Charlie Hebdo 2015

Era un flic parigino di origine maghrebina, padre di una bambina e probabilmente di fede musulmana. Era là in servizio, nella sua funzione di servitore dello Stato francese, col compito di proteggere il direttore della rivista satirica presa d’assalto. Proprio Charbonnier (Charb), il direttore di Charlie Hebdo, la rivista che colpisce al vetriolo tutti e non risparmia né il Profeta né tantomeno i suoi seguaci, e che per questo è stata oggetto dell’attacco terrorista di matrice islamista.

Il flic era a terra, già ferito e i due terroristi lo hanno raggiunto per sparargli il colpo finale in testa. Un’esecuzione da killer spietati, come solo i peggiori sanno fare. I due hanno anche perso momenti preziosi perché Ahmed, questo il nome del poliziotto, era caduto un po’ più avanti rispetto a dove era collocata la macchina, pronta per la fuga dopo quello che è stato un vero e proprio eccidio.

La convulsa cronaca dei fatti, ossessiva e virale nelle immagini, ha ridotto l’esecuzione del poliziotto Ahmed a pornografia della morte in diretta. Solo un inquietante incubo da orrore urbano, che la rete va riproponendo all’infinito. Invece quell’esecuzione racchiude il senso della vicenda, la sua complessità, le sue contraddizioni, le trame della storia del mondo da cui viene, che è ormai quella del nostro spazio planetario globalizzato, telematicamente permeabile da tutte le parti. Impossibile ormai sfuggire a questa permeabilità, a meno di un gigantesco salto all’indietro della storia. Imbarazzanti i dibattiti italiani sul tema, con Salvini continuamente sullo schermo, che si erge come un ossesso contro tutto quello che ha a che vedere con moschee e dintorni e si dichiara sentinella nordica della sicurezza nazionale. E conduttori e soprattutto conduttrici dei talk, spesso sono le donne in questi giorni, più compulsive degli uomini, nelle dirette di “guerra”, dalle campagne della Piccardia. Sembrano ossessionate soprattutto dai particolare da romanzo criminale della caccia ai terroristi.

Viviamo tra mutamenti radicali che la globalizzazione alimenta ovunque, scompaginando o rendendo inattuali molte certezze del passato, con paure e insicurezze al seguito che il sistema mediatico alimenta ossessivamente. Che dovremmo affrontare sapendo che abbiamo bisogno di altri strumenti per capire, mediare, cercare strade praticabili, soluzioni gestibili. La televisione è uno potente strumento che agisce al contrario.

L’assassinio di giornalisti e vignettisti satirici a suon di Kalashinikov e l’esecuzione finale del poliziotto stanno insieme, inscindibili, vero e proprio significante delle cose. Questa è Parigi, possiamo dire, questa è la Francia della contemporaneità, dove vive la comunità più numerosa in Europa di origine magrebina e spesso le periferie della capitale sono devastate da giovani di quell’origine senza futuro. Ma anche molti poliziotti sono della stessa origine. E altri, impiegati e funzionai dello Stato. Cittadini francesi. Uomini e donne. Questo è il “nostro” mondo, che viene dalla “nostra” storia, nel bene e nel male. E questo è il “nostro” futuro, soprattutto il futuro dei “nostri” giovani. E’ il tema.

