La rivoluzione delle donne

Due donne pentastellate, elette alla massima carica cittadina in due importanti città italiane  – sindaca di  Roma Virginia Raggi e di Torino Chiara Appendino– sono, nel nostro Paese, l’ultima testimonianza di quel processo di  vera e propria presa della Bastiglia da parte delle donne. In atto ormai da tempo e che va avanti, tra successi numerici e numerose zone d’ombra di natura politico-culturale e simbolica. Bastiglia, cioè fortezza, cioè, fuor di metafora, quel sistema di potere politico ancora largamente in mano agli uomini-

Sono infatti ancora uomini che sostanzialmente ne dispongono, come di un proprio feudo, e allargano o restringono i posti a disposizione delle donne secondo calcoli di convenienza. Oggi il consenso che spesso le donne riscuotono sul piano elettorale, suggerisce di cedere il passo, implementare e valorizzare la partecipazione  femminile. Ma dietro le quinte, soprattutto a livello nazionale, ci sono ancora soprattutto i segretari di partito o di raggruppamento, notoriamente quasi sempre di sesso maschile.

Raggi e Appendino nascono,  più o meno, secondo le regole dal basso del M5. La nuova sindaca di Torino, al momento della vittoria, ha fatto un bel discorso sulla sua Torino e sulla necessità che sia la città di tutti e lei la sindaca di tutti. Raggi ha trovato il modo di ringraziare Grillo e Casaleggio. Si vedrà quello di cui saranno capaci, ma già forse si vede abbastanza chiaramente il segno neutro della loro cultura politica, la smemoratezza generazionale rispetto a quel radicale cambio di passo che le lotte delle donne e il femminismo hanno impresso alla storia. Di cui anche loro sono beneficiarie ma di cui hanno perso o non hanno mai veramente incontrato le tracce.

E’ un segno dei tempi?

In parte sì. Ma la smemoratezza spesso è anche voluta e cercata, come un segno distintivo dello stare al mondo delle nuove genie femminili.

Due donne in vista della politica odierna hanno, per esempio, riproposto la parola rivoluzione a proposito delle donne, ma come se si trattasse di tuttaltra cosa. Un’ idea tutta loro.

Le due politiche in questione sono Debora Serracchiani e Maria Elena Boschi e  con loro la parola rivoluzione ha perso il significato che ha avuto, nella vicenda storica di allora, e che ancora ha nella vita delle donne.

Dicemmo allora che la nostra era la rivoluzione più lunga del Novecento. Quella dell’autodeterminazione e  della libertà delle donne. Rivoluzione femminile ma soprattutto femminista: radicale come una scimitarra quando abbatte il nemico, e penetrante come un punteruolo, quando deve arrivare a rompere il nocciolo duro che fa ostacolo ad andare avanti.

Eravamo così, ci sentivamo così, sul bilico sdrucciolevole del pensare fuori norma, da un altro punto di vista, da un “fuori” rispetto a come avevamo conosciuto le cose e incasellato fino ad allora desideri, aspettative, passioni e problemi della nostra vita. Una rivoluzione del pensare, che entrava nel sentimento e animava le cose. Il nemico da mettere in discussione era l’ordine patriarcale, che ancora imperversava alla soglia degli anni Settanta, e il nocciolo duro erano le teste maschili, che non capivano – e ancora adesso non capiscono o capiscono male – quello che succedeva intorno a loro. Carla Lonzi sputava su Hegel – ricordo ancora che subbuglio dell’anima fu per me leggerla la prima volta –  e nelle piazze continuamente affollate di donne si esibivano braccia in alto come bandiere, con le mani a formare il simbolo del sesso femminile  Rivoluzione di pensiero, di parole, di pratiche. E un dibattito pubblico investito da una soggettività di donne – ogni donna una donna e insieme un valanga – che imponeva un altro ordine del discorso sul corpo femminile, non più a disposizione della legge maschile. E sull’ ordine delle cose nella sfera pubblica, che il femminismo scombussolò nel rinominare il rapporto tra il personale e il politico,  e nulla fu come prima.

Una cesura tra il prima e il dopo e tutto cambiò dopo quella stagione, in cui confluirono e cambiarono di segno le esperienze e le esistenze individuali di migliaia e migliaia di donne. Una generazione politica. Una semantica inaudita, una pretesa femminile di stare al mondo come non s’era visto fino ad allora.

Non tutto fu ovviamente rose e fiori, come in tutti i grandi sommovimenti della vicenda umana.

