Sconnessioni sentimentali 1

Nota numero uno sul tempo dei post che viviamo, in cui l’iper del post umano entra in rotta di collisione con l’atavico dell’umano

Faccio queste riflessioni prendendo spunto dalla presentazione di un libro. Un evento di questo genere può risultare un appuntamento qualsiasi, un incontro più o meno interessante. Ma può invece diventare l’occasione di ripensare quello che hai pensato nel tempo, rimettere a fuoco punti di vista e approcci che hanno fatto parte dei tuoi percorsi. E riflessioni e analisi che ti sembravano consolidate, che stanno invece là, nel retro della memoria, in attesa di essere riprese, riconsiderate alla luce delle cose che cambiano e che sembra sempre più difficile rincorrere.

Il tour che ho fatto in Puglia con Irene Strazzeri, per presentare il suo libro sul post patriarcato (Post-Patriarcato L’agonia di un ordine simbolico), è stata una di queste preziose occasioni per ripensare più da vicino le cose di una vita: per quello che Irene ha scritto innanzitutto, e poi per la qualità dei dibattiti, la vivace partecipazione di donne e uomini, l’interesse alle problematiche in discussione. E il contributo che da vari interventi è venuto. Anche l’affetto che è stato manifestato verso Irene nel corso degli incontri ha dimostrato che il suo libro ha colto le problematiche di fondo.

Accade, ed è inevitabile, che il contesto storico-politico sempre così importante, per esempio per tante battaglie femminili e femministe che sono state anche mie, nel tempo vada modificandosi. Oggi i mutamenti sono radicali e veloci. Spesso spiazzanti. Obbligano a spostare ancora una volta in avanti lo sguardo, a ricercare un bandolo della matassa: per non doverci stupire all’improvviso del dove siamo arrivate, e ripiegarci in lagne o sterili rivendicazioni su chi non raccoglie le eredità; oppure nostalgie delle verdi valli di una volta. Acconciandoci, nel frattempo, come meglio si può – e come purtroppo per lo più succede – al presente o esserne intimamente catturate – sussunte come dice il lessico post-fordista – in qualità di capitale umano multiuso e multifunzionale. Tendono infatti a funzionare In tal senso – su donne e uomini e sulle donne con modalità particolari – i potenti dispositivi che strutturano le modalità dell’antropologia umana in epoca neoliberale. Di queste modalità fanno parte intrinsecamente lo stordimento e il declino del pensiero critico. E l’inconsapevolezza di che cosa ciò comporti nel profondo dell’umano.

Da tempo cerco di capire che cosa il femminismo potrebbe dire di alternativo sul canone neoliberista che governa il mondo e riassetta le relazioni umane, i rapporti di forza sociali e politici, gli apparati simbolici che danno senso allo stare al mondo. Quel canone che governa ormai dall’interno la vita, la materia della vita, i corpi, a partire dalle capacità biologiche insite nei corpi stessi, delle donne in maniera particolare, come è ovvio. Perché la differenza dei corpi fa ancora la differenza nell’epoca dei post neoliberisti. Medicina riproduttiva e medicina rigenerativa hanno aperto nuovi mercati globali, la cui fonte di plusvalore coincide direttamente con le potenzialità generative delle donne, ma non solo. Ne parlano Melinda Cooper e Catherine Waldby nel loro stratificato Biolavoro globale/Corpi e nuova manodopera.

Riflessioni complesse e pensieri sparsi, spesso acuti, di ispirazione femminista ne incontro. Ma è un altro cosa. Del femminismo restano tracce, come ne restano del pensiero critico di sinistra. Ma non c’è mondo, non ci sono sfondamenti intellettuali che spostino al lato la semantica neoliberale dell’umano, guadagnino spazio per guadagnare un altro punto di vista. Non c’è questo e non c’è per questo politica.

C’è forse l’onda lunga di ciò che è stato, che si insinua come una vecchia talpa nelle faglie della globalità e va costruendo altri complicati e contraddittori percorsi di soggettività femminile, in altri luoghi che non siano quelli di questa parte del mondo. Percorsi che sono forse anche là di libertà femminile, se solo si riuscisse a capire di che parliamo, oggi, quando parliamo di libertà. E con soggettività che cosa intendiamo.

