Il delitto di Palagonia

Il delitto avvenuto a Palagonia lascia senza parole per la crudeltà di cui è carico. Ma molti delitti hanno questa caratteristica, al di là di chi sia l’assassino, e, soprattutto, un delitto è sempre un delitto, a chiunque appartenga la mano omicida. Se poi è efferato, come quello che ha tolto la vita ai due coniugi di Palagonia, il delitto è efferato in sé, perché il colore della pelle o il luogo di provenienza dell’assassino non aumentano di un grado l’efferatezza dell’atto. Dovrebbe essere così banale, in uno stato di diritto come il nostro, questa costazione da vergognarsi di volerla sottolineare.

Ma non è così e in realtà non è mai stato così. Quand’ero ragazza, la parte più democraticamente sensibile del Paese sottolineava come fosse indegno, ingiusto, illegittimo e altro segnalare l’appartenenza regionale di chi fosse colto a delinquere o imputato di delitti. Avveniva infatti soprattutto se si trattava di persone meridionali mentre per gli altri vigevano già forme di politically correct. Per esempio designare, quando fosse noto, per nome e cognome il colpevole vero o presunto che fosse. Ovviamente allora l’Italia era in una fase completamente diversa, di crescita, espansione e ottimismo, e il biblico fenomeno della trasmigrazione di popolo dal sud al nord del Paese non fece che enorme bene all’ economia nazionale e l’Italia cambiò positivamente pelle nel suo rapporto tra le sue parti territoriali. Non del tutto, si potrebbe aggiungere, ma questo è un altro discorso.

L’ostilità per la parte “altra”, esterna, estranea, aliena, foriera di dinamiche incontrollabili, portatrice di oscuri mali e malanni è in qualche misura un male dell’anima umana, dobbiamo saperlo, divide le comunità, crea sempre problemi, talvolta piccoli e superabili, talaltra pesanti. La cultura, la scuola, il sapere del mondo, l’educazione sentimentale verso l’altro e ovviamente la politica fanno il resto, nel bene o nel male.Il tutto diventa però una vera e propria fissazione – vera patologia sociale – nei periodi di crisi e sbandamento come quello ch viviamo, soprattutto se messi alla prova di fenomeni epocali, come oggi sono le migrazioni dei popoli. Un contesto e una natura dei fenomeni che richiederebbero un’idea e una prassi della politica all’altezza dei problemi, da parte per esempio dell’Europa – per i rapporti storici gli interessi economico-strategici e soprattutto le enormi responsabilità che essa ha nei confronti dei Paesi da dove provengono i flussi migratori. Idea e prassi che invece non ci sono e forse non saranno mai all’altezza necessaria. Perché l’Europa è quello che è e le sue classi dirigenti sempre più inadeguate.

Così da noi vanno avanti sul tema inauditi confronti televisivi tra insipienti della materia, arruffapopoli e imbonitori, razzisti con le ruspe e buonisti del niente. Senza mai affrontarla – la questione – per quello che è ma sempre cogliendo quello che offre al cannibalismo mediatico della narrazione conforme al format. E oggi il format che quotidianamente fa audience è quello che alimenta la paura, l’insicurezza, il panico da invasioni barbariche. Fatto apposta per tirare voti e consensi dalla parte del ruspatore per antonomasia ovvero l’ineffabile Salvini. Fare, come si sta facendo in queste ore, della terribile vicenda dei due coniugi assassinati l’insistente spunto interpretativo da cui partire per affrontare il tema degli sbarchi e dell’immigrazione, significa esattamente questo. Salvini dovrebbe ringraziare ogni giorno di più il grande circo mediatico che gli porta voti a gogo.

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