Garissa

Lo scrittore Paolo Giordano, sul Corriere della sera di oggi, ha pubblicato un articolo sull’eccidio in Kenya e ha invitato a rompere il nocciolo dell’apatia, a guardare a quei ragazzi trucidati per quello che sono, cristiani, e dunque a capire che loro sono noi e noi siamo loro.

Un fortissimo richiamo identitario, fondato su un’appartenenza di fede che l’Occidente secolarizzato, “educato e tollerante”, scrive Giordano, ha trascurato e fatto decadere. E che bisogna rianimare, mi pare di capire, per rompere l’apatia.

Confesso che anche per me l’apatia degli umani costituisce qualcosa su cui interrogarsi e a cui, se possibile, cercare un via di fuga e un rimedio. L’apatia, cioè quel pervasivo spirito di adattamento allo stato delle cose, quella tendenza a metabolizzare in velocità ogni tragedia, dimenticando, nel passaggio da un mattino all’altro, anche quelle più terribili e nefande, e quella voglia di volgere lo sguardo dall’altra parte e fare come se tutto procedesse secondo le regole, oppure no, non procede così, ma non importa, meglio pensare ad altro. Confesso che tutto questo anche a me risulta non di rado insopportabile e, per quello che è nelle mie mani, cerco di rompere qua e là, in qualche infinitesima parte quel nocciolo – ormai duro, aggiungo – dell’apatia. O dell’adattività, dello stare a come stanno le cose, del convivere con il male come se niente fosse. Banalità del male, disse una grande donna del Novecento.

Confesso anche però che per me la differenza, in questo caso e in casi simili, non la fa il fatto che quei ragazzi e ragazze massacrati in modo efferato nella loro università siano cristiani. Il fatto che io conosca la loro identità religiosa non solo per averlo appreso subito dai media ma anche per avermelo ricordato la sollecitazione di Giordano, oltre al grido di dolore del Papa, tutto questo non mi fa salire di un grammo il dolore, la rabbia, lo spaesamento che ho provato per quell’eccidio di ragazzi in Kenya, e provo sempre di fronte a episodi terribili che rivelano un mondo globale che è globalizzato solo per il mercato, la finanza, le armi e altro del genere e per il resto, a ritmo incalzante, ripercorre i sentieri che portano alla segmentazione dell’umano, secondo linee di appartenenza religiosa, culturale, etnica. Una globalizzazione che si industria di nuovo nella costruzione del nemico, nella messa in scena dell’orrore, nell’avvelenare i pozzi dell’appartenenza a qualcosa di diverso da quella dell’altro.

Confesso che il mio dolore è soprattutto perché sono ragazzi e ragazze, il futuro del mondo, di un importante Paese africano, ammazzati come vittime sacrificali di farneticanti teorie di punizione dell’apostasia, funzionali solo a proteggere poteri e ad alimentare strategie di nuovi poteri. E’ questo che avviene continuamente in moltissimi luoghi di studio in giro per quei Paesi dove si sta ridisegnando la geopolitica del mondo e dove i gruppi terroristi sono diventati protagonisti di primo piano di un processo di decomposizione di tutto. Luoghi i studio presi d’assalto dal fanatismo, frequentati per lo più da ragazzi e ragazze musulmani come i loro assassini. Perché nella strategia dei terroristi, indottrinati di salafismo estremista, l’eliminazione dell’apostata è a tutto campo, contro chiunque non la pensi come loro. Per terrorizzare le popolazioni e così addomesticarle, renderle inoffensive, costringerle alla conversione, sottometterle,
Eliminazione del potenziale avversario di domani – qui sta il punto dello sterminio di ragazzi e ragazze, spesso bambini – in nome del loro Dio. Che cosa di più potente come proiezione delle umani voglie di spazio vitale, potere o altro del genere? Ma anche frustrazione sociale, livore sociale e altro del genere nella manodopera d’assalto?

Bisognerebbe non dimenticare nulla di pertinente col problema che si solleva – in questo caso l’apatia – perché le cose che si dicono non prendano una curva che sarebbe meglio lasciar perdere. Tipo guerra di civiltà, Cristianesimo contro Islam e simili.

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