Profughi

Gli assetti del mondo, a cominciare proprio dalla parte di mondo che noi siamo, e che ha teso a fare della Terra comune il suo esclusivo spazio vitale, non reggono più. Qui sta il nodo cruciale, quello che, con altra semantica comunicativa, hanno cominciato a mettere in chiaro gli stessi analisti del Pentagono, parlando del lungo ventennio di spostamenti di popoli che abbiamo di fronte.

E dovrebbe ormai, questo nodo cruciale, essere davanti a noi in tutta la sua evidenza, obbligarci a mettere in ordine le idee e le cose, per capire dove siamo, mentre ogni giorno si moltiplicano i segni dell’inarrestabile volontà di andare avanti, di trovare il punto di arrivo, di non arrendersi di migliaia di donne, uomini, creature, in quell’andare per mare e per terra, in quell’audacia dell’opporsi alle oscene angherie di polizie e poteri locali, in quell’ostinata tattica del tentare e ritentare di superare muri e fossati. C’è una progettualità umana grande in tutto questo, oltre alla fatica, al dolore, alle perdite che i profughi subiscono. Ed è proprio con questa progettualità che dobbiamo – dovremmo – oggi fare i conti, i Paesi europei devono farli, l’Europa, se ancora ne esiste un simulacro. Perché nella progettualità di questo andare sta il segno del mutamento del mondo, del fatto che l’ordine del mondo è messo in discussione dall’interno e non regge alle molteplici convulsioni a cui è sottoposto.

Non regge più l’idea di un’Europa che continua a guardare con occhio lontano – indifferente fino a ieri e oggi forse un po’ più benevolo, ma si vedrà – quello che succede solo a un tiro di schioppo da lei. Perché non reggono più gli assetti novecenteschi del Medio Oriente, ormai in pieno disfacimento, tra il moltiplicarsi di contraddizioni interne di ogni tipo, compreso un crudele conflitto religioso – del tipo di quelle guerre di religione che qualche secolo fa in Europa spinsero alla trasmigrazione in altri luoghi di intere comunità umane – e l’estendersi di guerre e conflitti terribili e il coinvolgimento in esse di popolazioni senza colpa. E non reggono più il Mediterraneo, parti importanti dell’Africa, con il portato di una questione economico-sociale a cui nessuno appare in grado di dere risposta e che spinge alla fuga intere generazioni di giovani.

C’è emergenza umanitaria ma la questione non è soltanto di emergenza umanitaria. C’è bisogno di corridoi umanitari in Europa, che permettano i transiti e gli approdi e c’è bisogno di politiche di accoglienza degne di questo nome.Ma non è tutto qui. Perché il problema che si pone oggi, di fronte alla portata strutturale ed epocale delle trasmigrazioni, è concepire un’altra idea della Terrra, del Mondo, della Globalizzazione. E una nuova idea del che cosa gli umani abbiano in comune e del come possano condividere per via pacifica e solidale ciò che hanno in comune.

Una nuova idea del diritto globale: di questo c’è bisogno. L’Europa, maestra del diritto, che ha da dire oggi? Hic Rhodus, hic salta, insomma, affinché la genia dei Salvini non abbia la meglio nel Vecchio Continente, terra da sempre grandiosa nel grandioso che ha saputo pensare e edificare ma terrificante quando ha imboccato la strada del terrificante.

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