Hillary Clinton for President

 

La Convention democratica, appena conclusasi a Philadelphia, ha conferito a Hillary Clinton la nomination alla candidatura per la Presidenza degli Stati Uniti.  Tutto è avvenuto all’insegna del massimo sforzo di auto rappresentazione positiva da parte del Partito democratico. Le divisioni e le tensioni che si erano manifestate nei mesi scorsi sono state bandite o messe sotto il tappeto, davanti a un parterre di prima qualità, che ha raccolto  personaggi di grande ascolto del mondo artistico, intellettuale e politico, e grazie al gioco di squadra che intorno alla candidata hanno sviluppato i big della politica: dal presidente uscente Barack Obama , che ha pronunciato uno dei suoi grandi discorsi carismatici sull’America che sta per lasciare, migliore, ha detto, di come l’abbia trovata; all’ex presidente Bill Clinton, che di Hillary è il marito ed è stato abilissimo ad accendere i cuori con un discorso denso di riferimenti ai valori di libertà e democrazia del Paese. E altri ancora, chiamati, per le loro capacità oratorie e dialettiche nel rivolgersi anche a un pubblico diverso rispetto a quello democratico, soprattutto gli elettori maschi duramente conservatori degli Stati del Midwest. Lo ha fatto tra gli altri, con particolare efficacia, il senatore Sherod Brown, che ha accentuate posizioni di sinistra ma è capace di interloquire con i malmostosi umori popolari della gente del suo Stato: l’Ohio, tra quelli più in bilico dal punto di vista elettorale. La scommessa del Partito democratico è infatti di far breccia nell’elettorato repubblicano, in alcune sue parti molto scontento e preoccupato per la nomination di Trump. Il miliardario newyorchese infatti, personaggio quanto mai atipico rispetto alle performance politiche del mainstream repubblicano, desta molta inquietudine negli ambienti dei poteri che contano negli Stati Uniti, a cominciare da quello militare. L’ex  generale John Allen, ora responsabile per la lotta all’Isis della Casa Bianca, ha attaccato Donald Trump accusandolo di essere incapace di guidare l’esercito – il Presidente dgli Usa è Chief commander delle Forse armate – e inadatto a gestire le relazioni con gli alleati.  E la Cia, che tradizionalmente consegna ai candidati designati i dossier segreti in suo possesso, ha dichiarato le sue perplessità a compiere quell’atto, vista la conferma del candidato Trump.

Tutti hanno giocato le migliori carte possibili intorno a Illary Clinton, “la prima donna alla Casa Bianca”. Il Partito democratico ha anche “rubato” ai repubblicani qualcosa della tipica rappresentazione patriottica dei grandi momenti, come è appunto la nomination  del candidato Presidente. Lo hanno notato seccati anche opinionisti e politici di quel partito. Il Partito democratico ha infatti riempito di bandiere a stelle e strisce, di cartelli e cori USA USA! il parterre della convention e in quantità  davvero inusuali per la sua tradizione. L’impostazione data alla campagna democratica è infatti molto diversa rispetto alla tradizione: questo è il dato più interessante che via via è emerso nella lunga fase delle primarie ed è stato esplicitato alla convention finale anche nella scelta dell’allestimento scenografico e nell’invito a un certa tipologia  di oratori. Non Clinton contro Trump ma Trump contro l’America e il Partito democratico che si pone come l’America contraria a che la massima rappresentanza del Paese finisca nelle mani di Trump. Anche il discorso finale di Hillary Clinton  si è acceso soprattutto nella seconda parte, dedicata a contrastare duramente il suo competitore per il fatto di rappresentare la negazione della tradizione americana.

Intorno alla “prima donna alla Casa Bianca” si è giocata però anche un’altra significativa partita, forse inaspettata per il modo in cui ha preso forma, ma del tutto interna alla lunga fase di transizione che viviamo, dove un elemento fondamentale continua a essere l’irrompere delle donne sulla scena pubblica. Ed è, la partita, quella  relativa alla dimensione simbolica del rapporto tra uomini e donne sul terreno del potere politico.  Che non prescinde da ciò che concretamente è stata l’esperienza di vita di Hillary, ma quella vita, quella soggettività femminile deve ora essere meglio considerata anche alla luce dello spostamento di senso avvenuto alla convention. Anche perché ha un significato più generale in molte direzioni.

Nel gioco di squadra di cui sopra, il Presidente Obama e l’ex Presidente Clinton hanno infatti voluto rendere omaggio alla candidata in modo non da cerimoniale istituzionale ma riconoscendone o  attribuendole coram populo grandi capacita di  leadership, superori, ha detto Obama, alle sue. E guardando obliquamente Bill Clinton che avrebbe parlato da lì a poco, ha aggiunto “anche alle tue”. Tant’è che Hillary, rompendo il cerimoniale, si è alzata ed è andata ad abbracciarlo con enfasi, tra giganteschi scrosci di applausi. Mossa tipica da politica dei grandi uomini di una volta che lei ha fatto con grande mestiere politico. Perché lei è questo: una lunga scommessa con se stessa per arrivare dove sta arrivando.

L’arrivo della prima donna alla Casa Bianca – che da molti punti di vista potrebbe essere considerato oggi un dato solo fisiologico, e io credo che in gran parte sia tale, visto che le donne sono ormai in competizione con gli uomini ovunque si aprano gli spazi per farlo, e in Europa Angela Merkel lo testimonia alla grande, ma non solo lei –  non è invece solo un dato meramente fisiologico. Di tutto questo  ha parlato con acutezza Ida Dominijanni su l’Internazionale e consiglio la lettura del suo articolo.

