe. Tempi da record per la modifica costituzionale dell’articolo 81, dunque e, soprattutto, disponibilità della classe politica italiana ad andare ben oltre le stesse richieste di Bruxelles. L’Ue infatti imponeva sì all’Italia di adeguare i bilanci di spesa al Fiscal Compact ma non prevedeva che un tale vincolo dovesse essere adottato addirittura a livello costituzionale. Roba da matti, per dirla chiara, una scelta scriteriata che è passata nell’opinione pubblica come acqua fresca, grazie alla grancassa mediatica, ai ricatti politici del baratro che si apriva, all’ignavia delle classi dirigenti. E al depotenziamento ormai avvenuto del significato politico e sociale di avere una Costituzione a impedimento che i poteri costituiti facciano quello che vogliono. Punto essenziale da mettere in chiaro: non amiamo i governi costituenti. Di questi tempi, poi.

L’accidioso spirito del tempo, il contagioso, dilagante senso comune, alimentato dalle facili demagogie del potere, nonché l’ignavia dei chierici, mi piace dire con lessico antico, tutto insomma lavora da tempo a un processo di rarefazione e banalizzazione del nocciolo duro della Costituzione. Processo che si rafforza grazie alla potenza performativa del sistema politico-mediatico, che spinge e convince ad accettare su tutto la vulgata dominante. Che è quella di chi ha in mano Palazzo Chigi. La vulgata delle continue tiritere di cui ci dilettano governo e entourage. Non è un caso che Berlusconi e Renzi abbiano così tanti tratti in comune. Il nuovismo, in primis, che è cosa assai diversa dal rinnovamento. Il nuovismo ti fa dire tutte le sciocchezze che vuoi, tanto dietro a te non c’è nulla e nessuno. Il rinnovamento ti fa fare i conti con il passato e i suoi fantasmi. Che ancora affollano il presente.

Domina ormai nel discorso pubblico, una sorta di cattedra unica del pensiero – il conformismo rispetto a come oggi stanno le cose. Conformismo che divarica il linguaggio politico tra l’adattamento su tutto al meanstream narrativo dominante, da una parte, e la facile demagogia di chi sdogana tutto per occupare il suo posto al sole, dall’altra. Non c’è invece spazio per il pensiero critico, l’azione critica, un’idea di sottrazione al conformismo e di proposta di cambiamento che abbia la forza di sparigliare e dare un ordine diverso alle cose. Un distanziamento e un guardare le cose da un altro punto di vista. Farsi altre domande. Gli unici che ci hanno provato, almeno a sparigliare – con l’uso della rete, col concetto – per altro rimasto confuso – dei rappresentanti/cittadini, con l’idea anche essa non chiarita della democrazia diretta, ma suggestiva, oggi, per i guasti smisurati da cui è segnata la democrazia rappresentativa – sono i Cinque stelle. Ma si sa in realtà sempre meno su che cosa vogliano davvero fare né, soprattutto, sembrano disposti a discuterne seriamente fuori dal loro ambito. Come a me invece piacerebbe che avvenisse, perché da alcune delle istanze di cui sono portatori non si può prescindere.

Il modo di costruire il confronto – che in realtà è scontro – secondo le prevalenti ricette della ministra Boschi e di altri del governo o della maggioranza, si riverbera sul dibattito e lo assoggetta, svilendolo, nel gioco tutto politicista di contendenti in campo protesi alla vittoria. Così si perde di vista il nocciolo duro della questione, che è poi il cuore del costituzionalismo democratico del Novecento, quello che fa la differenza tra una costituzione embedded, su cui il potere costituito può mettere le mani come vuole, e una Costituzione che ha la sua bussola nel nesso inscindibile tra se stessa e la sovranità popolare – articolo 1 – quindi nello stabilire con rigore millimetrico i limiti e le regole del potere e dei poteri, cioè il fatto che i poteri stessi non facciano altro, rispetto a quello a cui sono destinati a fare, che non prevarichino, che non rimescolino le carte invadendo il campo altrui. E stiano, ognuno per quello che gli compete, al rispetto della dialettica democratica tra le diverse posizioni che il Paese esprime, alla difesa del dissenso, secondo Costituzione e leggi della Repubblica, alla tutela dei diritti delle minoranze, della libertà del pensare non conforme, dell’esprimere dissenso, anche organizzandolo, vedete un po’, sia con i “no” irrispettosi di molte di noi alla riforma, sia con forme varie di conflitto che anche in Italia per fortuna continuano a darsi.Ma vengono trattate come vicende solo irritanti. fuori norma, sempre scandalose e senza senso. Fanno solo perdere tempo.

D’altra parte il silenzio tombale che politica e circo mediatico hanno costruito intorno ai due mesi e passa di durissime lotte in Francia contro la Loi travail la dice lunga sullo stato del dibattito italiano. E sulla paura che qualcosa di impensabile prenda vita e sparigli il confronto. Anche la sinistra su questo non ha certo brillato ed è quindi un problema anche nostro.
La Costituzione fu concepita e elaborata per tenere insieme una società con le sue differenze e i suoi contrasti, le sue talvolta prodigiose,convergenze e le sue spesso acute distonie. Anche di classe, si diceva una volta, concetto che oggi è solo una misera questione di povertà – mentre il capitalismo si mangia la vita delle nuove generazioni – da risolversi, quando c’è un tornaconto elettorale. con le graziose elargizioni del governo. Come un volta facevano i Re.

Su questo, sul nesso tra Costituzione, vita delle persone e soprattutto diritti sociali delle persone, che è oggi la vera questione in gioco, siccome non se ne parla, dobbiamo essere noi a parlarne. Dire no, per recuperare la Costituzione alla politica, e rilanciarla non solo come bene del cuore – è per molti e molte anche tale ma non servirebbe davvero a nulla se tutto si risolvesse in questo – ma come insostituibile riferimento della politica.

L’appuntamento referendario non è una partita che riguarda le cosiddette classi dirigenti: la svolta tanto attesa per l’Italia, il cambio di passo necessario per “efficientare” il sistema rimasto inceppato da troppo tempo, il farsi valere anche con le riforme istituzionali in Europa. E via così.

Se ne deve invece parlare radicalmente da un altro punto di vista. Oltre ad affermare le ragioni di ogni tipo, anche tecnico funzionali, del no, che devono essere ben spiegate per convincere il numero più alto possibile di elettori a liberarsi di questo incredibile pastrocchio, bisogna puntare anche, per quel che è nelle nostre mani, a far rinascere, fra tutti, e far nascere tra i giovani, una rinnovata passione democratica di tipo costituzionale, e una di nuovo forte consapevolezza del rapporto positivo che deve esserci tra Costituzione e politica, tra Costituzione e vita delle persone, tra Costituzione e democrazia. E dunque un desiderio popolare e una volontà popolare anche di interrogarsi su come quel nocciolo duro di cui sopra possa essere meglio valorizzato e reso un obbligo per la politica, anche cominciando a riflettere sugli eventuali cambiamenti al testo del ’48, utili perché tutto meglio funzioni in questo senso. Perché difendere la Costituzione non deve significare in nessun momento un ripiegamento nostalgico né un atteggiamento conservatore. E’ il cuore del costituzionalismo democratico che deve parlare e fare la differenza. E deve per questo essere quel cuore a essere strenuamente difeso. Non solo in Italia e non solo, ovviamente, per i nativi autoctoni. Ma questo è, per il momento, un altro discorso. #iovotono è intanto la priorità.

ELETTRA DEIANA su Face book, 16-8-’16

 

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