Se ne può parlare, anzi se ne dovrebbe parlare di nuovo, perché tutte le rivoluzioni, anche le più nobili e audaci, tendono a illanguidire o a diventare altra cosa. A cambiare verso, insomma, e quella parola, rivoluzione, come succede spesso, può fare ormai da cornice a qualsiasi cosa.

Così nel settantesimo del voto alle donne accade anche che due politiche in vista di cui sopra – la vice presidente del Pd nonché Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, e la ministra degli Affari Costituzionali nonché incaricata dei rapporti col Parlamento e delegata alle Pari Opportunità, Maria Elena Boschi-  hanno scritto di donne e di rivoluzione delle donne – in un articolo comparso nei giorni scorsi sul quotidiano La Stampa. Ne hanno parlato ovviamente a modo loro, il che è legittimo, ma a patto di aver chiaro che in quel loro modo c’è, grande come una casa, la determinazione di voler ignorare come siano andate le cose e anche l’idea, vecchia come il mondo, di riscrivere la storia facendosi belle di una parola che, nel loro caso, può sembrare perfino affine al lessico innovativo della scuola renziana. E dunque spendibile senza pagare pegno

E’ stata, scrivono audacemente le due politiche, una rivoluzione fatta di determinazione e non di parole – chissà dove l’hanno letto –  subito aggiungendo la frase evocativa “come le donne sanno fare”, che piace tanto all’odierno meanstream femminile. E che ripropone l’antica cesura patriarcale tra le donne addette al fare – come lo erano le antiche massaie e donne di casa che avevano sulle spalle il mondo – e gli uomini destinati a pensare e parlare. Nello stesso tempo, mentre parlano di questa rivoluzione senza parole ma ricca di cose, Serracchiani e Boschi allestiscono un piccolo Pantheon di riferimento. Pochi nomi selezionati con cura, cinque donne che hanno avuto certamente i numeri per passare alla storia o, per il momento, alla cronaca.  Come, ieri, Rosa Parks, l’audace signora nera che non si alzò dal suo posto in tram alla sfrontata richiesta di un uomo bianco; e, come oggi, la giovane afgana Malala Yousafzai, eroina della lotta contro il fondamentalismo talebano, ferita quasi a morte da loro e che continua a battersi come una tigre perché bambine e ragazze del suo Paese possano andare a scuola . E ancora ieri Nilde Jotti, prima presidente della Camera, e Tina Anselmi prima ministra della Repubblica, ambedue impegnate a favore delle donne. E, tornando all’ oggi, la giovane somala,  Merian Yabya Ibrahim Ishag, condannata a morte dal regime del suo Paese per apostasia, perché da cristiana rifiutava di convertirsi all’Islam, e poi salvata dalle pressioni internazionali sul regime somalo.

La scelta di nominare Merian è stata forse anche un omaggio a Papa Bergoglio che delle persecuzioni di cui oggi soffrono nel mondo i cristiani e le cristiane, ha fatto una bandiera. Ma soprattutto è stato un modo per inserire una volta di più. anche in un articolo che pomposamente si intitola “la Rivoluzione delle donne”. i meriti del governo Renzi che ha giocato la sua parte nella liberazione di Merian.

Insomma con Serracchiani e Boschi la storia delle donne diventa piccola e insignificante, senza valore. La cesura liberatoria del femminismo, che ha aperto alle donne il mondo come non era successo prima e come non sarebbe successo poi, se quella stagione non ci fosse stata, viene ignorata in maniera quasi sfacciata.  L’uso libero della vicenda storica, compresa la decisione di non volerne sapere nulla, è uno dei pezzi forti della sottocultura inaugurata dalla schiatta leopoldina. I vincitori riscrivono la storia a modo loro, da quando mondo è mondo, non c’è neanche da ricordarlo. Ma con questa nuova genia politica si tratta di qualcosa di diverso e di più scivoloso. Da una parte la rottamazione di tutto ciò che è stato, dall’ altra anche la sfrontata manipolazione di ciò che del passato torna utile rimettere in pista – Berlinguer e Ingrao a sostegno della riforma Boschi –  e su tutto lo sguardo opaco di chi non ha nessun interesse e non vuole fare i conti con niente, perché pensa che la storia cominci più o meno dalla Leopolda. Così Serracchiani e Boschi. Così molte altre di altre aree. E’ uno degli aspetti di questo presente prigioniero di se stesso e in transizione verso chissà che cosa. Per fortuna donne che pensano continuano a pensare ed agire in tutto il mondo, compreso il nostro Paese.

Share Button