Io voglio sottolineare che oggi i modi in cui tutto questo è avvenuto intorno a  Hillary Clinton non può non essere collegato alla strabocchevole dimensione della crisi non solo dell’ordine maschile delle cose ma del maschile stesso, come concreta esperienza individuale e delle relazioni che contano tra uomini. Della loro antropologia politica, pubblica, di capacità di stare e rispondere alle incombenze del potere. Del come loro vivono il rapporto tra il personale e il politico e non sanno come destreggiarsi. Parla di questo, vistosamente, la resa delle armi di tutti gli uomini britannici di punta che sono stati protagonisti della Brexit e davanti al verdetto popolare sono fuggiti il giorno dopo a gambe levate. E hanno lasciato che delle donne subentrassero al loro posto. E Theresa May, la nuova Prima Ministra conservatrice ha fatto il suo gioco assumendosi tutte le responsabilità senza battere ciglio. Ha dichiarato che la Brexit è stata decisa col voto popolare e non si tocca e che lei contratterà con l’Europa le migliori condizioni possibili per il Regno Unito. E la grande apertura – il sorriso della Regina che la stampa ha sottolineato – con cui la nuova Prima Ministra è stata accolta a Buckingham Palace – dice di un’intesa tra donne che comincia forse a funzionare. E che invece  non funziona più come aveva sempre funzionato tra gli uomini ed era la forza, il cemento del loro potere sociale e simbolico. Barak Obama e Bill Clinton si sono trovati d’accordo a fare un passo a lato rispetto alla nuova candidata, perché la vicenda storica va in questo verso e loro lo sanno: questo è emerso molto chiaramente, così come è emerso il gioco di squadra che alcune donne importanti hanno voluto fare intorno alla sentimentale  parola d’ordine  “Hillary alla Casa Bianca”. Lo ha fatto alla grande Elizabeth Warren senatrice del Massachusetts, uno degli idoli progressisti più amati dall’elettorato democratico, in un affollato comizio a Cincinnati (Ohio), che è stato tra gli eventi più riusciti dell’intera campagna elettorale di Hillary. Lo ha fatto Michelle Obama, in un memorabile discorso pronunciato all’inizio della convention, che ha mandato in visibilio il Presidente. Ti amo, ha twittato.

Hillary Clinton dunque in lizza e forse Presidente. Le implicazioni di tutto questo al momento sono soltanto che delle donne subentrano al posto degli uomini e fanno quello che fanno gli uomini. Non c’è nulla di diverso, se non che si conferma un ordine della “normalità” delle cose che, a ceti livelli, non può che incoraggiare le donne che aspirano a mettersi in gioco. Ma questo, in assenza di altre politiche e di altre trasformazioni delle cose, accentua gli elementi di crisi della contemporaneità, non li risolve. Così come non vengono messe in discussione le strutture profonde del potere, a cominciare da quella economica, che restano saldamente in mani soprattutto maschili.  E anche questo non è robetta. Se eletta, e personalmente non posso che augurarmi che venga eletta, Hillary Clinton con tutti i poteri in campo saprà giocarsela piuttosto bene : ha le competenze, è ostinata e ambiziosa  come poche per farlo, si è fatta le ossa sul campo da lungo tempo. Ed è lei stessa soprattutto una donna di potere, con alle spalle una storia femminile dove l’ambizione del potere si è fatta via via a complice del potere stesso, quale esso è, e si è misurata su modalità dell’agire in campo pubblico che non si scostano dalle dominanti pratiche del potere stesso. Il tutto è poi  permeato dal tradizionale tratto femminile –  che i cambiamenti scaturiti grazie al femminismo non hanno cancellato –  di una accondiscendenza, adattività o vera e propria complicità  femminile al potere maschile e alle sue regole.  E anche furbizia – che è il corrispettivo femminile della capacità tattica maschile – nello sfruttare tutte le occasioni che si presentano come riserva per il futuro, come carta che può venir buona domani. Nella nota vicenda di sesso che coinvolse Bill Clinton con una stagista, lei pubblicamente lo salvò perché salvarlo era il modo di scommettere sul suo personale futuro.

Lo scontro finale con Trump , la campagna elettorale vera e propria il prossimo autunno, non sarà certo un pranzo di gala. L’isolamento  istituzionale del candidato repubblicano non corrisponde a un suo isolamento tra gli elettori. Tutto il contrario. Lo scontento dell’ordinary people, cioè  dei ceti medi, che sono da sempre la colonna portante del sistema democratico statunitense, continua a essere esteso. La tentazione di colmare la necessaria non coincidenza . perché democrazia ci sia davvero –  tra il potere esecutivo e il potere democratico – affidandosi all’uomo forte, è ormai una tentazione che trova in Trump un forte riferimento. Hillary Clinton avrà dalla sua un consenso popolare e un partito che sono stati attraversati dall’impetuosa ventata di sinistra impressa a tutta la campagna da Bernie Sanders e, al programma elettorale in sede di convention, dall’ agguerrita pattuglia di delegati dello stesso Sanders. Il che ha significato che il programma elettorale dei democratici che ne è uscito è quello più a sinistra degli ultimi decenni. Insomma quello che sta succedendo negli Stati Uniti ha da molti punti di vista tutti i segni per contare grandemente sul futuro di tutti i noi. Sarò il caso di farci attenzione con molta cura.

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