Il settimanale satirico Charlie Hebdo, la sua storia , le sue sfide, il suo andare sempre oltre, senza limiti né riguardo per nessuno, ha rappresentato dalla sua nascita e rappresenta la quintessenza della libertà, come l’abbiamo costruita faticosamente in Occidente, contro le gabbie d’acciaio dell’ortodossia religiosa, i poteri assoluti dei sovrani, le superstizioni sociali, la malefica connessione o l’ inestricabile contiguità tra Stato e religione. In Europa fu il Cristianesimo la gabbia malefica dell’assolutismo del pensiero, e ricordarlo è d’obbligo, se vogliamo capire quanto sia complicata e contraddittoria l’umana vicenda e sempre più necessario trovare oggi punti di incontro tra storie e percorsi diversi, che sembrano inconciliabili per legge di natura o vengono presentati come tali. E invece non è così. Come non è vero che il “nostro” monoteismo si sia positivamente evoluto per intrinseca predisposizione alla tolleranza e al rispetto dell’Altro. Furono poderosi cambiamenti economico-sociali, lo sviluppo di un’audace borghesia mercantile, un potente e irriverente pensiero critico che allignò in zone socialmente e politicamente decisive del nostro continente: fu tutto questo e altro che permise le condizioni dell’evoluzione. Tutt’altro che rapida, per altro. Ci fu la Riforma e ci furono spietate guerre di religione, dove la religione e le filiere religiose e scismi di ogni tipo, che dalla Riforma scaturirono, offrirono la copertura ideologica, la forza mobilitante tipica dell’ideologia religiosa brandita come instrumentum regni, per la lunga epoca di riassetto dei poteri su scala europea. Che è quello che sta succedendo nel mondo islamico. L’ideologia jihadista, il terrorismo centralizzato o molecolare che da là si dipana e si alimenta, la dissoluzione degli assetti post coloniali nella decisiva zona del Medio Oriente: tutto questo è innanzitutto la conseguenza di un devastante processo di riassetto dei poteri in chiave di scontro militare tra potenze regionali, Stati e potentati vecchi e nuovi del mondo arabo, nello scenario di un’esplosione sempre più armata e micidiale tra sunnismo e sciismo e di rafforzamento del ruolo di Stati come l’Iran e la Turchia. Il tentativo di dar vita al Califfato nero per via di azione militare e soprattutto terrorista dentro questa epoca, ne porta tutti i connotati storici.

Igiaba Shego ha scritto che il terrorismo di marca jihadista è soprattutto rivolto contro il mondo musulmano. Come non essere d’accordo con lei? Per non dubitarne basta mettere in fila il numero infinito di attacchi suicidi che avvengono in quelle città, gli assalti con armi da guerra a scuole, mercati, luoghi di culto, e le violenze efferate contro donne e bambini che avvengono nelle zone dove la partita interna a quel mondo ha assunto connotati di uno scontro spietato e senza fine.

L’Occidente ovviamente entra in tutto questo alla grande, perché la storia lo ha legato e lo lega strettamente a tutto quello che avviene nel mondo islamico. Petrolio, geopolitica, affari, strategie di controllo e altro, tra cui le responsabilità di interventismo militare dell’era di Bush figlio, che Obama non ha saputo risolvere e che l’Europa ha condiviso o alimentato di suo. La diffusione dei pozzi avvelenati del terrorismo ha anche questo alle spalle. Basti pensare all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia. E inoltre – ed è ovviamente magna pars della faccenda – l’Occidente ha tutti i connotati identitari adatti per fomentare l’ideologia fondato sullo scontro amico nemico, tipica del fondamentalismo religioso quando esso è assunto come arma politica.

Quintessenza della nostra libertà la libertà di satira alla maniera di Charlie Hebdo. Nel suo editoriale del giorno dopo, Gilles Van Kote, direttore di Le Monde, ha scritto che l’attaccamento alla libertà è al cuore della democrazia. E che i morti di Charlie Hebdo sono caduti come soldati della libertà, soltanto armati delle loro matite. L’immagine è in tutto degna della Grande Rivoluzione dell’89. Van Kote lo scrive perché sa bene che la libertà “senza se e senza ma” è una conquista che è ci costata cara, che è venuta al mondo perché uomini e donne coraggiose hanno pensato l’impensabile e hanno spesso scontato anche in passato con le loro vite l’audacia di un pensiero non conforme, l’infinita tensione nel mettere a valore il desiderio umano di essere liberi, contro le verità ereditate, possedute, rivelate. E perché la Francia ha un merito speciale e straordinario in questa storia di emancipazione libertaria, di soggettivazione critica di donne e di uomini contro l’idea che la cattedra della verità stia fuori da noi e a noi tocchi solo accettarla e sottometterci.

Ma anche la libertà deve fare i conti con se stessa, anche perché non è vero affatto che essa produca sempre libertà per tutti e tutte, sia un bene a disposizione di tutti, come la triade della Grande Rivoluzione dell’89 suggerisce: liberté, egalité, fraternité. La Repubblica francese, per esempio, ha imposto il divieto del velo nelle sedi sotto giurisdizione dello Stato – scuole, uccifici e altro – alle ragazze e alle donne di fede musulmana. Per nessun altro motivo se non perché il velo contrasta con la laicità dello Stato. Un dogma insomma, che, insieme a tanti altri aspetti, su cui bisognerebbe discutere liberamente e laicamente, ha sicuramente alimentato rancore e incomprensione tra le giovani generazioni delle periferie, favorendo l’inquietante fenomeno dei foreign fighters.

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