Il post-patriarcato è un tema complicato – è spiegato efficacemente nel libro di Irene – perché quel post sembra indicare un passaggio definitivo e lineare, un cesura tra un prima e un dopo. Invece non è affatto così, non c’è nulla di nettamente delineato in quel post, perché esso indica solo l’avvio di una fase di agonia – l’accostamento tra il post e l’agonia non è casuale nell’analisi di Irene – e va strettamente collegato ad altri post. Non si può infatti parlare seriamente di post patriarcato se non lo si connette con post-modernità. Stanno insieme, l’uno si nutre dell’altro e insieme nutrono altro. Il tema dei post offre un fertile terreno di riflessione e ripensamento delle cose, se intendiamo quei post per quello che sono: i significanti di un convulso e nello stesso tempo contraddittorio, ancora insondato processo di transizione, né concluso né di facile conclusione.

Quei post nutrono la crisi dell’identità maschile e la crisi del mondo occidentale, a cui quell’identità ha dato senso forza e rappresentazione nell’epoca della sua ascesa, mentre tuttavia doveva fare i conti, nel sempre più slabbrato limite tra il pubblico e il privato che lo perimetrava , con una crescente presenza e via via una vera e propria “intrusione” femminile. Sfondamento delle cartografie patriarcali, dell’assegnazione di perimetri al dove stare delle donne. Intrusione potente, in un punto focale e fondante del patriarcato – l’unicità del soggetto e del logos maschile rispetto al suo irriducibile altro che era l’altra – che ha avviato la scomposizione dei processi di soggettivazione post moderna delle differenze legate alla consapevolezza del proprio corpo e della propria sessualità. E tutto il resto, a partire dalla scacchiera dei diritti, intanto. E altro. E’ un tema decisivo che Irene affronta nel suo libro nella parte dedicata alle sfide della contemporaneità. L’improvviso  conflitto a distanza scoppiato tra lo stilista gay e siciliano Dolce e il cantautore e musicista britannico Elton John , mette in luce la banalità delle chiacchiere conformiste, al di là di chi se ne faccia carico. Ma  qualcosa che ha che vedere con questo “altro”  c’è in quella diatriba mediaticae e interroga radicalmente il mondo. Tema grande di riflessione, da sottrarre alle facili dicotomie.

Il post patriarcato è denso di scorie che appaiono, a un’analisi di superficie, patriarcali ma sono il frutto di un profondo mutamento interno: patriarcalismi inediti o di ritorno, che si manifestano nel regime di convulso disordine del maschile che pervade il post patriarcato e di crisi dell’identità maschile. Dal punto di vista “delle donne”, il post patriarcato non ha posto affatto le condizioni per un superamento positivo, per esempio, del lato oscuro delle “relazioni d’amore” tra i sessi. Tutto ciò che abbia a che fare, per esempio, con la violenza sulle donne sussiste, ma ciò avviene in una logica diversa, per molti versi più violenta e in qualche modo apparentemente più gratuita, come tutto ciò che viva in un’epoca di crisi che però è venuta dopo grandi cambiamenti simbolici e sociali. Come libertà, diritti acquisiti e altro che riguarda oggi le donne nella società e che sta là però ancora come un macigno non adeguatamente performativo della realtà, mentre intanto le cose cambiano ancora. E’ proprio del carattere contraddittorio e convulso dell’epoca dei post l’intreccio perverso che alimenta, in frangenti spesso drammatici fino alla morte, le relazioni di sesso e affettive tra donne e uomini. Amore, violenza, complicità. Sottili e perfide forme di complicità da una parte e dall’altra. E non c’è contraddizione col resto. O c’è ma bisogna dirla stando ai mutamenti, capendo che cosa oggi alimenti in profondità i rapporti di potere tra i sessi, nell’ossimoro temporale dell’arcaico che ritorna in superficie e dell’iper moderno che configura le forme previste dal politically correct occidentale.

La cultura politica delle donne ha messo storicamente al centro l’attenzione al corpo, alla storia personale, al rapporto tra individuo e società. Che ha da dire oggi, o ha ancora da dire oggi alle giovani generazioni, ed é ancora in grado di esprimere una tensione trasformativa del mondo quale si espresse nelle grandi battaglie a cui i movimenti femminili e il femminismo diedero vita, nella fase di massima maturazione della modernità?

A me pare di no. Perché anche su quel versante le cose sono profondamente cambiate. E forse, allora, se di femminismo c’è ancora bisogno – e su questo a me pare di poter dire di sì – non può che essere un femminismo in grado di misurarsi con la caotica contemporaneità che viviamo.

E essere nelle mani di nuove generazioni di pensatrici, attiviste, lucide intellettuali e sconclusionate ragazze alla ricerca di se stesse.
(Fine della prima nota, che dedico ovviamente a Irene)
20/03/2014

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