Un’ora d’amore

La notizia sui lavori della Camera che ci ha dato Celeste Costantino mi è sembrata una grande notizia. Non solo per l’argomento del provvedimento – che ovviamente è importante e interessante, e per il quale personalmente ho speso nel tempo riflessioni e argomentazioni – ma perché quel provvedimento, che finalmente, in sede di Camera dei deputati, arriva alla discussione della commissione competente e poi – ci auguriamo – dell’aula, è anche il segnale che la sede della rappresentanza democratica, nonostante la negativa spirale involutiva che la sta uccidendo, può riacquistare a volte ancora la funzione positiva di discussione di una proposta di legge di iniziativa parlamentare. Con l’aggiunta più che positiva di essere anche il frutto, come ci racconta Celeste, di un confronto e coinvolgimento dal basso. Competenze, intelligenze critiche, proposte che vengono dall’ esperienza di un vasto mondo di donne che sulla violenza contro le donne si sottraggono alla semplificazione che tutto possa essere risolto in chiave di implementazione della dimensione penale e di vittimizzazione delle donne. E con cui Celeste si è confrontata alla grande.

Di tutto questo, oltre che della passione politica che l’ha portata, con la stesura iniziale del testo, a “provarci” ringrazio lei e il gruppo parlamentare, ora di Sinistra italiana, a partire dalla sua parte femminile, tutta molto sensibile al rifiuto della chiave semplificatrice di cui sopra.

“Un’ora d’amore” mi sembra un bel richiamo, carico di suggestioni culturali e anche della scelta consapevole di voler operare degli spostamenti del senso delle cose e delle parole. Per me è metafora di tante implicazione. Per esempio la decostruzione della vulgata che ancora corre nel linguaggio mediatico, e fa spesso la sua comparsa nelle aule dei tribunali, su che cosa ci sia dietro la violenza o l’ammazzamento di una donna. Femminicidio, diciamo noi, non perché ci piaccia particolarmente la parola, almeno a me non piace particolarmente, ma perché sappiamo bene quanto un certo modo di ammazzare una donna non sia equiparabile a nessun altro delitto di sangue contro chiunque, comprese le donne. Femminicidio: solo quando il legame con un uomo ne sia all’origine, o un potere maschile ne sia all’origine. Per capirci, a me non verrebbe in mente di parlare di femminicidio se un donna venisse uccisa da un uomo nel corso di una rapina per sottrarle la borsetta o per svaligiarle il negozio. Ma la tratta di schiave del sesso che lascia le sue morti femminile sulla strada è sì una forma emblematica di femminicidio.

Una storia d’amore finita male, racconta spesso insulsamente la cronaca di fronte a un femminicidio, anche il più efferato. Se dovessi parlare anche a più piccoli – perché è da là che bisogna cominciare – in un’ Ora ‘amore istituita in qualche scuola – sarebbe intanto di questa scelta delle parole che farei parlare bimbi, ragazzine, adolescenti. Sull’uccidere in nome dell’amore. Che cos’ è amore, a partire dall’esperienza di scambio che i piccoli hanno con la madre che si prende cura di loro, o con chi oggi si prende cura di loro e dà loro amore, sicurezza, senso delle cose.

Educazione sentimentale significa infatti anche lavorare a un cambiamento della semantica e del modo di riflettere sulle cose, di pensarle. L”ossessione del possesso di una donna, finita come finiscono tutte queste ossessioni: così bisogna dire, scrivere, argomentare. Fin da piccoli. Perché l’idea che siano storie d’amore finite male è l’alibi che giustifica la violenza maschile anche in certe aule di tribunale e sottrae molti uomini alla necessità di fare i conti col germe della violenza che è un tutt’uno con l’idea del possesso della “propria” donna. E se non si contrasta dall’inizio riproduce gli stereotipi sessisti e misogini più violenti, che poi l’età del testosteronico subbuglio adolescenziale dei giovani maschi non potrà che consolidare come un performativo impulso del profondo. Quella del possesso del corpo di una donna e della violenza sessista, è storia antropologicamente antica, legittimata e consacrata dal patriarcato, che resiste, anzi si consolida di nuovo in varie forme, come le cronache stanno a testimoniare. Anche questa è materia del conoscere in che mondo viviamo, dal punto di vista appunto dell’evoluzione dell’antropologia della relazione tra i sessi. Terreno fondamentale dello stare al mondo.

Occorrerebbe che le ragazze e i ragazzi imparassero a fare i conti con la cultura, la storia, le cose del mondo nella loro complessità – la questione va oltre ovviamente la sola dimensione del prevalente canone bisessuale – operando uno spostamento dello sguardo, per avere così, per quanto riguarda le donne, una reale dimestichezza con l’esperienza femminile, imparando a conoscerle come autentici soggetti della vicenda umana: donne di pensiero, scrittrici e poete, scienziate, pioniere. Politiche e testimoni del loro tempo. Non più sconosciute o quasi sconosciute o per lo più o ridotte a una nota aggiuntiva, una parentesi di qualcosa che rimane saldamente nelle mani degli uomini; messe là per caso, senza presa nel contesto storico sociale, derubate dei percorsi intrapresi, dei segni lasciati.

Fin dalle medie per me era una frustrazione che nei libri di storia le donne non ci fossero o fossero solo dei fantasmi. Un’ora da’amore me la diedero più volte mia madre e mio padre, che costruirono per me, fuori dai libri, i percorsi di scoperta di antiche e moderne sapienze femminili, di avventurosi percorsi di vita di poete, pittrici, sante, regine. Adoravo allora le regine. Poi ne persi le tracce. Il suffragismo del Regno unito lo conobbi molto presto grazie a mia madre. Per me fu molto sapere che la storia andava oltre i libri di testo e che la scrittura della storia, storicamente, è in mano ai più potenti. Gli uomini appunto. Un’ora d’amore per dare nuovo impulso alla rivoluzione delle donne? Mi piacerebbe, ma sarà già importante spostare l’ordine del discorso sulla violenza contro le donne e rimettere in luce in protagonismo post patriarcale delle donne per rinnovarne il grande valore antropologico.

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