La sentenza di Genova: diritto al macero

Nei giorni di Genova e dopo, in tutti questi anni, abbiamo detto, scritto, ricordato che nel luglio del 2001, nella città ligure militarizzata per il G8, era stato sospeso lo stato di diritto, accantonata la Costituzione, allestito un set da guerra civile. Si doveva dimostrare – contro ogni evidente verità – che le mobilitazioni del movimento no global avevano a che fare con strategie sovversive e si alimentavano di suggestioni terroristiche. Le forze dell’ordine, quelle inviate a Genova, e le gerarchie di comando ai massimi livelli, furono chiamate a contrastare e debellare un movimento di giovani presentato come un pericoloso nemico interno. Il Reparto Mobile di Roma fu allenato a questo e sul campo, diligentemente e ferocemente, si esercitò a questo con la mattanza della scuola Diaz. Come un solo uomo, come un corpo separato che non risponde alla legge ma solo agli ordini superiori, alla catena di comando, alle complicità dell’appartenenza. Il tribunale di Genova, chiamato a pronunciarsi su quella mattanza, ha emesso una sentenza pessima, non da istituzione della Repubblica indipendente e al di sopra delle parti ma da apparato dello Stato, che sceglie di offrire la scappatoia a un altro apparato dello Stato. Che altro si può dire di fronte a una sentenza che manda assolti i dirigenti della polizia implicati nella vicenda, secondo il minuzioso e documentato impianto accusatorio dei pubblici ministeri, e condanna soltanto gli agenti che hanno menato i randelli? Un gruppo di esaltati che sono andati oltre la misura, per il resto tutto a posto, niente da eccepire: questo il senso della sentenza. Qualunque agente di polizia sa che le cose non possono mai andare così. Semplicemente non è così. E tutto quello che è stato visto, visionato, catalogato a Genova dimostra che la storia è un’altra storia. I giudici hanno chiuso gli occhi, non hanno voluto vedere. Semplicemente. Già per Bolzaneto la sentenza non aveva fatto nessuna luce sul “vuoto di diritto” prodottosi in quei giorni drammatici, sul perché, come, per responsabilità di chi le regole del diritto penale e le garanzie costituzionali erano state violate così clamorosamente e la forze dell’ordine avevano potuto agire secondo una logica di arbitrio assoluto e di violenza inaudita. Ma la sentenza per la Diaz non è soltanto uno schiaffo inferto a chi nella scuola lager subì le violenze e le umiliazioni da parte di una polizia “alla cilena”. Quella sentenza è anche, e oggi soprattutto, un pericoloso campanello di allarme per il futuro della nostra già pencolante democrazia. Perché quella sentenza formalizza l’impunità per le forze dell’ordine, stabilisce per i poliziotti la libertà di agire oltre e contro la legge. Tutto questo in sintonia con lo spirito dei tempi, con quella tendenza della destra al governo ad agire essa stessa non secondo la legge ma secondo ciò che si ritiene necessario. Una tendenza che costituisce il dna politico-culturale del Pdl e di cui il capo di Palazzo Chigi mena gran vanto. Per questo, d’ora in poi, la correttezza e l’efficacia dell’operato degli apparati dello Stato, soprattutto di quelli di primaria importanza come la polizia, non saranno giudicate dall’aderenza alla legge e alla Costituzione ma dall’obbedienza, dalla complicità, dalla vicinanza ideologica alle direttive del governo. Non a caso in questi stessi giorni un funzionario dello Stato di valore come il prefetto di Roma Carlo Mosca, non in sintonia con gli orientamenti del ministro degli Interni sul problema dei Rom e troppo legato allo spirito repubblicano, è stato rimosso e destinato altrove. Si è riparlato in questi giorni di commissione di indagine parlamentare sui fatti di Genova. Ne ha riparlato Di Pietro, in particolare. Ma un suo deputato, nella scorsa Legislatura, quella in cui forse si poteva fare ancora qualcosa, votò contro la proposta in Commissione Affari Costituzionali. E nulla aveva fatto Di Pietro perché le cose andassero diversamente. Oggi la destra impazza e i nazionalalleanzisti in Parlamento straparlano a sostegno dei poliziotti picchiatori condannati, di cui auspicano l’assoluzione in appello. Nel frattempo tutti i dirigenti della Polizia che in vario modo hanno avuto a che fare con la storia di Genova hanno fatto carriera, sono andati avanti, hanno guadagnato prestigio, a cominciare dal massimo dirigente di allora Gianni De Gennaro. Che sapeva tutto, ovviamente. Ma proprio tutto, compresi i particolari. E Berlusconi, vale la pena di ricordarlo, ebbe a dire in campagna elettorale che l’unica commissione possibile sarebbe stata quella contro i pubblici ministeri. Dubito che oggi una commissione di indagine parlamentare potrebbe avere una qualche utilità. Non avrebbe neanche i numeri per essere messa in discussione. Qualche utilità potrebbe venire da una chiara e netta presa di posizione da parte del Pd. Ma la stiamo ancora aspettando.

da Articolo 21

Share Button